[“Repubblica.it”, 28 gennaio 2023.]Mentre si levano da più parti dubbi e obiezioni attraverso dibattiti assai animati contro la «moda dei rifugi a 5 stelle» i quali, a fronte del nome che ancora conservano, assomigliano sempre di più a ristoranti e alberghi di lusso – al punto che qualche rifugista dichiara pubblicamente di «voler tornare all’antico» – un’amica mi scrive che qualche tempo fa suo figlio, che aveva otto anni, giunto in un rifugio delle Prealpi Bergamasche a 2000 m di quota e trovandosi di fronte un frigorifero con dentro i gelati, con fare serio le disse: «Un rifugio che vende i gelati non è un rifugio serio».
Ecco: discorsi su discorsi e considerazioni e articoli e analisi e saggi di antropologia culturale e di sociologia del turismo mirabilmente condensati dalla saggezza istintiva e per questo profonda di un bambino di otto anni. Che aveva già capito tutto, ben più di molti “guru” dell’industria turistica montana contemporanea.
[L’interno di un “rifugio” – si fa chiamare così! – a 2000 di quota sulle Dolomiti. Immagine tratta da www.dolomiticlass.it.]N.B.: sia chiaro, di principio non ho nulla contro quei “rifugi gourmet”. Solo che non sonorifugi e non offrono ospitalità di montagna, punto. Sono e fanno altro, legittimamente, dunque si facciano chiamare in un altro modo più consono. Questione di onestà commerciale e di rispetto verso i veri rifugi.
È certamente apprezzabile la considerazione che Regione Lombardia riserva alla Valsassina, cioè in buona sostanza alle montagne della provincia di Lecco maggiormente interessate dal turismo – il cui territorio comprende un’altra valle prealpina di grande valore, la Valvarrone – attraverso lo stanziamento di 36 milioni di Euro complessivi per la realizzazione degli interventi previsti dal “Patto territoriale per lo sviluppo delle aree montane e dei comprensori sciistici ed escursionistici dei piani di Bobbio-Valtorta e dei piani di Artavaggio in Valsassina – Strategia locale per lo sviluppo integrato e sostenibile della Valsassina” (fonte qui).
Un po’ meno apprezzabile – a parere di chi scrive – seppur ormai consolidata e triste abitudine della politica nostrana, è l’entusiastica strumentalizzazione propagandistica di questi interventi della quale si può leggere sulla stampa locale (siamo in campagna elettorale, d’altro canto): interventi che comprendono la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio, l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio e una nuova seggiovia a servizio della pista che da Bobbio scende verso Nava, oltre a opere stradali e accessorie.
[La funivia Moggio-Piani di Artavaggio, costruita nel 1961 e rimasta in servizio fino a quest’anno.]Perché è meno apprezzabile? Perché uno sguardo più obiettivo sulla questione rileverebbe che gli interventi sugli impianti di arroccamento per i Piani di Bobbio e di Artavaggio non sono affatto «emblematici» come sostenuto, al punto da suscitare siffatti entusiasmi propagandistici, ma sono inesorabilmente obbligati, rappresentando infrastrutture giunte a fine vita tecnica o che necessitano gioco forza di rinnovamento e peraltro essendo la funivia per Artavaggio classificata come “Trasporto Pubblico Locale”: non potevano essere evitati e tanto meno negati, in pratica, pena la fine delle due località non solo dal punto di vista turistico. Per essi l’esultanza pur legittima è un po’ come per la scoperta dell’acqua calda, insomma.
[L’attuale cabinovia che da Barzio raggiunge i Piani di Bobbio, costruita nel 1993.]Parimenti non c’è da felicitarsi, anzi, c’è solo da sconcertarsi per la riproposizione della citata seggiovia tra Nava e i Piani di Bobbio, bocciata già anni fa sia per «l’impossibilità di omologare il tracciato che discende la montagna fino al centro urbano, sia per il sopraggiunto disinteresse delle parti a investire nello sci ampiamente sotto i mille metri» (fonte qui). E se già si manifestava disinteresse tempo addietro per la costruzione di nuovi impianti sciistici a certe quote, figuriamoci oggi e ancor più nei prossimi anni con la crisi climatica che accresce senza sosta i suoi effetti, particolarmente visibili proprio sulle Alpi. Verrebbe quasi da pensare a un atteggiamento da negazionismo climatico bello e buono, ma ovviamente la speranza è che non sia così. D’altronde tutto ciò è reso ancor più emblematico da quanto dichiarato non più tardi di un anno e mezzo fa (settembre 2022) dalla società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio, riguardo questa prevista seggiovia: «Si tratta di una vicenda del passato che nulla ha a che fare con i nostri investimenti a monte in corso attualmente: Itb ha un’altra programmazione e un’altra prospettiva. Al termine dei lavori il ripristino dell’area e la componente naturalistica saranno la priorità» (fonte qui).
Dunque? Dov’è la logica in tutto ciò? E dov’è la coerenza, dove la visione strategica locale a lungo termine che dovrebbe essere propria di un autentico e sostenibile patto territoriale?
[La pista di discesa tra i Piani di Bobbio e Barzio che percorre il versante di Nava, detta “d’emergenza” perché sarebbe dovuta servire per il rientro degli sciatori a valle in caso di fermo della cabinovia e mai entrata ufficialmente in servizio (anche perché quasi mai innevata), nei pressi della quale si vorrebbe realizzare la nuova seggiovia.]In verità, è arduo non rimarcare quanto risulti sconcertante pensare di spendere milioni di Euro di soldi pubblici (3, a quanto si sa) per una seggiovia quadriposto che nasce già rottame, viste le condizioni nelle quali si realizzerebbe; ancor più lo è al pensiero dei molti investimenti che la Valsassina e la sua comunità avrebbe bisogno per mantenere i propri servizi di base ad un livello accettabile per un territorio di montagna. Investimenti e servizi che, tocca nuovamente constatare, non così sembrano funzionali all’entusiasmo e alla propaganda della classe politica odierna come quelli destinati al turismo di massa, nemmeno di quella che verso le montagne dovrebbe manifestare maggiore riguardo e sensibilità.
Si badi bene: queste mie considerazioni non concernono gli aspetti ecologici o ambientali della questione e tanto meno quelli politici e amministrativi ma la logica, la razionalità, la visione realmente strategica a favore della montagna e delle comunità locali… in breve il buon senso. Questo è, innanzi tutto: una questione di buon senso. Per capire se sia presente e attivo oppure no è indispensabile analizzare, indagare, pensare, riflettere a trecentosessanta gradi sul contesto, porsi domande e richiedere risposte plausibili, se non vi siano. Servono ad alimentare questa dinamica culturale, tali mie considerazioni.
Infine, due appunti personali. Il primo: per la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio è prevista una spesa di 15 milioni di Euro. Temo che non basteranno per la tipologia e le caratteristiche dell’impianto in questione, e che ne serviranno parecchi di più, ma ovviamente spero di sbagliarmi.
Il secondo: peccato che l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio non preveda una nuova linea prolungata con partenza dal fondovalle, qui ambientalmente integrata (ad esempio tramite una stazione semi-interrata e parcheggi sotterranei) e con intermedia dove ora c’è la stazione di Barzio, il che veramente risolverebbe l’annosa questione del traffico tra le vie del comune dell’Altopiano valsassinese e agevolerebbe un sistema di trasporto pubblico integrato dall’area milanese (treno+bus+cabinovia) al servizio del comprensorio sciistico che, per un paese come l’Italia, rappresenterebbe qualcosa di rivoluzionario, consentendo a un vastissimo pubblico di andare a sciare d’inverno o a camminare d’estate in una bellissima località montana senza utilizzare l’auto.
Purtroppo, invece, restiamo ancora qui a entusiasmarci per l’acqua calda. Che serve, sia chiaro, ma sperando che il riscaldamento globale non renda bollente al punto da non potersene servire più.
N.B.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal quotidiano on line “ValsassinaNews“.
[Una manifestazione dello scorso marzo a Milano contro i tagli ai caregivers lombardi. Immagine tratta da qui.]La Regione Lombardia taglia i fondi all’assistenza dei disabili gravi e gravissimi – il cosiddetto caregiving: vengono tolti circa 10 milioni, meno di quanto la stessa Regione Lombardia ha stanziato, ad esempio, per uno dei tanti assurdi progetti di nuovi impianti sciistici o di innevamento artificiale in luoghi dove è già oggi problematico sciare e domani sarà impossibile.
