Contro chi vorrebbe distruggere l’incontaminato Vallone delle Cime Bianche

L’ho affermato tante volte che il Vallone delle Cime Bianche, tra la Val d’Ayas e la Valtournenche, uno degli ultimi territori in quota privi di antropizzazioni della Valle d’Aosta, è un luogo emblematico e di importanza fondamentale per le Alpi italiane, tanto dal punto di vista naturalistico quanto da quello culturale, e qui lo ribadisco di nuovo. Il progetto sostenuto dalla Regione Valle d’Aosta di piazzarci delle nuove mega-funivie per unire i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del MonteRosa Ski per mere ragioni commerciali e politiche – perché sarebbe un comprensorio sciisticamente privo di utilità e sostanzialmente non utilizzabile – non è solo devastante dal punto di vista paesaggistico e ambientale ma anche – ribadisco pure tale evidenza – da quello culturale, soggiogando un territorio oggi incontaminato e in quanto tale protetto dalle norme di tutela ambientale a una mera, bieca volontà di guadagno che se ne infischia sia del territorio e della sua integrità naturale, sia di ciò che in esso resterà alle future generazioni. Un meraviglioso vallone d’alta quota pieno di tralicci, cavi, tubazioni, infrastrutture accessorie… un danno inestimabile e, con tutta probabilità, permanente.

Il Vallone delle Cime Bianche ha bisogno di tutti noi che frequentiamo consapevolmente, rispettiamo e amiamo le montagne, per poter essere difeso e salvato dalle mire distruttive dei promotori del progetto funiviario e dalla loro insensibilità verso il luogo e il suo ambiente naturale. A partire da domani e dalla quinta edizione di “Una Salita per il Vallone in difesa delle Cime Bianche”, un evento ormai diventato imprescindibile – e ogni anno bellissimo – del quale trovate tutte le indicazioni utili nelle immagini qui sotto:

Quest’anno partecipare è ancora più importante, visto il momento difficile per il Vallone. Praticamente in chiusura di legislazione, la Regione Valle d’Aosta ha avviato l’iter autorizzatorio per la realizzazione del collegamento funiviario, al fine di stilare un accordo di programma per procedere e collaborare a opere di interesse pubblico.

In questo scenario, il Comitato “Insieme per Cime Bianche”, in base a quanto enunciato dalla legale Emanuela Beacco, audita in Consiglio Regionale il 6 maggio 2025, ribadisce una posizione chiarissima: no a qualsiasi progetto a danno del Vallone e della zona protetta che lo include. Siamo pronti a portare questa istanza in ogni sede, ove necessario, con il supporto di tutti.

Dunque, è fondamentale partecipare a “Una Salita per il Vallone”, per ribadire un messaggio chiaro a chi ancora brama questo mega-collegamento. Inoltre, è possibile partecipare alla raccolta fondi a supporto delle azioni del Comitato: le spese legali sono ingenti ma inevitabili, e oggi più che mai, una tutela legale efficace è ciò che può salvare il Vallone delle Cime Bianche. Ogni Euro donato oggi può fare la differenza nei giorni frenetici dei ricorsi, delle udienze!

Come scrivono i referenti del Comitato, siamo una grande cordata, e sicuri di potercela fare grazie a tutti, insieme, uniti. Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire alla causa di difesa del Vallone::

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che nel tempo ho dedicato al Vallone delle Cime Bianche.

Nutrirci di bellezza

[Il Monte Paterno e le Tre Cime di Lavaredo. Foto di Sebastian Knoll su Unsplash.]
Si discute spesso e a lungo dei numerosi problemi delle montagne, della salvaguardia dei suoi ambienti, della tutela dei paesaggi, del sostegno alle comunità, del contrasto a certi progetti assurdi eccetera, e ci si impegna di conseguenza a riflettere e elaborare soluzioni, idee, proposte, mozioni…

Poi io, a volte, mi fermo un attimo a pensare a tutto ciò e mi chiedo se il problema di fondo, il più grande, l’unico, sia che non siamo più capaci di nutrirci della bellezza delle montagne.

