Quando l’uomo sa(peva) dialogare con il territorio

L’immagine che vedete qui sopra, tratta da una vecchia pubblicazione del Touring Club Italiano (degli anni Sessanta del Novecento, probabilmente) mostra l’abitato di Dosoledo, una frazione del comune di Comelico Superiore, in provincia di Belluno. Come rimarca l’amico Angelo Borroni, che me l’ha inviata a seguito di una mia disquisizione sul paesaggio montano antropizzato, è un’immagine meravigliosa per come mostri le funzioni urbane dell’abitato perfettamente allineate alla morfologia del territorio e in armonia con il paesaggio alla cui elaborazione equilibrata contribuiscono: la linea dei fienili, il villaggio abitativo, i prati e le strutture di supporto alle attività rurali, la fascia boschiva a proteggere le case. Un’immagine che rappresenta una emblematica lezione di paesaggio antropizzato che Angelo, ex docente della Statale di Milano, ha mostrato per decenni ai propri studenti, e che racconta di un rapporto equilibrato e consapevole degli abitanti del posto con le proprie montagne, pur al netto delle criticità quotidiane che certamente la vita lassù comportava.

L’ordine urbanistico di Dosoledo manifesta il dialogo attivo tra il territorio e i suoi abitanti, la capacità di lettura delle sue morfologie, la comprensione – consapevole o innata – della geografia locale, la percezione che un territorio ordinato nel quale ogni elemento antropico deve trovare un legame non solo funzionale con quelli naturali e ambientali è la base per uno sviluppo equilibrato del territorio stesso e per la migliore abitabilità e vivibilità possibile, oltre che per la sua tutela non tanto in senso ambientale quanto più realmente ecologico, di ecosistema del quale si è parte ineludibile e quindi alla cui buona salute generale bisogna concorrere.

Ogni volta in cui invece il dialogo tra territorio e abitanti si è rotto, o è stato interrotto da elementi esterni alla dimensione locale al fine di imporvi meri soliloqui per i quali la voce dei luoghi e dei territori locali dava solo fastidio, ne è scaturito un gran disordine urbanistico e una disarmonia paesaggistica che inevitabilmente ha finito per alterare tanto i luoghi quanto la loro abitabilità. Ciò è accaduto quando alla percezione sostanzialmente ecologica del territorio si è sostituita la concezione esclusivamente economica dello stesso, alienata dai fattori locali e d’altro canto incapace di coglierne il valore specifico.

Di esempi al riguardo ce ne sono fin troppi sulle nostre montagne; ad esempio l’immagine sottostante di Foppolo, località il cui territorio è stato totalmente asservito all’economia turistico-sciistica e soggiogato al suo soliloquio, mostra bene quale caos urbanistico ciò abbia generato e quale conseguente degrado del paesaggio locale:

Tanti palazzoni, esteticamente discutibili, che sembrano buttati a casi nel territorio, senza nessuna programmazione urbanistica e tanto meno senza alcuna attenzione all’armonia con le forme del paesaggio circostante, la cui unica funzionalità è palesemente quella di mettere a valore la porzione di terreno occupata sfruttandola il più possibile, giammai di abbellirlo in modo organico con le altre costruzioni. Una totale assenza di dialogo con il territorio, insomma: nemmeno ricercato, rifiutato da subito perché fastidioso e inutile, con il risultato di un luogo alieno e alienante, estraneo, incongruo, brutto in mezzo a bellissime montagne.

Ma, lo ripeto, di esempi simili a quello di Foppolo, e pure di peggiori, ce ne sono a iosa sulle montagne italiane.

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Chèi da Dudlè (Quelli da Dosoledo)”, mentre quella sopra è di Google Earth.]
Nota finale, sospesa tra il bene e il male: come mostrano le immagini recenti soprastanti Dosoledo è rimasto pressoché uguale a come venne raffigurato nell’immagine del Touring Club inviatami da Angelo Borroni, e infatti è considerato uno dei più bei villaggi di montagna del bellunese. Certo i pascoli alle spalle del nucleo abitato hanno subito un parziale rimboschimento rispetto all’ampiezza di un tempo, ma nel complesso l’equilibrio paesaggistico locale si è preservato.

