A proposito di ripartenza della scuola

Nell’opera di portata capitale dell’educazione dei fanciulli, la montagna ha da svolgere il ruolo più importante. La vera scuola deve essere la natura libera, con i suoi bei paesaggi da contemplare, le sue leggi da studiare dal vivo, ma anche gli ostacoli da superare. Non è nelle anguste aule con le inferriate alle finestre che si formeranno uomini coraggiosi e puri. Diamo loro piuttosto la gioia di bagnarsi nei torrenti e nei laghi di montagna, portiamoli a passeggio sui ghiacciai e sui campi di neve, conduciamoli alla scalata delle grandi vette. Non solo impareranno senza fatica ciò che nessun libro può insegnar loro, non solo si ricorderanno tutto ciò che avranno imparato nei giorni felici in cui la voce del professore si confondeva, per loro, in un’unica impressione con la vista di paesaggi affascinanti e grandi, ma si saranno inoltre trovati in faccia al pericolo e lo avranno gioiosamente sfidato. Lo studio sarà per loro un piacere e il loro carattere si formerà nella gioia.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pagg.157-158; 1a ed.1880.)

Già, la montagna può ben essere – lo si usa dire, d’altro canto – “una scuola di vita”: come lo è stata in passato lo può essere oggi e, per molti aspetti, nel futuro. Ma se a qualcuno tale affermazione potrebbe sembrare “retorica” (a volte per colpa di chi la utilizza), Reclus rimarca da par suo che la montagna è una scuola, punto. Sic et simpliciter.
Poi lo è di vita ovvero per la vita, per il carattere e per lo spirito, per la volontà, per l’intraprendenza e per chiunque e in ogni sua età, nel ragazzino certamente ma, perché no, anche nell’adulto, che tra i monti troverà sempre qualcosa di importante e significativo da imparare.

Il destino è segnato (?)

Comunque, bisogna ammettere che il mondo in cui – volenti o nolenti – viviamo offre sempre notevoli spunti di, ehm… “riflessione”, sul mondo e su noi stessi in quanto sua razza dominante, già.
Per dire: date un occhio alle seguenti due notizie diffuse dalle agenzie di stampa a distanza di un giorno solo – ad esempio sull’“Agi”, dalle quali le riprendo.

Il titolo della prima, datata 9 settembre, dice: «In Europa l’inquinamento uccide 630 mila persone ogni anno».

La seconda, del giorno dopo, invece ha come titolo: «La sfida del vaccino, 8 mila jumbo per consegnarlo».

Bene: considerando che gli aerei sono il mezzo di trasporto più inquinante in merito a grammi di CO2 emessi per ogni km (e per passeggero trasportato) e comunque in assoluto tra i più inquinanti, potremmo “tranquillamente” (detto con sarcasmo, ovvio) concludere che, per salvarci dal virus Covid-19, ci uccideranno con l’inquinamento.

Oltre a soffocare l’ambiente dell’intero pianeta ancor più di quanto già non accada, certo, e per giunta senza contare che, come è stato evidenziato, i territori con forte inquinamento atmosferico sono proprio tra quelli ideali per la diffusione dei virus come il Covid.

Ecco.

È veramente un mondo meraviglioso, questo, non trovate?

L’invasione turistica dei monti, tra calamità e opportunità

[Invasione di turisti come in città al Sass Pordoi, 2900 m, nelle Dolomiti. Immagine tratta dalla pagina facebook del CNSAS – Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, qui.]
In queste settimane leggo frequentemente articoli e opinioni sull’invasione delle Alpi italiane da parte di turisti, gitanti e vacanzieri quale “inopinato” effetto collaterale del Covid, con osservazioni e riflessioni assolutamente condivisibili – questo è uno dei più recenti, dal sito di Mountain Wilderness; anche questo, da “Il Dolomiti” contiene testimonianze e osservazioni interessanti.

