Overtourism sciistico: si può calcolare la capienza massima di una pista da sci?

[Immagine tratta da www.valtellina.it.]
Sapete che i più recenti impianti di risalita dei comprensori sciistici non di rado rappresentano una delle principali seppur ignorate e sottovalutate cause di sovraturismo/overtourism sulle montagne d’inverno nonché di tutto ciò che di deleterio ne consegue?

Vado con ordine e spiego. Da tempo sostengo che una delle prime cose da fare per regolare e limitare l’overtourism sia l’elaborazione della Capacità di carico turistica (CCT) ovvero il dato numerico, chiaro e inequivocabile, che determina quante persone al massimo possono stare in un certo luogo senza creare problemi non solo di sovraffollamento ma pure, e soprattutto, di degrado.

La CCT può essere calcolata per qualsiasi spazio, luogo, ambito, e vi sono diverse formule che si adattano alle variabili in gioco in ciascun contesto. Può essere calcolata per un’intera città ma pure per spazi molti più piccoli: per una singola pista da sci, ad esempio. E siccome senza dubbio avrete visto un po’ ovunque immagini di piste sciistiche palesemente sovraffollate al punto da assomigliare più a delle vie di una città all’ora di punta che tracciati di discesa in ambiente montano, forse avrete intuito che immagini del genere denunciano chiaramente la presenza di un problema, in origine probabilmente sottovalutato. E siccome di questo problema se ne parla molto poco anche quando diventa palese, forse capirete anche come mai risulti tanto sottovalutato.

Vi propongo un esempio concreto basato su una località, Madesimo, nella quale ho sciato migliaia di volte (avendoci passato un bel pezzo della mia vita, soprattutto giovane), e sulla sua pista più nota, la “Vanoni”, nel settore maggiormente frequentato dagli sciatori, quello superiore che va dalla località Larici, o Sassoni, (1858 m) a Cima Sole (2150 m); lo vedete nell’immagine in testa all’articolo. Schematizzo l’esposizione, anche con l’aiuto dell’illustrazione sottostante, in modo da renderla chiara:

  • La pista “Vanoni” attualmente è servita da una seggiovia 6 posti ad ammorsamento automatico e alta velocità (4 metri al secondo) in grado di trasportare 800 persone all’ora. L’impianto serve anche un altro tracciato, ma chiunque conosca la zona sa bene che la gran parte degli sciatori che lo utilizza scenderà poi per la “Vanoni”, anche per dirigersi verso altre zone del comprensorio.
  • La pista è lunga 1300 metri ed è larga in media 40 metri: ha dunque una superficie complessiva di 52.000 m2.
  • Uno sciatore che la scende, per garantire una ragionevole sicurezza a se stesso e agli altri sciatori evitando scontri e incidenti vari, ha bisogno in media di uno spazio avanti a sé di 80 m2. Questo è un dato elaborato in accordo alle normative vigenti riguardo la sicurezza sui tracciati sciistici; ovviamente chi va più veloce ne ha bisogno di più, il principiante che scende lentamente di meno.
  • Da ciò si deduce che 000 m2 diviso 80 m2 = 650. Dunque la pista “Vanoni” ha una capienza “spaziale” massima e sicura di 650 sciatori.
  • Sempre in base alle statistiche ordinarie, uno sciatore amatoriale percorre tra i 30 e i 50 chilometri di piste in una giornata intera di sci alpino. Quindi, consideriamo una media di 40 chilometri che equivale – in considerazione dei tempi morti dovuti all’attesa e alla risalita sugli impianti o a pause varie, a circa 6 chilometri di piste percorsi all’ora. Di nuovo, ci saranno gli sciatori bravi che ne faranno di più e quelli principianti che ne faranno di meno.
  • Quindi, in media, uno sciatore può percorrere la pista “Vanoni”, cioè effettuare una “rotazione”, circa 3 volte in un’ora.
  • Dunque, 650 sciatori sulla pista per 3 rotazioni all’ora: 1.950 presenza all’ora in pista. Questa è, in buona sostanza, la capienza massima oraria, ovvero la Capacità di carico turistica oraria, della pista “Vanoni”.
  • In conclusione: una pista che può sopportare 1.950 sciatori all’ora è servita da un impianto che, a regime massimo, trasporta alla partenza della pista 2.800 persone all’ora, ben 850 persone in più. E visto che chi conosce la zona, ribadisco, sa bene che non sono 850 le persone che in un’ora utilizzano l’impianto per poi scendere da altre piste, se ne deduce abbastanza chiaramente che la pista “Vanoni” è in condizioni potenziali di sovraturismo o overtourism, è sovraffollata e dunque non può garantire né un’esperienza sciistica ludico-ricreativa pienamente piacevole agli sciatori che la percorrono, e nemmeno che (cosa più grave) può garantire un’adeguata sicurezza a quegli sciatori.

Ecco.

