Una città figlia della terra e del cielo

[Foto di MemeCas, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

L’arrivo non mi deluse. Vidi uno stradone fresco, alberato, e in fondo un colle, con case e chiese e palazzi e campanili e giardini sospesi nel cielo di crepuscolo. Qualcosa di accessibile e, insieme, di eccelso. Non la finivo più di ridire a me stesso che la bellezza di questa città era quanto mai originale e singolare. L’idea di una città cosiffatta, con la sua acropoli accessibile insieme ed eccelsa piantata li sull’ultimo sperone dei monti per scrutare le valli cupe dell’Alpi e mirare il gran piano di chiaro colore, non poteva esser venuta in mente a nessuno; ed ora sorta così, come una figlia della terra e del cielo, degna amata dagli uomini. Sicché, vivendoci dentro, doveva parere impossibile che tutte le altre città non fossero fatte a quel modo, divise in parti alta o bassa, come a Venezia si vorrebbe che tutte le città fossero di acqua e di marmo.

(Giuseppe Antonio Borgese, La città sconosciuta, Sellerio, 1986; 1a ed. 1926. La città della quale sta raccontando lo scrittore palermitano è Bergamo. Nella foto qui sotto si può vedere la città nella prospettiva visiva di chi vi arrivasse in treno suppergiù negli anni in cui la visitò Borgese.)

[Immagine di pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

I primi migranti invasori dell’Europa

La risposta alla domanda su chi fossero i primi uomini preistorici giunti in Europa va cercata ancora più indietro nel tempo e, soprattutto, altrove. Si tratta sempre di storie di viaggio. Tutti gli europei, se andiamo abbastanza a ritroso nel tempo, sono arrivati da altri luoghi. Non solo quelli che hanno lasciato le loro impronte sulla spiaggia di Happisburgh, ma anche gli heidelbergensis, i neandertaliani e gli uomini moderni. Sono approdati in Europa perché i loro predecessori si erano messi in viaggio. L’intera storia, in teoria, va ricondotta a due esodi dall’Africa. Quello più «recente» dell’uomo moderno risale a circa centocinquantamila anni fa. Ma il primo, cui hanno preso parte gli antenati degli uomini di Happisburgh, è avvenuto più di dieci volte prima, cioè quasi due milioni di anni fa.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.47. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

Insomma, quelli che ce l’hanno tanto coi migranti che giungono dall’Africa e invadono l’Europa, dovrebbero per coerenza prendersela innanzi tutto con loro stessi! D’altro canto, come ho osservato e ribadito in numerosi articoli qui sul blog e altrove, finché non si comprenderà la permanente matrice antropologica alla base dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa, che dipendono solo in parte da elementi economici o di sopravvivenza da situazioni geopolitiche critiche, la questione dell’immigrazione non verrà mai risolta ne tanto meno ben gestita, a beneficio dei migranti e a vantaggio nostro.

Regressi viabilistici

Vista a posteriori, la gara Parigi-Vienna rappresentò il clou della breve tradizione delle corse su strade europee. Il percorso del 1902 coincideva quasi del tutto con l’attuale E54 da Parigi a Belfort ed E60 da Belfort a Vienna. Il vincitore, Marcel Renault (categoria auto leggere), concluse la corsa in poco più di 15 ore e 47 minuti. Il tracciato comprendeva un tratto svizzero dove non era permesso tenere velocità elevate. Secondo i moderni navigatori satellitari occorrono oggi 25 ore e 8 minuti per fare lo stesso tragitto su strade secondarie, considerando i limiti massimi di velocità. Se si sottraggono cinque ore per intoppi e fermate ai semafori, più di cent’anni fa Renault impiegò mezza giornata in meno di un qualsiasi automobilista che oggi eviti le autostrade.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.395-396. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

Kiev, patria

C’era un bellissimo freddo, mi ricordo, sui quindici gradi sotto zero, le stelle… Ah, che stelle ci sono in Ucraina. Adesso sono sette anni circa, che abito a Mosca, ma ho comunque sempre nostalgia della patria. Mi si stringe il cuore, delle volte ho una voglia tormentosa di salire sul treno… e via! Vedere ancora i burroni coperti di neve… Il Dnepr… Al mondo non c’è una città più bella di Kiev.

[Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, Marcos y Marcos, 2017, traduzione di Paolo Nori dal quale blog ho tratto la citazione.]

Bulgakov, un gigante della letteratura russa ma nato e cresciuto a Kiev, che chiamava patria.

Sul lago

[Foto di Daniele Levis Pelusi da Unsplash.]

A nord e a est del lago, sul pallido biancore dell’alba, erano apparse le cime delle Alpi. Bianche di neve, anche in giugno, le Alpi si stagliano sull’azzurro chiaro di un cielo sempre limpido a quelle altezze immense. Una catena scende verso sud, verso la bella Italia, a separare il lago di Como dal lago di Garda. Fabrizio guardava in alto, verso quelle sublimi montagne. La luce era più forte, adesso, incideva le vallate, illuminava la nebbia leggera che saliva dal fondo delle gole.

[Stendhal, La Certosa di Parma, 1839.]