D’altro canto a me, da “operatore culturale” che lavora in (ovvero per la) montagna, per molti versi fa piacere vedere così tanta gente sui monti, seppur i problemi notevolissimi dovuti a tale afflusso risultino parecchio preoccupanti. Al di là dell’impatto ambientale, la cui considerazione lascio a chi ne abbia competenza e voce autorevole – e la citata MW è tra gli attori migliori in tal senso – ora qui voglio considerare la questione dal punto di vista culturale, riflettendo, più che sulla quantità, sulla qualità della presenza turistica. E mi viene di farlo in senso critico, anzi, autocritico, perché ho l’impressione che noi (io per primo) operatori culturali che lavoriamo in montagna, non abbiamo saputo prevedere questa pur insolita e forse temporanea evoluzione della frequentazione turistica popolare, ovvero l’abbiamo sottovalutata quando ha preso a manifestarsi e per questo abbiamo di conseguenza perso (o stiamo perdendo, tutt’ora) l’occasione per attivare una “riabilitazione” culturale dei territori alpini capace di distogliere almeno qualche visitatore (nuovo, magari) dai soliti meccanismi di fruizione meramente e bassamente turistici, dunque degradanti, delle montagne, quelli che sovente le trasformano in meri divertimentifici alpini come fossero bizzarri luna park che deturpano monti trasformati in periferie d’altura delle città, privati di qualsiasi valore culturale e di contro dotati di una “valenza estetica” (oltre che ludico-ricreativa e commerciale, come detto) totalmente inventata e decontestuale.

Insomma, rimarco in primis a me stesso: dovevamo (dovremmo) approfittare di quest’occasione per rimettere in evidenza a tutta questa folla l’importanza culturale autentica della montagna, che non è certo quella delle funivie, dei solarium (cose che, per carità, ci stanno anche ma con buon senso), degli slogan promozionali sovente stupidi e degli stilemi cittadini riprodotti in quota per non far sentire troppo “spaesati” i vacanzieri (i quali così finiscono per comportarsi sui monti come in città, come fossero nel parcheggio sotto casa o sulla metro, vittime e al contempo artefici del degrado alpino), e che non è nemmeno quella della montagna contrapposta e antitetica alla città o della presunta “wilderness” che in verità sulle Alpi non esiste da secoli, ma che è quella di un macro luogo dotato di identità e valenze uniche che vanno intese e comprese – almeno un poco, e con un minimo sforzo intellettuale – nel loro senso più autentico e importante, il quale presuppone una fruizione diversa e dedicata al fine di goderne al meglio i pregi e le bellezze. E se una predisposizione intellettuale, culturale e spirituale del genere non c’è (ovvero pare non esserci) in molti dei frequentatori della montagna nel corso di quest’estate, be’, va adeguatamente attivata e coltivata: chissà quanti ostaggi del suddetto bieco turismo di massa sarebbero invece pronti a osservare con occhi diversi e capire con mente più attenta il valore autentico delle montagne, diventandone dei rispettosi e consapevoli visitatori! Ribadisco: non perché la montagna sia “meglio” della città, semmai perché la montagna è altro rispetto alla città, ed andare a visitarla come se si visitasse una città – o, peggio, un centro commerciale, viste certe situazioni – è un po’ come assistere ad un concerto musicale di gran pregio con le cuffiette nelle orecchie che trasmettono tutt’altra musica, e ben più banale, solo perché si è abituati a farlo quotidianamente, a casa, per mero e disimpegnato intrattentimento. Essendo altro, la montagna, ha ugualmente bisogno d’altro per essere goduta appieno, e ciò vale in ogni senso: altri ritmi, altri tempi, altri modi per muoversi in e su di essa, altre modalità di relazionarsi con il territorio e il paesaggio, altre sensibilità, altre percezioni, altri moti d’animo, altre libertà di pensiero e d’azione. Ha bisogno di “altre” persone, mi verrebbe da dire, pur rimanendo, ciascuno, le stesse persone di sempre: la montagna sa attivarci anche questa dote, in effetti, ampliando e acuendo le nostre possibilità cognitive così da poterci sentire non più meri turisti o “clienti” dei monti ma parte essenziale dei monti stessi, viaggiatori delle terre alte nel senso più compiuto del termine, elementi armonici con l’ambiente montano capaci di dialogare fluentemente con i loro Genius Loci, ecco.