Tuttavia Padola, altra località del comune di Comelico Superiore posta proprio di fronte a Dosoledo, è coinvolta nel famigerato progetto di collegamento sciistico con la Val Pusteria e con il Dolomiti SuperSki: un’idea di turistificazione pesante del territorio insensata sotto molti punti di vista, come ho denunciato qualche tempo fa in questo articolo e in quest’altro precedente, che certamente avrebbe effetti deleteri anche sul paesaggio di Dosoledo. C’è solo da sperare che quel progetto, evidente risultato della totale mancanza di dialogo con il territorio locale ovvero di una sua concezione esclusivamente economica e speculativa, resti sulla carta, e che l’armonia paesaggistica di Dosoledo porti altrettanta armonia mentale e culturale in chi governa le sorti del suo meraviglioso territorio.

Stipendi che calano, skipass che aumentano e lo sci in un cul-de-sac

[Foto di Helena Volpi da Pixabay.]
A chi si occupa come me di montagna, dunque anche della sua frequentazione turistica in questi tempi difficili, viene inevitabile mettere a confronto le notizie che raccontano di come i redditi medi italiani (con il relativo potere d’acquisto) siano gli unici in Europa, insieme a quelli della Grecia, a essere diminuiti negli ultimi vent’anni (del 3,9%), e quelle che rimarcano i continui aumenti dei prezzi delle vacanze in montagna: ad esempio – visto che è appena cominciata la nuova stagione sciistica – quelli degli skipass, che per l’inverno 2025/2026 rincarano in media del 4/6% e che in soli quattro anni sono aumentati mediamente del 38% (!).

In effetti, lo sci contemporaneo appare per molti versi paradossale dal punto di vista economico anche più che da quello climatico. Ad oggi l’industria sciistica resta gioco forza un’economia irrinunciabile per molti territori montani, la cui gestione sempre più onerosa (anche in forza degli effetti della crisi climatica, ma non solo per quelli) costringe i responsabili dei comprensori sciistici ad aumentare continuamente i prezzi, a prescindere dalle mire di certe località di diventare mete di lusso – anche se ciò diventa un impulso e una giustificazione ulteriori per quegli aumenti.

[Infografica tratta da “Il Post.]
Tuttavia, come palesato dalle notizie sopra citate, la platea ad oggi ancora fondamentale per le stazioni sciistiche italiane, cioè quella del turismo nazionale, si sta sempre più restringendo in quantità di utenti e qualità della vacanza, il che costringe le stazioni ad attirare il turismo estero, per certi versi più redditizio ma per altri meno fidelizzabile e garantito, essendo più legato all’andamento del mercato turistico e ai relativi trend stagionali.

[Qui “Il Sole-24Ore” riassume gli aumenti in alcune delle principali stazioni sciistiche italiane per la stagione 2025/2026.]
Per restare attrattive e fronteggiare la concorrenza del mercato le stazioni devono costantemente investire in nuovi impianti, infrastrutture e servizi, accollandosi ulteriori costi che inevitabilmente, pur con le frequenti e discutibili iniezioni di soldi pubblici che la politica italiana riserva all’industria dello sci, finiscono per alimentare ulteriori aumenti dei prezzi al pubblico, con il risultato che la forbice tra accessibilità economica dell’attività sciistica e più in generale della vacanza invernale in montagna e sostenibilità per un pubblico sempre più ampio si allarga continuamente, ben oltre i limiti che molti utenti possono ritenere accettabili per le proprie finanze ordinarie. Nel frattempo, come accennato, il pubblico straniero oggi c’è e domani non si sa, magari diretto verso altre mete che intanto hanno accresciuto la propria attrattività turistica, sicché i corposi e costosi investimenti compiuti dalle stazioni rischiano di non essere finanziariamente ammortizzati, con conseguenti dissesti nei bilanci e ulteriori debiti da coprire. Come? Con altri aumenti dei prezzi, inevitabilmente.

Un gran “bel” cul-de-sac, insomma, nel quale le stazioni sciistiche si stanno infilando sempre più a fondo, consapevoli dei rischi crescenti per la propria sopravvivenza già a breve termine ma d’altro canto non sapendo che fare di diverso – o, meglio, non avendo la volontà e la capacità di farlo.

