La montagna in agonia?

[Photo by Emma Paillex on Unsplash.]

Imbufaliti anche in Valmalenco per questo nuovo stop. «Non è una questione di chiusura di impianti di risalita – afferma Roberto Pinna, direttore del Consorzio turistico Valmalenco e Sondrio – ma di una lenta agonia dei territori montani.» (Da “La Provincia di Sondrio” del 15 febbraio 2021.)

Torno su un tema verso il quale sono particolarmente attento per affermare che, senza dubbio, le rimostranze dei gestori dei comprensori sciistici, a fronte della (a dir poco) disordinata gestione “politica” delle chiusure di impianti e piste (anche in confronto ad altri assembramenti parimenti inaccettabili, se si resta alle indicazioni istituzionali, come quelli dei centri pedonali delle città, domenica scorsa invasi di gente come e peggio che una pista da sci – qui un esempio al riguardo) sono ben comprensibili, a questo punto delle cose.

D’altro canto, tuttavia, certi “industriali dello sci” come quello protagonista della citazione qui sopra si contraddistinguono nuovamente per una assai fosca (nel senso di bieca e pure di miope) mentalità imprenditoriale, riproponendo argomenti che provengono, negli evidenti principi di fondo, da una realtà turistica di decenni addietro. Ribadisco: se nella situazione attuale le tante proteste dei gestori degli impianti per certi aspetti sono senza dubbio comprensibili (e lo dico io che non sono affatto un sostenitore, nel presente e per il futuro, di questo tipo di turismo invernale), il citato personaggio strumentalizza di nuovo la questione cercando di ribaltarne i termini e sostenendo, in pratica, che senza impianti e sci su pista la montagna “muore”.

Peccato che è proprio un modo di pensare del genere, tipico di chi si disinteressi alla storica, concreta e autentica realtà delle zone montane sopravanzandovi i propri interessi di parte, a soffocare la montagna da tempo: l’agonia citata è in molti casi cagionata anche, se non soprattutto, dalla distorta visione imprenditoriale imposta ai territori montani (e ad essi ormai sostanzialmente avulsa) dagli esercenti degli impianti a fune e dal contorno politico sovente pressoché privo di visione culturale, oltre che amministrativa e economica. In verità, se di “agonia” c’è da discutere, è palesemente l’industria dello sci ad esserlo, così pervicacemente legata ai modelli di sviluppo turistico degli anni ‘70/’80 del secolo scorso, del tutto superati e sostanzialmente falliti, e incapace di rinnovarli (e rinnovarsi) restando in relazione con la realtà-di-fatto montana – economica, sociale, culturale, ambientale, climatica – attuale e futura.

Da tale punto di vista – anzi, da quello opposto, mi viene da dire – la pandemia in corso sta facendo capire molte cose, non solo potenzialmente, su come dovrebbe e potrebbe rinascere la montagna ove finalmente svincolata, ovvero non più tanto sottomessa e dipendente, dal solo turismo dello sci su pista: un nuovo modus operandi che già tanti stanno indicando e sul quale si sta disquisendo sempre di più (cito ad esempio, tra i tanti, il numero 107 del newsmagazine dell’associazione Dislivelli, significativamente intitolato “Non di sola pista”, oppure l’ultimo numero di “Montagne360”, il mensile del Club Alpino Italiano, dedicato alle strategie di sviluppo turistico sostenibile per superare la “monocultura” dello sci alpino).

Tutto questo, nonostante ciò che alcuni dei rappresentanti del relativo comparto turistico come il citato Roberto Pinna sostengono, appunto. Anzi: tutto questo proprio in forza di quanto essi sostengano e che in generale dimostra bene, purtroppo, come il rapporto tra turismo dello sci e territori di montagna sia diventato spesso viepiù antitetico e non equilibrato come ormai oggi, nel 2021, con tutte le esperienze acquisite negli anni scorsi, dovrebbe essere.

E la “Biblioteca Nazionale dell’Inedito”?

Che poi sarebbe un “peccato” se dovesse cadere il Governo, laggiù in Italia. Sì, perché, se ciò accadesse, forse non si potrebbe più portare avanti il meravigliosissimo progetto del suo attuale Ministro per i beni e le attività culturali lì sopra esplicato dallo stesso alla sua intuizione, nel 2015 (cliccateci sopra per una più approfondita analisi).

Un’idea proprio geniale, sì, veramente degna dei migliori sketch dei Monty Python – avete presente il sublime The Ministry of Silly Walks? Be’, qui abbiamo The Ministry of Silly Ideas, già (e non solo quel ministero, peraltro). Un’idea il cui principio di fondo più o meno equivale all’andare su una montagna con ai piedi sci e scarponi dove non ci sono funivie e piste, o a raccogliere in un museo le testimonianze dei prodigi compiuti grazie ai talismani venduti da Vanna Marchi e dal Mago do Nascimento, oppure…. Ecco, oppure a far votare e approvare leggi a parlamentari mai eletti in Parlamento – il che, viste le così amene trovate che sovente quelli effettivamente eletti pensano e attuano, forse non sarebbe una cosa così dannosa e fuori luogo come si potrebbe ritenere.