Abbiamo mancato l’occasione, al momento, ma possiamo recuperare, io credo. Possiamo cercare di ridare dignità culturale alla gran massa di visitatori che salgono sui monti salvandola dai “recinti” (le strade trafficate come in città, i parcheggi, le code alle funivie, le cabine delle funivie, i resort-non luoghi, l’immaginario finto e deviante, eccetera) nei quali la più bieca industria turistica la rinchiude al fine di ricavarci più tornaconti possibili infischiandosene del paesaggio montano, della sua cultura, della sua gente e del suo futuro. Dovrebbe diventare, questo “recupero culturale salvifico” dei monti, uno degli scopi fondamentali di noi che operiamo sulle e per le montagne, nei prossimi mesi, fosse solo per non lasciare che da questa “invasione turistica” post lock down ne possano derivare solo danni e degrado, da qualche stolto creduti come “scoperta” o “guadagno” ma in verità ennesime sofferenze inflitte ad un mondo, quello delle terre alte, già troppo soggiogato, offeso, maltrattato, torturato da numerosi elementi ad esso avversi ma sodali a certi meccanismi politico-economici di potere.

Riuscissimo, nello scopo suddetto, potremmo realmente contribuire alla costruzione di una bella fetta di buon futuro per le nostre montagne, a vantaggio non solo loro ma di tutti quanti.

 

Il camminare è architettura

[Foto di Alex Guillaume da Unsplash]
Qualche post fa vi ho proposto una sorta di dissertazione etimologica sull’origine dei vocaboli “essere/esistere”, e devo ammettere di trovare profondamente affascinante che per essa si possa rinvenire una giustificazione etnoantropologica – e architettonica –  direttamente nella storia dell’umanità, ovvero nelle prime azioni attraverso cui l’uomo ha segnalato e sancito materialmente il proprio essere al mondo e nello spazio.

In quel post ho scritto che dalla radice indoeuropea “stal”, “stalk” si fanno derivare sia il termine “esistere/esistenza” che il termine “luogo”, e che il suo significato originare è porre nonché, per diretta derivazione e come sostantivo, posto. Inutile dire che, quando diciamo cose del tipo «ci si trova in quel posto» usiamo il termine proprio come sinonimo di luogo, di spazio determinato e identificato. Proprio in tema di identificazione dello spazio, e di conseguente identificazione e definizione dell’essere consapevole nello spazio, essa venne determinata agli albori della civiltà umana proprio con il porre un oggetto di ben riconoscibile materialità e consistenza cognitiva: i menhir, in assoluto uno dei primi contrassegni antropici nello/dello spazio. Segno “intelligente” di passaggio, di transito (quindi di essenza ed esistenza), primordiale marcatore referenziale, indicatore di orientamento, elemento di identificazione del territorio e, in forma primitiva ed elementare, primo segno architettonico. Il menhir veniva posto (verbo) in un certo punto dello spazio/territorio e dunque – vedi l’etimo citata – ciò creava un posto (sostantivo), dunque un luogo. Un ambito segnato, identificato, riconoscibile e nel quale riconoscersi – o riconoscere l’essenza/presenza altrui.

Insomma: i menhir sono stati tra i primi segni concreti sul territorio attraverso cui l’uomo ha sancito il proprio legame con lo spazio attraversato e vissuto, che nel Neolitico si stava costruendo attraverso il semplice tanto quanto (di nuovo) fondamentale esercizio del camminare – un’altra di quelle cose che tutt’oggi sottovalutiamo grandemente, in senso culturale, nonostante sia una pratica di gran moda e assai ispiratrice di decine di volumi al riguardo.

