Cambierà qualcosa sulle Alpi, dopo il Covid?

[Foto di Nigel Tadyanehondo da Unsplash.]

[…] La pandemia ha messo in evidenza il raggiungimento di un punto di svolta che apre nuove opportunità nel turismo, nella protezione della natura e nei trasporti. Sono in molti ad avere scoperto la bellezza della natura nei loro immediati dintorni e ad avervi trascorso più tempo. Le destinazioni turistiche vicine alla natura ne hanno beneficiato, dovendo tuttavia affrontare conflitti d’uso e una sempre maggiore pressione sugli spazi naturali. Durante le fasi di lockdown, molti hanno dedicato maggiore attenzione alla propria dieta e all’importanza dei cibi regionali e stagionali, altri invece si sono visti confrontati con prospettive future incerte o addirittura con una minaccia della propria esistenza. La chiusura delle frontiere tra stati nazionali, regioni e comuni ha creato un fenomeno insolito nei villaggi alpini, lungo l’autostrada del Brennero e nei corridoi aerei: il silenzio. Improvvisamente, la gente si è resa conto come potrebbe essere la vita senza il rumore costante e i gas di scarico. Katharina Conradin, presidente della CIPRA Internazionale, è contenta che i temi della sostenibilità siano usciti «dall’angolo verde» e siano stati ampiamente discussi in pubblico. Ma secondo Conradin, la domanda più importante deve ancora emergere: «Vogliamo tornare al vecchio? O vogliamo invece cogliere le opportunità offerte da questo (non pianificato) nuovo inizio?» […]

(Tratto da Veronika Hribernik, Società alpina ad un punto di svolta, articolo pubblicato il 12/05/2021 su cipra.org; qui lo potete leggere nella sua interezza. Nota bene: l’articolo fa riferimento diretto alla regione alpina, in forza della mission della CIPRA, ma senza dubbio la questione è valida e importante per qualsiasi altro spazio abitato, antropizzato tanto o poco che sia.)

Philip Dröge, “Terra di nessuno”

Leggo il giorno stesso in cui scrivo queste mie parole una notizia assai curiosa: un contadino ha rischiato di far scoppiare un piccolo caso diplomatico tra Belgio e Francia dopo aver inavvertitamente spostato il confine tra le due nazioni, ingrandendo la prima e rimpicciolendo la seconda, seppur di un’inezia. In poche parole, un appassionato di storia locale si è accorto che la pietra che segna la frontiera tra i due stati era stata spostata di 2,29 metri. Si è così appurato che un tale “atto sovversivo” è stato opera di un agricoltore belga che, trovato il piccolo monolite (che stava in quel punto da oltre due secoli – riporta la data “1819”) sul cammino del suo trattore, lo ha spostato all’interno del territorio francese. Ora il contadino – conclude l’articolo che ho letto – dovrà rimettere a posto la pietra di confine: se non dovesse farlo rischierebbe un’accusa penale e che la vicenda finisca davanti alla commissione di frontiera franco-belga, che non è stata più interpellata dal 1930.

Per una coincidenza altrettanto curiosa presso un confine relativamente vicino, quello oggi posto tra Belgio e Germania, un tempo tra Paesi Bassi e Prussia, è andata in scena qualcosa di simile, solo su scala un po’ più grande (ma nemmeno troppo) e in forza di quel paradosso geografico, politico e soprattutto culturale intrinseco al concetto cartesiano di “confine” in uso nel nostro mondo da tre secoli circa a questa parte, quando i poteri dominanti del tempo stabilirono di determinare l’estensione dei propri regni o stati in base a criteri meramente politici, rendendo più identificati i relativi territori ma al contempo spezzando relazioni sociali, etniche e culturali vive in essi da secoli, pratica che di frequente è stata poi alla base di numerosi conflitti bellici. Quella vicenda è narrata dallo scrittore e giornalista olandese Philip Dröge in Terra di nessuno (Keller Editore, 2020, traduzione di Andrea Costa; orig. Moresnet, 2016) e racconta la storia del Moresnet neutrale, pseudo-staterello di nemmeno 4 km quadrati che nacque a seguito del riordino geopolitico europeo scaturito dal Congresso di Vienna del 1815 in forza, sostanzialmente di un errore []

[Il Moresnet Neutrale in una cartolina nel 1900. Fonte dell’immagine: qui.]
(Leggete la recensione completa di Terra di Nessuno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Più di un cavallo