D’altro canto, in base al principio (uguale e) opposto, ho fiducia che qualsiasi futuro governo italiano saprà stupire il mondo con ulteriori e ancor più strabiliantissime trovate – ne avrà certamente le “capacità”, senza dubbio. Che so, un archivio nazionale dei manoscritti non ancora scritti, ad esempio, o una cineteca delle parti tagliate dei lungometraggi girati da registi che non sanno ancora utilizzare una machina da presa, ecco. In fondo la creatività italiana non ha limiti, no?

In banca

Esco dall’ortolano e incrocio il mio amico Robezio. Mi dice che deve andare in banca, una cosa veloce, se lo accompagno poi possiamo andare a berci una birra insieme. Ok, gli dico, non ho altro da fare, lo accompagno.
Entriamo nella filiale, ci mettiamo in fila allo sportello e, dopo qualche attimo, un individuo col volto coperto da un passamontagna si fionda dentro, brandendo una pistola e urlando: «Fermi tutti! Questa è una rapina!»
Tutti i presenti restano impietriti, il terrore negli occhi. Cala un silenzio di tomba.
«Sì, avete capito bene. Questa è una rapina!» ripete il ladro.
«Aehm…» faccio io.
Ladro: «Che vuoi, tu?»
Tizio: «Veramente quella è una pistola.»
Ladro: «Uh?»
Tizio: «Sì… quella che ha in mano… si chiama pistola, non “rapina”.»
Robezio: «Uff… il tuo solito vizio di correggere le persone quando sbagliano qualche parola!»
Tizio: «Lo sai che ci tengo.»
Robezio: «Magari s’è solo confuso.»
Ladro: «Piantatela subito, voi due!»
Tizio: «Ok, ok. Ma sa, lo dico anche per lei. Ecco, guardi…» (Frugo nella borsa della spesa.)
Ladro: «Che cazzo stai facendo?»
Tizio: «Tranquillo, niente paura… un attimo che… ah, ecco qui. Questa, semmai, può essere definitiva una rapina
Robezio: «Ah, hai comprato le rape, lì dall’ortolano? A me non piacciono molto.»
Tizio: «Voglio provare a farci un risotto. Mi hanno detto che è buono, soprattutto se ci aggiungi del pecorino oppure del…»
Ladro: «Piantatela, stronzi! O vi faccio saltare le cervella!»
Robezio: «Oh, ecco, quelle mi piacciono. Saltate in padella o fritte, ancora meglio!»
Tizio: «Ma no, per carità! Mi fanno impressione, non le mangerei mai.»
Robezio: «Bah, basta cambiare il nome del piatto, nemmeno te ne accorgi.»
Tizio: «Un po’ come chiamare “rapina” una pistola, no?»
Robezio: «Ahahah, già!»
Ladro: «Bastaaaaa!!! Lo volete capire?! Questa è una rapina!»
Tizio: «Ancora? No, mi scusi… adesso le spiego meglio. Uhm… Ehi, guardate laggiù!»
Robezio: «Cosa?»
Ladro: «Eh?!»
(Sfluff!)
Tizio: «Ecco qui!»
Ladro: «Ehi! Ridammi subito il mio portafoglio!»
Tizio: «Appunto. Questa è una rapina.»
Ladro: «Bastardo d’un ladro!»
Tizio: «Uh-oh, senti chi parla!»
Robezio: «Comunque sarebbe più un furto con destrezza, che una “rapina”.»
Tizio: «Ah, e poi sarei io quello col vizio di correggere gli altri?»
Ladro: «Ora basta! Mi sono stufato di voi! Per chi m’avete preso, per un pivello del crimine? Ho fatto colpi sensazionali, io. Spazzolando un sacco di soldi.»
Da dietro lo sportello spunta un tipo in doppiopetto, grassottello, che con fare servile e giungendo le mani come se pregasse dice: «Aaah, be’, ma se la mettiamo così… mi perdoni, signore, in qualità di direttore di questa filiale le potrei proporre la custodia delle sue ingenti sostanze presso la nostra banca, a condizioni assolutamente vantaggiose.»
Tizio: «Per carità! Mi ascolti…» sussurro al ladro, «non si fidi dei banchieri, questi sì che possono essere dei gran ladri!»
Ladro: «Quali condizioni, scusi?»
Direttore: «Uhm… potrei concederle l’1% sui depositi su un conto corrente con movimenti gratuiti… e, beh, al costo mensile di soli 200 Euro.»
Ladro: «Cosa?! Ma questa è una rapina!»
Robezio: «Un furto bello e buono!»
Tizio: «Visto, che le dicevo? Sono dei ladri, i banchieri.»
D’improvviso fa irruzione nella filiale un gruppo di agenti delle Forze dell’Ordine, uno dei quali intima: «Signori, restate tutti quanti fermi! Siamo stati chiamati in base alla segnalazione di una rapina in corso in questa banca… chi è il ladro?»
Ladro, Tizio, Robezio: «LUI!»
Direttore: «Uh?! Io? Ma che dite? No, aspettate… c’è un equivoco…»
Tizio: «Equivoco? No, guardi, quelle vostre condizioni sono veramente inequivocabili
Direttore: «No, aspettate… aspettate!» Gli agenti ammanettano e portano via il direttore della filiale nel mentre che, tra il sollievo generale dei presenti e nella conseguente confusa distensione, il ladro fugge via.
Tizio: «Ehi! Aspetti! Ho qui ancora il suo portafoglio!»
Robezio: «Gli hai fregato il portafoglio? Sei un ladro!»
Tizio: «Io? Che vuoi da me? Era solo una dimostrazione del significato di… di come… bah, lascia stare. Forza, andiamo a consegnare il portafoglio alla Polizia. Anzi, un attimo… e quello che dovevi fare qui?»
Robezio: «Mmm… fa nulla. Credo che cambierò banca.»
Tizio: «Ah, ok. Ti capisco. Magari cambi pure idea sulle rape.»
Robezio: «E tu sulle cervella fritte.»
Tizio: «Sticazzi! Mi fanno schifo, inesorabilmente.»
Robezio: «Tsk, non capisci nulla.»
Tizio: «Mappiantala!»