Molto semplicemente, altrettanto drammaticamente questo, e basta.

Lì c’è dentro tutto: la bellezza propriamente detta, la capacità di vivere in armonia con il territorio e l’ambiente naturale, la convivenza con le altre creature, la fonte primaria dell’identità e dell’alterità culturali, la coscienza di luogo, la relazione con il paesaggio e il senso dell’abitare, la manifestazione del Genius Loci, la consapevolezza del limite…

Tutto. Del quale però noi ormai sappiamo cogliere poco o nulla, privandoci dell’elemento fondamentale nell’interazione umana con le montagne. Alle quali riconosciamo solo una bellezza «da cartolina», come si diceva un tempo – «instagrammabile» si dice oggi – e ad essa non andiamo oltre. Ma questa in verità non è la “bellezza” delle montagne: è la semplice, futile, insensata proiezione dell’ego umano sulle morfologie montane.

Se invece sapessimo nutrirci di questa grande bellezza, appunto, molti di quei problemi, magari anche tutti – di sicuro la totalità dei suddetti progetti assurdi che ci tocca contrastare – e l’urgenza di dovervi elaborare delle buone risposte forse svanirebbero di colpo.

Scrivo forse, ma io ne sono convinto. Ecco.

[L’Alp Grindel, sopra Grindelwald, e l’Eiger. Foto di Frederik Mussler su Unsplash.]

Il consueto modus operandi che minaccia il Vallone delle Cime Bianche (e non solo)

Gli evidenti parallelismi che si colgono nelle vicende legate ai progetti di nuove infrastrutture sciistiche palesemente impattanti sui territori montani ai quali vengono imposte, denotano un modus operandi comune: il tirare avanti, il rifiuto di qualsiasi discussione e interlocuzione, il menefreghismo e la boria di chi ha deciso di avere comunque ragione.

Scrivevo di recente del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, chiaramente scriteriato e criticato da chiunque ma che i soggetti politici locali vogliono portare avanti in ogni modo. Ecco, lo stesso atteggiamento è tenuto in Valle d’Aosta da chi vuole imporre il disastroso progetto funiviario nell’incontaminato Vallone delle Cime Bianche, peraltro area variamente protetta: si tira avanti, ormai

La scelta politica è stata fatta.

Così hanno detto*. Come fosse un dogma indiscutibile, quando invece rappresenta una sconcertante, deleteria paranoia.

In entrambi i casi, come in altri simili in giro per le montagne italiane, allo stesso atteggiamento nella forma corrisponde un’identica sostanza di base: il nulla. Perché non ci sono reali motivazioni logiche, sensate, razionali e vantaggiose che giustifichino quei progetti, dunque ai loro proponenti non resta che imporli con la paranoica prepotenza di pensiero e d’azione, la fuga da qualsiasi interlocuzione con la società civile e con il menefreghismo nei confronti dei territori ai quali vengono imposti.

Un comportamento politico del genere renderebbe opinabile persino l’opera più virtuosa, figuriamoci un enorme impianto funiviario turisticamente inutile in un vallone di alta montagna di rara bellezza e ancora intatto!

Dunque, di nuovo e ancora più di prima: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, territorio iconico delle nostre Alpi e patrimonio naturale di valore inestimabile che tutti noi abbiamo il dovere di difendere per conservare il diritto di godere pienamente della sua incontaminata bellezza!

Per contribuire concretamente alla difesa del Vallone, potete:

*: se il link al video (di Facebook) non funziona, cliccate qui.

Ma la Val Viola è veramente “viola”?

[Una bellissima immagine della Val Cantone di Dosdé, laterale della Val Viola. Foto di Francesco Dondi su Unsplash.]