Nota finale, che rende questa mia analisi per certi versi ancora più inquietante: la pista nel tempo è rimasta sostanzialmente la stessa salvo qualche limitato ampliamento che non ne ha cambiato di molto lo stato. L’impianto precedente a quello attuale che la serviva, una seggiovia biposto ad agganciamento fisso, aveva una portata di 440 persone all’ora, ampiamente inferiore alla CCT della pista “Vanoni”. Eppure – mi viene da esclamare – pure allora si sciava e ci si divertiva un sacco a sciarci. Anzi, per quanto esposto, forse ci si divertiva molto di più di adesso senza che, ovviamente, ce ne potessimo rendercene conto: tanto del divertimento goduto quanto della maggior sicurezza usufruita.

Come detto, quello che ho analizzato qui è un caso “esemplare” tra innumerevoli simili che si potrebbero fare, praticamente in qualsiasi comprensorio sciistico che nel tempo abbia potenziato i propri impianti di risalita e accresciuto le portate orarie ma, di contro, senza aver aumentato in maniera significativa sviluppo e ampiezza delle piste da discesa. Appunto: sarà un caso poi che nelle ultime stagioni si registrano così tanti incidenti tra gli sciatori?

Tuttavia, con questa mia analisi voglio nuovamente sostenere con forza la necessità di elaborare i dati di carico e gli indici di pressione di ogni spazio che venga sottoposto e assoggettato a flussi turistici ingenti, sia esso urbano e antropizzato oppure naturale e in ambiente, caratteristica che rende le elaborazioni ancora più necessarie e impellenti. Da un lato per gestire al meglio il turismo in loco, a beneficio tanto dei turisti quanto dei residenti nei luoghi interessati, dall’altro per garantire la più adeguata e consona tutela di quei luoghi e degli ambienti naturali.

Se oggi lo sci, in crisi più o meno profonda per motivi climatici e ambientali ma anche economici, si ritiene obbligato a “gonfiarsi” sempre più aumentando la quantità di “clienti” e dunque spinge a più non posso per potenziare senza limiti i propri servizi pensando in tal modo di gonfiare parimenti i propri tornaconti, non si può mai dimenticare che i contesti nei quali si opera, cioè i territori montani, sono tra i più meravigliosi e delicati esistenti nonché patrimoni naturali collettivi, di tutti noi, che non possono essere soggetti a dinamiche gigantiste senza controllo funzionali agli interessi di pochi. E quando l’ecologia, intesa come la cura dello spazio che viviamo, soccombe all’economia, nell’accezione contemporanea più finanziaria e consumistica, quello spazio non è più semplicemente usato o fruito ma viene sfruttato, consumato, inevitabilmente depauperato. Veramente possiamo considerare un rischio del genere per le nostre montagne?

Che senso ha costruire funivie sempre più grandi e capienti se le montagne restano sempre le stesse?

[La linea dell’ovovia della Forcella del Sassolungo nei pressi della stazione a monte e del Rifugio Demetz. Immagine tratta da www.tonidemetz.it.]
Di recente Enrico Demetz, gestore del rifugio Toni Demetz alla Forcella del Sassolungo, ha dichiarato che la vecchia ovovia che raggiunge il suo rifugio, realizzata negli anni Cinquanta e dotata di una portata di sole 250 persone all’ora, è una “fortuna” per la sua struttura. «L’impianto, così com’è, protegge in un certo senso la montagna: limita naturalmente il numero di persone che arrivano. In un luogo stretto come la Forcella del Sassolungo non ci sarebbe spazio per un impianto ad alta capacità» ha detto Demetz a “Montagna.tv”, riferendosi al progetto presentato dalla società di gestione dell’impianto che l’avrebbe voluto sostituire con uno di portata pressoché doppia; progetto poi cassato, dato che la concessione d’uso dell’attuale impianto è stata rinnovata per altri dieci anni.

Al netto del proprio specifico caso, le affermazioni di Demetz mettono in luce un argomento assolutamente palese eppure ampiamente sottovalutato: l’aumento spropositato delle portate degli impianti di risalita contemporanei rispetto ai luoghi che servono e alle loro possibilità di accoglienza. Detto in altre parole: il turismo di montagna che crea da sé l’overtourism, con impianti sempre più potenti e capienti rispetto ai quali tuttavia non si tiene conto della superficie disponibile per i turisti che trasportano. Funivie, telecabine e seggiovie che se da un lato rappresentano veri e propri gioielli della tecnologia, dall’altro non servono solo a smaltire le code e a migliorare l’esperienza turistica nelle località che le installano ma soprattutto hanno lo scopo fondamentale di alimentare con numeri e presenze sempre maggiori l’industria turistica che altrimenti non potrebbe finanziariamente stare in piedi. Il tutto, ribadisco, a scapito dei territori coinvolti, sottoposti a una pressione antropica sempre meno sostenibile, in certi casi già evidentemente degradante. Il grafico sottostante sulle portate orarie dei vari impianti di risalita è assolutamente significativo al riguardo (cliccateci sopra per ingrandirlo):

Se, come sostengo da tempo, per stabilire il limite fisiologico (nei vari aspetti ai quali il termine può riferirsi) di accoglienza di un luogo turistico è indispensabile determinare la cosiddetta Capacità di Carico Turistica (CCT), dato fondamentale teorico e pratico che consente la migliore gestione possibile di qualsiasi spazio deputato alla fruizione turistica, la CCT dovrebbe essere determinata veramente per ciascun spazio turistificato, dalla grande città alla piccola località, finanche alla singola pista da sci.