[Prestigiosi hotel di lusso in certe località e brutti condomini di seconde case vuote in altre: le due facce della medaglia turistica alpina.]
Per questo sostengo che la fine dello sci, in molte stazioni che ancora oggi resistono con i propri comprensori, ancor più che dalla (ovvero in correlazione con la) crisi climatica potrebbe essere cagionata dalla sostanziale, inesorabile insostenibilità economica e dalla conseguente implosione del settore ormai divenuto una bolla, salvo pochi casi tra i comprensori più strutturati e meno soggetti tanto al degrado del clima quanto alle variabili del mercato.

Una cosa è comunque certa: sulle nostre montagne lo sci, in gran parte, ha ormai il destino segnato, e lo affermo senza alcun sarcasmo ma con molto dispiacere.

Che senso ha costruire funivie sempre più grandi e capienti se le montagne restano sempre le stesse?

[La linea dell’ovovia della Forcella del Sassolungo nei pressi della stazione a monte e del Rifugio Demetz. Immagine tratta da www.tonidemetz.it.]
Di recente Enrico Demetz, gestore del rifugio Toni Demetz alla Forcella del Sassolungo, ha dichiarato che la vecchia ovovia che raggiunge il suo rifugio, realizzata negli anni Cinquanta e dotata di una portata di sole 250 persone all’ora, è una “fortuna” per la sua struttura. «L’impianto, così com’è, protegge in un certo senso la montagna: limita naturalmente il numero di persone che arrivano. In un luogo stretto come la Forcella del Sassolungo non ci sarebbe spazio per un impianto ad alta capacità» ha detto Demetz a “Montagna.tv”, riferendosi al progetto presentato dalla società di gestione dell’impianto che l’avrebbe voluto sostituire con uno di portata pressoché doppia; progetto poi cassato, dato che la concessione d’uso dell’attuale impianto è stata rinnovata per altri dieci anni.

Al netto del proprio specifico caso, le affermazioni di Demetz mettono in luce un argomento assolutamente palese eppure ampiamente sottovalutato: l’aumento spropositato delle portate degli impianti di risalita contemporanei rispetto ai luoghi che servono e alle loro possibilità di accoglienza. Detto in altre parole: il turismo di montagna che crea da sé l’overtourism, con impianti sempre più potenti e capienti rispetto ai quali tuttavia non si tiene conto della superficie disponibile per i turisti che trasportano. Funivie, telecabine e seggiovie che se da un lato rappresentano veri e propri gioielli della tecnologia, dall’altro non servono solo a smaltire le code e a migliorare l’esperienza turistica nelle località che le installano ma soprattutto hanno lo scopo fondamentale di alimentare con numeri e presenze sempre maggiori l’industria turistica che altrimenti non potrebbe finanziariamente stare in piedi. Il tutto, ribadisco, a scapito dei territori coinvolti, sottoposti a una pressione antropica sempre meno sostenibile, in certi casi già evidentemente degradante. Il grafico sottostante sulle portate orarie dei vari impianti di risalita è assolutamente significativo al riguardo (cliccateci sopra per ingrandirlo):

Se, come sostengo da tempo, per stabilire il limite fisiologico (nei vari aspetti ai quali il termine può riferirsi) di accoglienza di un luogo turistico è indispensabile determinare la cosiddetta Capacità di Carico Turistica (CCT), dato fondamentale teorico e pratico che consente la migliore gestione possibile di qualsiasi spazio deputato alla fruizione turistica, la CCT dovrebbe essere determinata veramente per ciascun spazio turistificato, dalla grande città alla piccola località, finanche alla singola pista da sci.

Ecco, vi propongo un esempio pratico proprio legato alle piste da sci, basandomi su uno dei tracciati di discesa più noti e frequentati del comprensorio sciistico di Madesimo – località presso la quale ho passato molta parte della mia giovinezza montana e che dunque conosco a menadito –, la pista “Vanoni”. Nell’immagine sottostante, tratta da una serie che utilizzo di frequente negli incontri pubblici che tengo sul tema dell’overtourism in montagna, ho riassunto il calcolo della Capacità di Carico Turistica della pista utilizzando, visto il contesto analizzato, i suoi parametri fisici:

Alcune precisazioni: 80m2 è lo spazio di cui, in base ai documenti tecnici riguardanti la sicurezza sulle piste da sci, uno sciatore ha mediamente bisogno per utilizzare una pista da discesa in maniera sicura sia per se stesso che per gli altri sciatori; la “rotazione 3x” indica che uno sciatore può discendere la pista mediamente per tre volte in un’ora, considerando che, ovviamente, se è particolarmente bravo e veloce la rotazione sarà maggiore e se principiante e lento minore.