Per i libri di cucina o sulla cucina, forse più che per qualunque altro, vale la sentenza di Plinio il Giovane: «Non c’è nessun libro così cattivo che non abbia in sé qualcosa di buono.» Se ne scrivono tanti che è ormai quasi impossibile trovare un titolo per ognuno. Già il primo di questi libri, quello del siciliano Archestrato, li aveva praticamente esauriti perché, come dice Ateneo, era intitolato, secondo Crisippo, La gastronomia, secondo Linceo e Callimaco, La buona tavola, secondo Clearco, L’arte di cucinare e, secondo altri, La cucina.
Ma nei periodi di decadenza il culto della cucina diventa eccessivo. Plinio lamentava che un cuoco costasse più di un cavallo. «Clitone» scrisse La Bruyère «ebbe in vita due sole occupazioni: desinare la mattina, cenare la sera».

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)

Una zuppa repellente

Era una bella giornata di primavera, il cielo, come dice Ferravilla, era del colore della cartasciuga. Faceva caldo, sembrava di essere laggiù… a Mérida, nello Yucatán (Messico). Mi feci portare ai Dos Tulipancitos, il ristorante migliore, specialità la sopa de lima, la zuppa di lima, squisita, leggera, bella da vedere e, benché calda, perfetta anche col calore dei tropici. La lima è un limoncino tropicale, perfettamente rotondo e grande come una pallina da golf, color verde-rana, sugoso, di sapore diverso da quello del limone. Lima, plurale lime, è la voce italiana per lo spagnolo lima, plurale limas e l’inglese lime, plurale limes. Essendo il primo significato di lima (e quasi sempre l’unico sul dizionario) quello del noto utensile di acciaio, l’idea di una zuppa di lime è, al primo momento, di una assurdità repellente. Sarebbe più logico se la lima si chiamasse limo, così il limone diventerebbe quello che in pratica è già: un grosso limo.

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)

 

Land (&) Art, #2

Qualche post fa citavo Honoré de Balzac il quale, nelle Illusioni perdute, scrive «Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.» e intorno a tale affermazione riflettevo su come, intendendo il rapporto tra “arte” e Natura come il risultato dell’opera di trasformazione antropica virtuosa del territorio naturale, le parole di Balzac siano interpretabili anche in relazione a quell’attività umana che, a suo modo, può essere considerata un’opera d’arte la quale, come l’arte propriamente detta, parimenti soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene nell’ambito dal quale si effonde, cioè proprio nel paesaggio naturale. Una sorta di land art funzionale e territorializzante, insomma, che conserva pure elementi estetici quantunque non espressamente ricercati – ma per certi versi inevitabilmente conseguiti, proprio in forza dell’armoniosità di quell’opera.

Ma le parole di Balzac valgono anche nel senso opposto, ovvero nei casi in cui l’arte diventa “natura concentrata” dacché condensa, in elaborati di matrice e valore artistici opera dell’ingegno e della manualità umana, quanto si può riscontrare di supremo nello spazio naturale. Ed è veramente divertente ricercare e alquanto sorprendente riscontrare, sulle mappe satellitari on line, la notevole somiglianza non solo di territori modificati dal lavoro dell’uomo ma pure di alcuni luoghi naturali – dunque privi di interventi umani – con certe opere d’arte, massime espressioni del lavoro dell’uomo. O forse potrei scrivere anche il contrario: riguardo quanto certe opere d’arte assomiglino e raffigurino, in modi non di rado casuali, luoghi naturali. La cosa è reciproca, in effetti. Date un occhio qui, ad esempio (e ne proporrò altri, nei prossimi giorni):

[Alberto Burri, Grande Cretto di Gibellina, 1984-2015. Immagine tratta da Google Maps.]
[Ghiacciaio del Morteratsch, Cantone dei Grigioni, Svizzera. Immagine tratta da Google Maps.]
Alla fine, tornando a Balzac, viene da pensare che l’arte sia tale, nel suo valore assoluto per la cultura umana e per la sua civiltà, proprio perché opera umana in qualche modo scaturente dalla Natura e capace di concentrarne il valore assoluto sovrumano che noi tutti abbiamo a disposizione. Parimenti, quando l’opera umana sa concentrare i modelli virtuosi che possiamo riscontrare in Natura, diventa a sua volta arte. Nel senso più pieno e importante del termine – dacché rilevante per tutti noi che della Natura siamo ineludibile parte.

N.B.: se volete cimentarvi anche voi, nella ricerca sul web di luoghi piò o meno antropizzati che assomiglino a opere d’arte, siete più che benvenuti!