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L’unico (buon) senso del Natale, alla fine

P.S. – Pre Scriptum: questo è un articolo che pubblicai qui già due anni fa ma che in fondo mi pare dotato di valore imperituro. Anche nel mondo attuale, sì, seppur così stravolto dalla pandemia in corso – o forse anche di più, proprio per tale motivo.

Se “Natale” dev’essere, almeno che lo sia nel senso più alto (e forse unico) possibile: fate pure regali a destra e a manca, spendete ciò che volete ma, per quanto vi è possibile, donate qualcosa a chi è meno fortunato, a chi soffre, a chi una sorte avversa sta imponendo disagi e sofferenze. Un dono materiale o immateriale, un po’ del vostro tempo e della vostra considerazione, la solidarietà tra esseri umani – alla fine, ricchi o poveri, fortunati o meno, quello siamo e quello restiamo, tutti quanti indistintamente – quella semplice tanto quanto fondamentale vicinanza che può far sentire ogni individuo, anche il più solitario, parte di una vera, solidale, rispettosa, evoluta civiltà. Peraltro, inutile dirlo, di occasioni per donare ovvero di situazioni di difficoltà ce ne sono fin troppe in questo nostro mondo: un mondo che spesso crediamo tanto bello, avanzato e ricco di tante cose ma non dell’elemento più importante di tutti, di umanità.

Sarà forse retorico e banale dire che la fortuna che oggi arride a qualcuno domani può improvvisamente svanire tramutandosi in sventura oppure, in modo ancor più vernacolare, che la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo. Ma, posto ciò, e se è vero come è vero che la base etica di ogni società, a prescindere dal grado di coesione tra i suoi membri, è data anche dalla reciprocità solidale e dal mutuo sostegno, il migliore e più fruttuoso modus vivendi di cui ci si può rendere protagonisti, soprattutto quando fortunati nella propria quotidianità, è quello che non dimentica mai di donare a chi così fortunato non è. In primis, perché un dono del genere rappresenta un regalo a se stessi; secondo, perché donare in questo modo migliora la società e una società migliore per quei doni assicura la mutualità. Oggi a te e domani a me, insomma; e se domani a me non serve tanto meglio, in fondo lo scopo primario e morale del donare è nel donare stesso, più che nel dono. È così, ben più che in qualsiasi altro modo, che il “Natale” può tener fede alla sua etimo: una nascita, o ri-nascita, di autentica e civile umanità.

Ecco, ci tenevo a dirlo, per quel che possa contare che io lo dica.

Affinché nevichi

[Foto di Federico Bottos da Unsplash.]
Be’, direi proprio che, riguardo quanto scrivevo qui in tema di condizioni meteoclimatiche favorevoli e lockdown, siamo di fronte a un’altra palese conferma di una potenziale nuova Legge di Murphy dell’era-Covid, ovvero di un suo corollario invernale che più o meno potrebbe suonare così:

Se si vuole che nevichi in montagna come raramente accade, si chiudano per decreto impianti e piste da sci.

Posto che il suo contrario – qualcosa come «Aprite i comprensori sciistici e non nevicherà per quasi tutto l’inverno» – è a sua volta una legge del tutto assodata, che rappresenta emblematicamente la realtà climatico-economica di tante stazioni sciistiche alpine. D’altro canto da qui al 6 gennaio, giorno in cui salvo nuovi decreti le piste da sci potranno riaprire, non è detto che un caldo inopinato non sciolga gran parte della neve caduta in queste ultime ore. Dacché i Dpcm cambiano quasi giornalmente ma pure l’andamento climatico degli ultimi anni non scherza affatto in quanto a cambiamenti fuori dall’ordinario!

Insomma: verrebbe quasi da chiedersi se non sia che, per ripristinare un clima più normale in montagna, si debba sul serio chiudere i comprensori sciistici e trasformarli in località nelle quali praticare tutte le altre attività alpine “non meccanizzate”. Bisognerebbe proprio chiederselo, già.