Detto ciò, come vedete, risulta che la pista “Vanoni” ha una CCT massima di 1.950 persone all’ora, ma se il precedente impianto che la serviva – una seggiovia biposto – aveva una portata assolutamente inferiore alla CCT, l’impianto attuale – una seggiovia esaposto ad agganciamento automatico – ha una portata di quasi il 50% maggiore. In parole povere: l’impianto esistente, con la sua grande portata, ha inesorabilmente sottoposto la pista “Vanoni” a un regime di iperturismo, con conseguenze non solo sulla fruibilità della stessa pista e sulla pressione antropica esercitata sul terreno che la ospita ma anche sulla sicurezza degli sciatori che la utilizzano, i quali si ritrovano a essere troppi rispetto a quanti la pista ne potrebbe sostenere. Duemilaottocento persone trasportabili contro le millenovecentocinquanta sostenibili: ormai il danno è stato fatto e non c’è possibilità di risolverlo – se non con un downgrading funiviario, cioè sostituendo l’impianto attuale con uno meno potente: ipotesi che i gestori del comprensorio non prenderanno mai in considerazione, per quanto detto poc’anzi.*

[La pista Vanoni di Madesimo e la seggiovia che la serve. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
Visto che, inutile dirlo, tale calcolo della CCT è applicabile a qualsiasi pista di discesa di qualunque comprensorio sciistico, quanto sopra vi fornisce pure una buona risposta alla domanda sul perché negli ultimi anni si registrino così tanti incidenti sulle piste da sci. D’altro canto, come già detto, la CCT è determinabile per qualsiasi ambito deputato alla frequentazione turistica, invernale o estiva, montana o marina o cittadina. Il fatto che non lo si faccia praticamente mai temo sia dovuto anche alla capacità della CCT di rendere immediatamente palese la sussistenza di un sovraffollamento eccessivo e quindi di una pressione antropica sui territori coinvolti esagerata e sostanzialmente ingiustificabile che è pressoché certo finirà per causare loro dei danni più o meno gravi. Qualcosa che la gran parte dei gestori del turismo di massa contemporaneo non sarà mai disposta a contemplare e ammettere.

Quindi, mi viene da dire: viva la piccola, vetusta, traballante ma pure affascinante ovovia della Forcella del Sassolungo, a suo modo un filtro turistico efficiente e al momento inesorabile in grado di “salvare” almeno un poco o quantomeno di limitare la pressione su quel luogo così speciale, vero e proprio nido d’aquila incastonato tra lo stesso Sassolungo – o meglio il suo Spallone” e la Punta delle Cinque Dita.

[L’ovovia e la Forcella del Sassolungo viste dai pressi della stazione a valle. Immagine tratta da www.facebook.com/tonidemetz.]
Altrove, invece? Enrico Demetz conclude le sue considerazioni dichiarando che «Le Dolomiti sono uniche, ma non possono reggere tutto. Bisogna avere il coraggio di dire dei no, di tutelare quello che resta». Be’, non solo le Dolomiti ma tutte le montagne italiane devono manifestare il coraggio di dire basta al processo di crescente massificazione turistica che si vorrebbe sempre più imporre loro. Funivie più potenti e capienti, parcheggi più ampi, strade più larghe, condomini più alti, rifugi sempre più simili a mense aziendali… è questo il futuro che vogliamo per le nostre montagne? È questo il futuro che i montanari vogliono per i territori montani nei quali vivono?

*: ci sono altre due piste da discesa servite dalla seggiovia della “Vanoni”, ma chi conosce Madesimo sa bene che il grosso degli sciatori portati a monte dall’impianto utilizzano per scendere la suddetta “Vanoni”; d’altro canto, pur tenendo conto della frequentazione degli altri tracciati, la differenza tra la portata dell’impianto e la superficie delle piste a disposizione rende la condizione di sovraffollamento evidenziata inevitabile.

