Nessun vocabolario conterrà mai tutta la lingua italiana! (Giacomo Leopardi dixit)

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Perché del resto nessuna lingua viva ha, né può avere un vocabolario che la contenga tutta, massime quanto ai modi, che son sempre (finch’ella vive) all’arbitrio dello scrittore. E ciò tanto più nell’italiana (per indole sua). La quale molto meno può esser compresa in un vocabolario, quanto ch’ella è più vasta di tutte le viventi […].

(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 22882398, 29 marzo 1822; 1898, Vol. IV, pp. 216-217)

Sarebbe ora, una volta per tutte, di togliere di dosso da Leopardi quell’immagine convenzionale di uomo ammalato, triste e perennemente depresso che quasi sempre ci hanno tratteggiato e insegnato ai tempi della scuola, dacché certo il conte Giacomo da Recanati – era anche nobile, già – fu ben più persona coltissima, pensatore assai raffinato, sagace e molto avanti rispetto ai suoi tempi nonché dotato di grande sense of humor a dispetto delle proprie sofferenze fisiche, appunto. Due altre citazioni – oltre a quella in testa al post che sarebbe da tatuare sulla fronte di molti utilizzatori della lingua italiana, sempre più ridotta a una manciata di parole per di più spesso scritte in modo errato! – giusto per provare quanto appena affermato:

Gl’italiani non hanno costumi: essi hanno delle usanze. Così tutti i popoli civili che non sono nazioni.

(Zibaldone, 2923, 9 luglio 1823; 1898, Vol. V, p. 80)

Ovvero: aveva già perfettamente compreso uno dei grandi mali sociali dell’Italia, le cui conseguenze stiamo vivendo in modo sempre più drammatico; oppure:

Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire.

(Pensieri, LXXVIII)

Riflessione che allo scrivente ricorda un sacco quel celeberrimo aforisma di presumibile origine bakuniniana sulle capacità di seppellimento della risata…

Nei giorni in cui scrivo queste cose esce nelle sale cinematografiche Il giovane favoloso, il film di Mario Martone dedicato a Leopardi del quale si dice parecchio bene. Che anche grazie ad esso scocchi veramente l’ora, dunque, per dare a Giacomo ciò che è di Giacomo, e per considerarlo senza alcun dubbio (e senza più distorcenti reminiscenze scolastiche) uno dei più grandi intellettuali italiani di sempre.

E’ la Divina Commedia, baby, non Victoria’s Secret! (Woody Allen dixit #2)

Durante il forzato riposo a letto, cercai sollievo nei classici della letteratura: un elenco di opere imprescindibili cui volevo dedicarmi da almeno quarant’anni. Evitati arbitrariamente Tucidide, i fratelli Karamazov, i dialoghi di Platone e le madeleines di Proust, mi misi sotto con un’edizione tascabile della Divina Commedia, nella speranza di cullarmi con descrizioni di peccatrici dai capelli corvini che, dimenandosi seminude tra zolfo e catene, immaginavo appartenete a un catalogo di Victoria’s Secret. Purtroppo l’autore – uno fissato con le grandi domande della vita – mi scalzò ben presto da quell’etereo sogno di erotismo, e mi ritrovai a vagare per le regioni dell’aldilà in compagnia di un personaggio non più eccitante di Virgilio che illustrava le caratteristiche del posto. Avendo anch’io un’indole da poeta, mi meraviglia di come Dante fosse riuscito a strutturare brillantemente quello squallido universo sotterraneo destinato ai furfanti del mondo, radunando vari codardi e mascalzoni ed elargendo a ciascuno di essi un’adeguata misura di dolore eterno. Solo alla fine del libro mi accorsi che il poeta aveva omesso i titolari delle ditte di ristrutturazioni edili.

Woody Allen, Pura anarchia, pag.115-116 (Bompiani Tascabili, 2007, traduzione di Carlo Prosperi; orig. Mere anarchy)

(E QUI potete leggere la personale recensione di Pura anarchia.)

Pecunia non olet! – neque ad scriptores… (Woody Allen dixit #1)

Sembra che Dostoevskij scrivesse per soldi in modo da finanziare la passione per i tavoli di roulette di San Pietroburgo. Faulkner e Fitzgerald, dal canto loro, prestarono il proprio talento ai rozzi magnati che stipavano il Garden of Allah di sceneggiatori portati all’Ovest col compito di sfornare fantasticherie di cassetta. Apocrifa o no, la mitigante consapevolezza che geni di quel calibro avessero temporaneamente ipotecato la propria integrità mi volteggiò nella corteccia cerebrale qualche mese fa, quando squillò il telefono, mentre mi trascinavo per l’appartamento nel tentativo di sollecitare alla mia musa un tema degno di quel librone che un giorno dovrò pur scrivere.

Woody Allen, Pura anarchia, pag.39 (Bompiani Tascabili, 2007, traduzione di Carlo Prosperi; orig. Mere anarchy)

(E QUI potete leggere la personale recensione di Pura anarchia.)

Chi ben comincia è a metà dell’opera (letteraria). Il titolo di un libro, passo fondamentale verso il suo imperituro successo.