Ecco, vi propongo un esempio pratico proprio legato alle piste da sci, basandomi su uno dei tracciati di discesa più noti e frequentati del comprensorio sciistico di Madesimo – località presso la quale ho passato molta parte della mia giovinezza montana e che dunque conosco a menadito –, la pista “Vanoni”. Nell’immagine sottostante, tratta da una serie che utilizzo di frequente negli incontri pubblici che tengo sul tema dell’overtourism in montagna, ho riassunto il calcolo della Capacità di Carico Turistica della pista utilizzando, visto il contesto analizzato, i suoi parametri fisici:

Alcune precisazioni: 80m2 è lo spazio di cui, in base ai documenti tecnici riguardanti la sicurezza sulle piste da sci, uno sciatore ha mediamente bisogno per utilizzare una pista da discesa in maniera sicura sia per se stesso che per gli altri sciatori; la “rotazione 3x” indica che uno sciatore può discendere la pista mediamente per tre volte in un’ora, considerando che, ovviamente, se è particolarmente bravo e veloce la rotazione sarà maggiore e se principiante e lento minore.

Detto ciò, come vedete, risulta che la pista “Vanoni” ha una CCT massima di 1.950 persone all’ora, ma se il precedente impianto che la serviva – una seggiovia biposto – aveva una portata assolutamente inferiore alla CCT, l’impianto attuale – una seggiovia esaposto ad agganciamento automatico – ha una portata di quasi il 50% maggiore. In parole povere: l’impianto esistente, con la sua grande portata, ha inesorabilmente sottoposto la pista “Vanoni” a un regime di iperturismo, con conseguenze non solo sulla fruibilità della stessa pista e sulla pressione antropica esercitata sul terreno che la ospita ma anche sulla sicurezza degli sciatori che la utilizzano, i quali si ritrovano a essere troppi rispetto a quanti la pista ne potrebbe sostenere. Duemilaottocento persone trasportabili contro le millenovecentocinquanta sostenibili: ormai il danno è stato fatto e non c’è possibilità di risolverlo – se non con un downgrading funiviario, cioè sostituendo l’impianto attuale con uno meno potente: ipotesi che i gestori del comprensorio non prenderanno mai in considerazione, per quanto detto poc’anzi.*

[La pista Vanoni di Madesimo e la seggiovia che la serve. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
Visto che, inutile dirlo, tale calcolo della CCT è applicabile a qualsiasi pista di discesa di qualunque comprensorio sciistico, quanto sopra vi fornisce pure una buona risposta alla domanda sul perché negli ultimi anni si registrino così tanti incidenti sulle piste da sci. D’altro canto, come già detto, la CCT è determinabile per qualsiasi ambito deputato alla frequentazione turistica, invernale o estiva, montana o marina o cittadina. Il fatto che non lo si faccia praticamente mai temo sia dovuto anche alla capacità della CCT di rendere immediatamente palese la sussistenza di un sovraffollamento eccessivo e quindi di una pressione antropica sui territori coinvolti esagerata e sostanzialmente ingiustificabile che è pressoché certo finirà per causare loro dei danni più o meno gravi. Qualcosa che la gran parte dei gestori del turismo di massa contemporaneo non sarà mai disposta a contemplare e ammettere.

Quindi, mi viene da dire: viva la piccola, vetusta, traballante ma pure affascinante ovovia della Forcella del Sassolungo, a suo modo un filtro turistico efficiente e al momento inesorabile in grado di “salvare” almeno un poco o quantomeno di limitare la pressione su quel luogo così speciale, vero e proprio nido d’aquila incastonato tra lo stesso Sassolungo – o meglio il suo Spallone” e la Punta delle Cinque Dita.

[L’ovovia e la Forcella del Sassolungo viste dai pressi della stazione a valle. Immagine tratta da www.facebook.com/tonidemetz.]
Altrove, invece? Enrico Demetz conclude le sue considerazioni dichiarando che «Le Dolomiti sono uniche, ma non possono reggere tutto. Bisogna avere il coraggio di dire dei no, di tutelare quello che resta». Be’, non solo le Dolomiti ma tutte le montagne italiane devono manifestare il coraggio di dire basta al processo di crescente massificazione turistica che si vorrebbe sempre più imporre loro. Funivie più potenti e capienti, parcheggi più ampi, strade più larghe, condomini più alti, rifugi sempre più simili a mense aziendali… è questo il futuro che vogliamo per le nostre montagne? È questo il futuro che i montanari vogliono per i territori montani nei quali vivono?

*: ci sono altre due piste da discesa servite dalla seggiovia della “Vanoni”, ma chi conosce Madesimo sa bene che il grosso degli sciatori portati a monte dall’impianto utilizzano per scendere la suddetta “Vanoni”; d’altro canto, pur tenendo conto della frequentazione degli altri tracciati, la differenza tra la portata dell’impianto e la superficie delle piste a disposizione rende la condizione di sovraffollamento evidenziata inevitabile.