Alle sette e quindici scendiamo le gande verso Val Dosdé. Qua e là appaiono le corolle dorate del papavero alpino. Sopra di noi il Corno di Dosdé, si rizza in una nuovissima forma che ricorda uno degli aspetti del Cervino. Alla Baita del Pastore entriamo in uno splendore di pascoli e fiori; in una musica di campanelle di vacche. Davanti a noi si profila sul cielo di un azzurro intenso, la cima di Foscagno. Passate le baite di Dosdé, valichiamo il Viola su di un ponticello di legno e facciamo il nostro primo title in mezzo alla valle, in un boschetto di larici. Da questo punto, lo sfondo della valle di Dosdé sarebbe degno del pennello di un Segantini: sopra i pascoli di una calda tinta verde e giallo d’oro, si eleva la vedretta di Dosdé luccicante sotto i raggi del sole, incorniciata dalle eleganti punte che vanno dal Pizzo di Dosdé alle Cime di Viola. Nessun panorama delle Alpi è più artistico di questo. Sulla nostra destra, il panorama è completato dall’imponente parete nera del Corno di Dosdé e dalle Cime di Campo. Passiamo là quaranta minuti, sognando, come direbbe Flaubert, le innumerevoli esistenze sparse intorno a noi, gli insetti che ronzano, le sorgenti nascoste sotto l’erba, la linfa che scorre nelle piante, gli uccelli nei loro nidi, tutta la natura, senza cercare di scoprirne i misteri, sedotti dalla sua forza, perduti nella sua grandezza.

Così, nel 1906, Bruno Galli Valerio nel suo Cols et Sommets. Ascensions et traversées dans les Alpes de la Valtine, des Grisons et du Tyrol (uscito nel 1912; l’edizione italiana è Punte e passi, pubblicata da Bettini Editore di Sondrio nel 1998 a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci), descrive in maniera mirabile la Val Viola[1], una delle più belle e celebrate valli delle Alpi lombarde (e non solo), che sicuramente molti frequentatori delle montagne avranno visitato almeno una volta restando incantati dal grandioso fascino alpestre del suo territorio.

Ma perché si chiama così, la Val Viola? Per una particolare presenza di infiorescenze violacee? Perché come le Dolomiti al tramonto si tingono di rosa, le vette della valle si colorano di viola? O forse perché è dedicata a Viola, uno dei personaggi della commedia La dodicesima notte di Shakespeare?

Be’, niente di tutto ciò nonché di attinente al colore viola. Semmai è un altro il “colore” che c’entra con la valle.

[La Val Viola vista dai prati della località Stagimel. Immagine tratta da www.valdidentroturismo.it.]
Infatti Val Viola significherebbe «valle bianca» in forza di una possibile interpretazione dell’antica grafia del toponimo, Albiola, che deriverebbe dall’aggettivo latino albus, «bianco», con riferimento assai probabile e intuibile ai vasti ghiacciai che un tempo caratterizzavano la testata della valle e soprattutto il ramo che prende il nome di Val Cantone di Dosdé. A tal proposito così scrive nel 1540 il famoso artista fiorentino Benvenuto Cellini, in viaggio dall’Italia verso Parigi: «Presi il cammino per terra di Grigioni, perché altro cammino non era sicuro rispetto alle guerre. Passammo le montagne dell’Alba e della Berlina. Era agli otto di Maggio ed era neve grandissima». Le «montagne dell’Alba» non hanno nulla a che vedere con il sorgere del Sole ma sono proprio quelle della “Valle Albiola”, la Val Viola, mentre ovviamente con «Berlina» Cellini intende il Passo del Bernina. Peraltro quelle di Val Viola sarebbero semmai “montagne del tramonto”, dato che la valle è rivolta verso ovest-sud ovest e dunque vede per buona parte dell’anno il Sole non sorgere ma scendere oltre la sua articolata testata.

Un’altra ipotesi farebbe invece derivare il toponimo Albiola da alveolus, «piccolo alveo», con possibile riferimento ad alcuni inghiottitoi del torrente Viola Bormina. Tuttavia resta all’apparenza più logica, oltre che sicuramente più suggestiva, l’ipotesi legata al colore bianco della neve e dei ghiacci.

