A mio agio, con il vento

[Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay.]

Laddove spira più tagliente il vento, e alto si leva il mare e non lievi sono i pericoli da superare, mi sento a mio agio.

Così scrisse Nietzsche ne La gaia scienza, e io mi trovo assolutamente concorde. Sono giornate ventose, qui, e numerose come le folate, al solito arrivano le lagne di molti riguardo quanto sia fastidioso un vento così impetuoso, su come scompigli abiti e capigliature, sollevi sabbia e foglie, provochi emicranie o altro di affine, rovini il clima estivo ancorché tanto afoso, eccetera.
Invece a me il vento piace. Al netto di eventuali deprecabili danni, è manifestazione della forza vitale della Terra, vibrante energia aerea, “detersivo” che linda oppure dinamizza il cielo e il paesaggio e fa danzare le chiome pur spoglie degli alberi – anche quando è breva, come oggi, che non di rado qui porta nuvole e pioggia. Sì, anch’io come Nietzsche (mi permetto l’accostamento blasfemo) mi sento a mio agio, per nulla infastidito anzi rallegrato, compiaciuto, in moto equilibrato e armonico con le folate.

Passerà poi, questo vento, tornerà la quiete in cielo e nel paesaggio ma quell’energia, almeno in parte, la conservo cercando di farla spirare, più o meno leggera, poco o tanto vibrante, ancora nell’animo, così che gli stessi effetti benefici si possano protrarre a lungo. E fino alla prossima giornata ventosa.

Land (&) Art #7

Sopra: Piero Manzoni, Achrome, 1958-1959, Collezione privata. Immagine tratta da qui.

Sotto: Ghiacciaio dell’Adamello, Effluenza del Mandrone, Lombardia/Trentino Alto Adige. Immagine tratta da Google Maps (e rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Meglio non parlarne più

[Daniil Charms dopo l’arresto del dicembre 1931. Foto di OGPU pri SNK SSSR, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

(Daniil Charms, Quaderno Azzurro, n. 10, 1937, traduzione di Rosanna Giaquinta; citato anche in Disastri, nella traduzione di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011, libro del quale vi dirò a breve.)

A me, questo fulminante brano di Charms mi fa venire in mente, chissà perché, il “giornalismo” nazional-popolare italiano. Perché ove Charms conclude che sia meglio non parlare più di un tale che non ha niente e dunque non fa capire di chi si sia parlando, il giornalismo italiano, spesso (?!), su certi individui che non offrono nulla di cui parlare ci costruisce sopra articoloni, editoriali, puntate televisive, talk show, gossip, esclusive, casi, sondaggi, retroscena, scoop, eccetera. È il giornalismo del niente e del nulla, che però da tutti i media racconta come se avesse tutto da dire.

Invece no. Per questo sarebbe meglio non parlasse più, ecco.