Il collegamento sciistico tra Padola (Comelico) e Sesto (Pusteria), ovvero: quando lo sci nel pensare di autolegittimarsi finisce per rinnegare sé stesso

[Veduta invernale di Padola. Foto di Antonio De Lorenzo, opera propria, CC BY 2.5, fonte  commons.wikimedia.org.]
Che l’industria turistica dello sci appaia spesso come un’entità avulsa dalla realtà della montagna contemporanea, quando non sostanzialmente alienata da essa, è una circostanza che da tempo molti osservano: l’esempio classico è quando vengano proposte nuove infrastrutture sciistiche a quote dove ormai non si riscontrano più le condizioni nivoclimatiche adatte, pur di tentare di perseverare il modello turistico e il relativo business economico.

A volte questo tentativo di imporre reiteratamente un modello turistico monoculturale in certi ambiti ormai superato assume i contorni del grottesco, quando siano i suoi stessi promotori a giustificarlo sostenendo cose che in realtà appaiono ottimi motivi per confutarlo, inficiandone qualsiasi presunta e pretesa bontà.

Un caso recente è apparso sul “Corriere delle Alpi”, lo vedete qui sopra: concerne il progettato collegamento sciistico tra Padola e il Comelico Superiore con il comprensorio di Sesto in Pusteria (lo vedete indicato nell’immagine qui sotto), parte del “Dolomiti SuperSki” e nell’articolo ne parla il principale promotore, mentre già da tempo arrivano le critiche al progetto da parte delle associazioni ambientaliste. Personalmente, della questione e di certi suoi aspetti significativi (e piuttosto bizzarri) avevo già scritto qui.

In forza del titolo di questo mio post, di seguito analizzo alcune delle affermazioni citate nell’articolo:

  • Padola come luogo «ideale per sciare»: la località si trova a 1215 metri di quota, pensare che lì già oggi ma ancor più in futuro si possa conservare al suolo la neve, anche artificiale, appare parecchio fantasioso.
  • Il Monte Colesei, dove giungono gli impianti di Padola e partirebbe il nuovo collegamento con Sesto, è alto 1950 m, dunque sotto la quota di 2000 metri ritenuta da tutti quella oltre la quale nel prossimo futuro lo sci su pista potrà preservarsi, mentre al di sotto sarà destinato a non essere più praticabile. D’altro canto gli stessi impianti del comprensorio “Drei Zinnen” di Sesto si trovano al di sotto dei 2000 m.
  • Sostenere che «Il turismo è l’attività più ecologica per sviluppare la valle» appare un’affermazione a dir poco forzata. Sia in senso generale, e sia perché si sta parlando di un turismo sciistico che abbisogna di infrastrutturare pesantemente il territorio tanto a monte, con impianti, piste e opere connesse, quanto a valle, dove si riverbera l’impatto ecologico maggiore dato dal traffico automobilistico, dalla necessità di consumare suolo naturale per ricavare parcheggi, dall’aumento di presenze turistiche in una località che conta meno di mille abitanti, dunque con un indice di carico turistico sicuramente critico.
  • Ugualmente, affermare che un progetto del genere alimenti l’indotto economico locale è quanto meno parziale e comunque verificabile concretamente solo sul medio-lungo termine; inoltre manifesta la pretesa che il territorio locale diventi totalmente dipendente dall’economia sciistica che resta e resterà sempre ad andamento stagionale dipendente da fattori estremamente variabili – quello climatico, innanzi tutto. Portare tale “giustificazione” come un dato oggettivo ma in verità non verificato appare come pura e semplice propaganda: è come garantire che un investimento in borsa farà ricco chi lo esegue senza mettere in conto che invece potrebbe accadere il contrario.
  • Ora una delle prime affermazioni contenute nell’articolo: Padola come «una piccola Cortina», cioè una delle località più devastate – materialmente e immaterialmente, a detta di tutti e in primis dagli stessi cortinesi – dai modelli turistici di massa. Ma vediamo al proposito qualche dato demografico di Cortina al cui modello si vorrebbe che Padola ambisse (cliccate sulle immagini per ingrandirle):

Come vedete, Cortina sta perdendo abitanti (più del 12% in meno di vent’anni), mentre la sua comunità è sempre più composta da persone anziane, con scarso ricambio della popolazione attiva, indice di struttura (cioè il grado di invecchiamento della popolazione in età lavorativa) pessimo e bassissimo indice di natalità; al riguardo ne ha scritto di recente anche “L’AltraMontagna“.. Evidentemente a Cortina il turismo non sta portando grandi vantaggi alla comunità residente, anzi. E Padola dovrebbe ambire a questo modello?