Ho discusso di recente con alcuni colleghi circa un tema che tutti sappiamo fondamentale per far che un libro possa ritenersi ben riuscito (e dunque di potenziale successo), ma che a volte risulta trascurato ovvero sopravvalutato in modo pacchiano, mentre in moltissimi casi viene “risolto” fin troppo modestamente: il titolo. Più importante anche della copertina – fondamentale, poi, per quelle edizioni che proprio non utilizzino alcuna elaborazione grafica sulla stessa – il titolo è sotto molti aspetti IL libro. E non solo perché lo identifica materialmente nella conoscenza del pubblico, ma perché in qualche modo è il suo passaporto: un passaporto, tuttavia, che non fornisce dati precisi, semmai genera una suggestione, un’emozione primaria, attiva una potenziale attrazione magnetica la cui pur minima forza può risultare incontrastabile e imperitura.
Per ciò il titolo di un libro deve essere qualcosa di accattivante, di adescante, magari pure di bizzarro, comunque che genera qualcosa di più che semplice curiosità e ordinario interesse… Non deve descrivere il libro – a ciò semmai può servire il sottotitolo – anzi, deve dire il meno possibile eppure affascinare: deve essere come l’attore che sul palco già con le proprie movenze sappia conquistare il pubblico, prima ancora di attaccare con la recitazione. Può addirittura disorientare o trarre in inganno il potenziale lettore, ma anche in questo modo può suscitargli quel desiderio di saperne di più che da subito è ottima fondamenta per la costruzione del gradimento del libro così titolato.

Riflettendo su tale questione, mi sono chiesto quali potessero essere titoli di opere letterarie ben riusciti, o che a mio giudizio possa ritenere tali. Di sicuro ce ne sono parecchi, più o meno celebri – così come ci sono capolavori della letteratura dotati di titoli assai poco interessanti – in ogni caso, tra i tanti a cui ho pensato, trovo che ad esempio molti titoli di opere di Italo Calvino siano veramente ottimi: Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente, Il castello dei destini incrociati… Un altro autore – contemporaneo, questa volta – i cui libri sono dotati di titoli parecchio suggestivi è Haruki Murakami: Kafka sulla spiaggia non può non essere accattivante, così come L’uccello che girava le viti del mondo incuriosirebbe chiunque. Ma, appunto, sono solo alcuni degli infiniti esempi che chiunque di voi potrebbe citare, ovviamente legati poi al proprio gusto, istinto, piacere, predisposizione, estasi e visione del mondo.

Altra domanda inevitabile che viene da porsi sulla questione, è se si possa determinare una metodologia (pur di matrice personale ma comunque dotata di tratti comuni a qualsiasi altra) da seguire per poter trovare titoli letterari affascinanti. In questo caso è stato Umberto Eco a fornirmi una interessante risposta, grazie alle celebri postille a Il nome della rosa pubblicate su Alfabeta n. 49, giugno 1983, e poi riprese nell’appendice di varie edizioni successive del romanzo.
Così scrive Eco:

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.

E continua:

Un titolo è purtroppo già una chiave interpretativa. Non ci si può sottrarre alle suggestioni generate da “Il rosso e il nero” o da “Guerra e pace”. I titoli più rispettosi del lettore sono quelli che si riducono al nome dell’eroe eponimo, come “David Copperfield” o “Robinson Crusoe”, ma anche il riferimento all’eponimo può costituire una indebita ingerenza da parte dell’autore. Le “Père Goriot” centra l’attenzione del lettore sulla figura del vecchio padre, mentre il romanzo è anche l’epopea di Rastignac, o di Vautrin alias Collin. Forse bisognerebbe essere onestamente disonesti come Dumas, poiché è chiaro che “I tre moschettieri” è in verità la storia del quarto. Ma sono lussi rari, e forse l’autore può consentirseli solo per sbaglio.

Interessante anche scoprire la genesi del titolo Il nome della rosa, certamente ben piazzato nella testa di tanti, anche non lettori:

Il mio romanzo aveva un altro titolo di lavoro, che era l’“Abbazia del delitto”. L’ho scartato perché fissa l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca e poteva illecitamente indurre sfortunati acquirenti, in caccia di storie tutte azione, a buttarsi su un libro che li avrebbe delusi. Il mio sogno era di intitolare il libro “Adso da Melk”. Titolo molto neutro, perché Adso era pur sempre la voce narrante. Ma da noi gli editori non amano i nomi propri, persino “Fermo e Lucia” è stato riciclato in altra forma, e per il resto ci sono pochi esempi, come “Lemmonio Boreo”, “Rubé” o “Metello”… Pochissimi, rispetto alle legioni di cugine Bette, di Barry Lyndon, di Armance e di Tom Jones che popolano altre letterature.
L’idea del “Nome della rosa” mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle.

Una chiosa, questa finale di Eco, che in poche parole riassume assai bene il senso fondamentale del tema disquisito, e che disvela gli elementi primari di quella che in fondo è una piccola/grande arte (nell’arte), minima nella forma ma sovente di natura sostanziale ed eterna.

Il caos, senza i libri (Fëdor Dostoevskij dixit)

Lasciateci soli, senza libri, e ci confonderemo subito, ci smarriremo: non sapremo dove far capo, a che cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare.

(Fëdor Dostoevskij, Memorie dal Sottosuolo. A proposito della neve bagnata, X, nota introduttiva di Leone Ginzburg, traduzione di Alfredo Polledro, Einaudi, Torino, 2002, p.132. Orig.: Zapiski iz podpol’ja, 1864)

L’avesse saputo, il buon Dostoevskij, che oltre a rischiare sul serio di lasciarci senza libri – o meglio, con libri senza lettori e al posto dei libri stessi – chi governa il mondo di contro non ci lascia mai senza la TV, quale “insegnante” sempre più presente e influente di ciò che si deve odiare, amare, rispettare o disprezzare. E il risultato di ciò è anche peggiore di quanto Dostoevskij suppose: perché il non sapere crea di certo smarrimento, ma il credere di sapere senza realmente sapere nulla crea una inesorabile schiavitù.