Ghiacciai di Val Viola che con la crisi climatica in corso sono purtroppo in rapido svanimento, cambiando in maniera evidente l’aspetto geografico e paesaggistico della valle, dunque anche la percezione culturale che il visitatore può elaborare del suo territorio (e la conseguente relazione antropologica). Il confronto tra la raffigurazione della cartografia svizzera di esattamente un secolo fa (1925) e lo stato più o meno attuale rilevato nelle immagini satellitari di Google Maps è significativo e desolante:

Gli apparati glaciali della valle stanno diventando sempre più piccoli e grigi, anche perché sovente ricoperti da detrito, i cordoni morenici ormai vuoti si fanno evidenti testimoniando l’estensione delle ultime avanzate delle fronti, altri ghiacciai minori si rintanano sui versanti sommitali ombrosi delle vette nel tentativo di sopravvivere mentre a valle si scorgono facilmente i rock glacier che si ampliano viepiù. La Val Viola da Albiola, la «valle bianca», diventa sempre più verde e grigia: a breve rimarrà solo il toponimo a raccontare una storia che ci sta letteralmente svanendo da sotto i piedi ma la cui memoria resterà referenziale e identitaria riguardo la grande bellezza e le straordinarie valenze naturali e paesaggistiche della valle. «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi», ha scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, e a ragione: il “luogo-Val Viola” resta e resterà sempre in tutta la sua mirabile bellezza, tale soprattutto per chi avrà l’attenzione e la sensibilità di coglierla pienamente “ascoltando” le storie che il suo paesaggio è in grado di narrare a chiunque lo visiterà per chissà ancora quanto tempo, avendone la massima cura.

N.B.: per saperne di più sulla Val Viola, dovete assolutamente leggere la pagina ad essa dedicata nel sito www.paesidivaltellina.eu, vera e propria enciclopedia sulla Valtellina e la Valchiavenna curata da Massimo Dei Cas al quale va un imperituro applauso per il lavoro svolto al riguardo.

* * *

[1] Per la precisione, la valle così abitualmente conosciuta e frequentata dai gitanti italiani è la Val Viola Bormina, il cui toponimo ne denota la vicinanza alla conca di Bormio; anche quella che discende oltre il Pass da Val Viola il confine in territorio svizzero si chiama allo stesso modo, ma è meno sviluppata dal momento che poco dopo si configura come una diramazione laterale della Val da Camp, il solco principale che poi sbocca nella Val Poschiavo.

Anche a Brescia da domani si vedrà bene il Vallone delle Cime Bianche in tutta la sua bellezza!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.%5D
Mi rende sempre felice leggere di nuove serate dedicate al Vallone delle Cime Bianche, l’«ultimo vallone selvaggio» delle Alpi valdostane, e alla battaglia in sua difesa rispetto ai progetti funiviari e sciistici che lo devasterebbero, degradando un luogo tra i più straordinari delle Alpi occidentali assoggettandolo al business dell’industria dello sci – come se già non ce ne fossero a sufficienza di grandi comprensori sciistici a fronte di un mercato che da anni è considerato “maturo” e non cresce, mentre aumenta sempre più la richiesta dei vacanzieri montani di un turismo lento e sostenibile grazie al quale godere ben più profondamente della bellezza alpina e di luoghi più unici che rari come il Vallone.

Questa volta saranno gli amici del CAI di Brescia a poter scoprire e conoscere il mirabile fascino alpestre del Vallone delle Cime Bianche e ad approfondire le informazioni sul pericolo che sta correndo, grazie ai cari amici Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, infaticabili promotori del comitato “Insieme per Cime Bianche” e fautori del progetto fotografico indipendente “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” dal quale è nata la battaglia in corso.

L’ingresso e la partecipazione saranno, come sempre, liberi e assolutamente gratuiti. Nonché importantissimi, aggiungo.

Si tratterà della ventisettesima serata del progetto: tante, ma in realtà ancora poche, perché il Vallone delle Cime Bianche merita la conoscenza più ampia e diffusa nonché l’appoggio alla sua difesa di sempre più amici della montagna. Dunque, cento e più ancora di queste serate, e lunga vita al Vallone!

Per contribuire sempre e comunque alla difesa del Vallone: