“Caronte”, “Attila” e altre meteo-banalità

[Foto di Alessio Soggetti su Unsplash.]
Comunque a me pare che l’abitudine di dare nomi di fantasia – quasi sempre di matrice storico-mitologica: in questi giorni ad esempio è il turno della tempesta “Attila” – alle varie perturbazioni e ad altri fenomeni atmosferici e meteorologici come le ondate di calore estive o le intemperie invernali non sia affatto «un modo per avvicinare la gente a questo argomento» come sostiene chi li propugna e tanto meno che abbiano ottenuto «un aumento dell’interesse per la meteorologia anche grazie a un modo di comunicare che abbiamo introdotto anche noi, più popolare». Semmai, mi sembra che tale abitudine, non a caso accolta subito dai media nazional-popolari che la utilizzano i  modi quasi sempre folcloristici, contribuisca a banalizzare il tema, con inevitabili gravi conseguenze quando si è in presenza di fenomeni particolarmente estremi e capaci di causare danni a cose e persone, generando di contro incompetenza scientifica e culturale diffusa e relegando l’argomento a questione buffa, divertente, leggera, non popolare ma popolana, più facile da commentare superficialmente sui social, magari con tanto di meme vari e assortiti, che in contesti nei quali il suo portato potrebbe essere meglio compreso, anche in tema di prevenzione e protezione civile.

È un po’ come il commentare in contesti culturalmente poco sviluppati (mega eufemismo!) l’arte contemporanea o le scoperte scientifiche, per ciò non potendo andare oltre un recinto lessicale, narrativo e didattico invero parecchio stretto con un uditorio già poco sensibile (altro notevole eufemismo) al riguardo. Serve veramente per “portare” questi temi al grande pubblico, oppure il rischio è di degradarne l’importanza oltre il limite accettabile da qualsiasi società civile e avanzata?

Noi, spettatori della catastrofe

[Foto di Matt Palmer da Unsplash.]

E adesso gli scienziati stanno delineando nuovi scenari orrorifici sulle conseguenze di un aumento dai tre ai cinque gradi della temperatura globale. La Terra ha abbandonato i ritmi della geologia e sta cambiando a ritmi antropologici, eppure le nostre reazioni si misurano ancora su scala geologica. Si organizzano convegni per decidere la sede del prossimo convegno. Forse questo aumento della temperatura implica dei cambiamenti troppo lenti per creare allarme, se paragonato all’esplosione di una bomba atomica e alla sua onda d’urto. Così ce ne stiamo qui tranquilli a guardare il lento avanzare della catastrofe. «Estate climatica›› ha un impatto ben diverso da quello di «inverno nucleare». Brucerà qualche bosco in più, farà un po’ più caldo qua e là e per qualche tempo staremo perfino meglio, finché di colpo un’inondazione millenaria si rovescerà nel mare innalzandone ancora il livello, mentre lentamente i deserti si espanderanno e gli uragani cresceranno d’intensità. E intanto, che questa o quella specie animale si estingua cesserà di fare notizia.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pag.131. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]