Un paio di seggiovie o un tot di cannoni sparaneve al posto dell’aiuto a circa 7.000 famiglie lombarde con persone disabili.
Lombardia: «la Regione del fare» (schifo).
P.S.: qualcuno ritiene che questa mia affermazione sia “populista”? Be’, se lo sia oppure no vada a chiederlo ai familiari delle persone disabili.
[Una veduta di Lecco con alcune delle sue montagne. Foto di Emibuzz, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.]Un’altra sezione del Club Alpino Italiano quest’anno celebra la propria fondazione, una delle più grandi, prestigiose e tra le primigenie del sodalizio nazionale, essendo stata fondata solo 11 anni dopo l’istituzione del CAI nel 1863: è la sezione di Lecco, costituita ufficialmente il 22 maggio 1874 su impulso di grandi personaggi quali – innanzi tutto – Antonio Stoppani e poi Giovanni Pozzi, Mario Cermenati, Giuseppe Ongania, poi divenuta la sezione di alcuni dei maggiori alpinisti italiani e oggi intitolata a uno dei più grandi di sempre, Riccardo Cassin.
Ben centocinquant’anni di attività sono un traguardo di assoluto rispetto, che infatti il CAI di Lecco sta celebrando con un lungo calendario di eventi prestigiosi che copre praticamente l’intero anno in corso. Senza ovviamente nulla togliere agli altri, ce n’è uno che trovo particolarmente significativo: quello – intitolato Sasso a Sasso, vedete la locandina qui sotto – che sabato prossimo 20 aprile propone un’iniziativa collettiva di manutenzione, cura e ove possibile ripristino dei passaggi ammalorati dell’antica mulattiera tra Cereda e Montalbano, due località a monte della città di Lecco dalle quali per lunghi secoli è transitato chiunque salisse per la Valsassina e magari proseguisse per la Valtellina, inclusi i primi lecchesi che, quando l’alpinismo prese a diffondersi, si cimentarono con l’ascesa alle vette dei monti della zona. Un’opera storica di importanza eccezionale che deve essere preservata in ogni modo possibile come ogni altra presente sulle nostre montagne, per come rappresenti una scrittura antropica fondamentale impressa nel tempo sulle “pagine” del territorio, che oggi diventa un vero e proprio libro sul quale si possono leggere innumerevoli narrazioni affascinanti e importanti per l’identità dei luoghi, la comprensione approfondita del presente e per la costruzione del loro futuro. A patto, appunto, che tali scritture restino ben leggibili: per tale motivo trovo l’iniziativa del CAI lecchese quanto mai importante oltre che assolutamente affascinante. Andare per monti, raggiungendo le loro vette o vagando nei fondovalle, oggi significa anche se non soprattutto manifestare sensibilità e avere cura dell’ambiente montano, quanto mai prezioso, delicato e particolarmente esposto al cambiamento climatico e agli effetti delle attività antropiche. Che tutto ciò lo manifesti il principale sodalizio della montagna credo renda il tutto ancora più significativo.
Dunque applausi alla sezione CAI di Lecco e AUGURI per altri 150 e più anni di irrefrenabile vitalità e autentica passione per le montagne!
La sezione di Calco (Lecco) del Club Alpino Italiano compie 60 anni! AUGURI!
Vivace come poche altre e sensibile alle realtà montane a tutto tondo, il CAI di Calco sa essere un ideale, mirabile trait d’union tra l’alta Brianza nella quale opera e l’alta montagna della quale si fa voce intensa e preziosa, diffusa grazie alle sue innumerevoli attività alpinistiche e culturali.
Proprio come quelle con cui la sezione sta festeggiando il proprio sessantesimo di fondazione, alcune già svoltesi, altre prossime a farlo con la presenza di figure assolutamente prestigiose (trovate qui calendario completo e dettagli, ma lo vedete anche nella locandina lì sopra): ad esempio, domani, l’ospite sarà Luca Mercalli (e, nei successivi incontri, Denis Uribko, Federica Mingolla, Alessandro Gogna…):
Insomma: nomi grandi per una sezione “piccola” solo nei numeri (rispetto ad altre) ma che sa essere grande in modi sempre ammirevoli. Dunque ancora auguri di cuore al CAI di Calco, e cento di questi sessantesimi!