  • Dulcis in fundo, guardate la foto della zona in questione pubblicata a corredo dell’articolo, che risale al recente periodo festivo di fine anno, con pochissima neve in quota – ovviamente artificiale sulle piste – e i prati verdi nel fondovalle. Un’immagine del tutto emblematica della realtà montana contemporanea locale e non solo) e allo stesso tempo palesemente confutante molte delle affermazioni contenute nell’articolo e anche qui da me rilevate.

Insomma, non c’è molto altro da aggiungere, dal mio punto di vista.

Dunque per concludere cito solo Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige, che al riguardo ha scritto in un suo post su Facebook:

Il Comelico avrebbe la grande occasione di rilanciarsi come zona ambientalmente intatta, lontana da interessi speculativi, dove la montagna, le malghe, i rifugi, i prati ed i boschi sono ancora preservati dal turismo di massa e non deve ascoltare le lusinghe di chi vorrebbe sfruttare le sue bellezze per aumentare i propri affari. Ad ascoltare le lusinghe dei sudtirolesi ci guadagnerebbero solo i turisti proprietari di appartamenti che vedrebbero aumentare il valore dei loro immobili.

 

Se il turista è la prima vittima (inconsapevole) dell’iperturismo

[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]

Il turista inconsapevole, esemplare umano che si riproduce in modo seriale su vastissima scala, è concentrato su esperienze prettamente ludiche, con l’unica finalità di riempire il tempo a disposizione. Il viaggiatore consapevole invece, colui che sente, annusa, vede, viaggia per svuotarsi e in questa opera di alleggerimento va incontro al nuovo, allo sconosciuto. Il suo è un tentativo di lasciarsi alle spalle ciò che è conosciuto, un andare per andare. Oggi il turismo, e quindi anche fare turismo, è una sorta di sottoprodotto culturale che strumentalizza la circolazione umana per ridurla a consumo. Si basa su una formula: offrire e ricevere, diventata banale in virtù di uno scambio sempre più stereotipato, duplicato, omologato.

[Michil CostaFuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica, Edition Raetia, 2022, pag.22.]

Spesso coloro che si oppongono ai fenomeni di overtourism e alle conseguenze del turismo massificato sui territori coinvolti puntano il proprio dito e il biasimo sui turisti: comprensibilmente, a volte legittimamente – l’inconsapevolezza del turista rispetto ai luoghi che frequenta citata da Costa lì sopra è una colpa senza dubbio. D’altro canto, il turista è a sua volta una vittima a tutti gli effetti dell’iperturismo e non è così facile che se ne possa rendere conto, dal momento che non possiede e non gli vengono offerti (furbescamente, ovvio) gli strumenti per comprenderlo.

Anche perché certi modelli turistici di natura consumistica, quali sono quelli che manifesta l’overtourism, impongono la trasformazione funzionale ai loro scopi del turista (comunque già un livello inferiore rispetto al viaggiatore, Costa ha ragione) in cliente, il quale paga un prezzo e dunque pretende un servizio ovvero acquista un bene, esattamente come accade con gli articoli in vendita in un centro commerciale. È qui il nocciolo della questione e la colpa fondamentale: la mercificazione di territori, luoghi e paesaggi di grande valore ambientale e culturale, per giunta abitati, trasformati in beni di consumo e messi a valore per poter essere agevolmente venduti/acquistati dalla più ampia clientela possibile.

Così, sugli scaffali del grande “centro commerciale” che è ormai il turismo massificato, i beni/luoghi si accumulano sempre più uniformati ai modelli turistici vigenti e indistinguibili gli uni dagli altri se non per il prezzo e per ciò che tale prezzo può offrire al cliente, che viene spinto dentro il centro commerciale e li compra. La circolazione umana diventa consumo, l’offerta turistica consumismo e, inevitabilmente, entrambe finiscono per consumare territori e comunità. E si può solo immaginare – anzi, forse no – con quali conseguenze per luoghi di grande bellezza ma altrettanta delicatezza e fragilità come le montagne.

P.S. per leggere la mia “recensione” al libro FuTurismo di Michil Costa, cliccate qui.