Fin da quanto i nostri antenati hanno capito che quelle due membra al di sotto della vita servivano – molto di più che le altre due sopra, da bipedi quali divennero – a spostarsi via via, con un po’ di esercizio, sempre più agevolmente, il camminare si è rivelato come (e assai meno banalmente di quanto sembri) la principale forma di esplorazione e quindi di conoscenza dello spazio che essi si trovavano intorno e col quale dovevano interagire: un metodo di arricchimento culturale del legame tra uomo e spazio che si andava costruendo e consolidando nel tempo. Non solo: la semplice pratica del camminare nello spazio/nel territorio ha rappresentato pure – come ho accennato poco fa – la prima forma di architettura della storia umana: quantunque indeterminata e solo “abbozzata” ma già, in nuce, atto di modificazione effettiva del territorio, di imprinting antropico attraverso tracce evidenti e presumibilmente durature nel tempo, dunque pure di appropriazione culturale dello spazio e di territorializzazione. Tracce che, in quei momenti primordiali, erano rappresentate da qualcosa che ancora oggi è elemento ben presente e caratterizzante lo spazio (non urbanizzato, soprattutto): i sentieri, le linee di passaggio impresse sul terreno indicanti i movimenti, i transiti umani, le attività, la vita – l’essenza e la presenza, nuovamente. Guarda caso (concedetemi questa piccola mania personale per l’etimologia delle parole), il termine ἀρχή (árche, “superiore”, “preminente”), che con τέκτων (técton, “ingegnere”, “costruttore”) forma la parola “architetto” (col significato di capo costruttore, dunque, dalla quale è derivata poi “architettura”), aveva nel greco antico anche il significato di “partenza”: un termine quindi parecchio legato alla presenza attiva nello spazio, al movimento consapevole in esso che, appunto, millenni fa era quello sostanzialmente intrapreso con la pratica del camminare. Nemmeno causale è l’evidenza che dal sentiero quale segno della presenza e del transito dell’uomo nello spazio nonché primigenia forma architettonica primaria è nata l’esigenza di marcare il territorio con qualcosa di architettonicamente più concreto e solido, pur tuttavia strettamente legato al nomadismo di quei primi uomini: proprio per questo vennero innalzati i menhir, evoluzione solida e rimarcabile da chiunque del legame concretizzato tra uomo e spazio.

C’è un altro aspetto interessante, che consegue da quanto ho affermato finora. Il menhir ha rappresentato – sempre in modo primitivo e del tutto elementare ma pure, nel principio, paradossale – anche una delle prime manifestazioni del bisogno di stanzialità (e di conseguente territorializzazione) dell’uomo primitivo nello spazio: un bisogno materializzatosi attraverso un segno architettonico, dunque di una pratica di organizzazione dello spazio tuttavia generatasi in un ambito di nomadismo quale conseguenza di esso e non, come verrebbe da pensare, antitetico ad esso. È stato grazie al moto nello spazio, insomma, che si è generata la società stanziale dell’uomo: e dal primo segno architettonico marcante, referenziante lo spazio e identificante il “luogo”, è derivata la vera e propria architettura, la scienza ingegneristica e ogni altra pratica di controllo razionale e di modificazione dello spazio – illuminante riguardo questi temi risulta il volume di Francesco Careri Walkscapes. Camminare come pratica estetica, dai quali l’autore parte per giungere a rivelare come la pratica del camminare possa essere persino considerata un esercizio estetico/artistico, come peraltro indicato da numerose avanguardie artistiche novecentesche fino alla contemporanea Land Art.
Un “paradosso” – se è possibile definirlo così, appunto – al quale dobbiamo gran parte dello sviluppo della nostra civiltà.

Io sono / Io sto

[Foto di Markus Spiske da Unsplash]
Tutti quanti, noi, siamo esseri umani.
Lo so, ho affermato qualcosa di totalmente ovvio; ma, al di là dell’evidente ovvietà di questa affermazione, almeno dal punto di vista biologico, mi interessa mettere in evidenza qualcosa di altrettanto ovvio e parimenti trascurato, quando non ignorato, ancorché d’importanza sostanziale, decisiva.

Ogni creatura vivente, ma in particolare l’uomo, la si definisce essere. Un termine che indica e compendia, nelle due sue accezioni principali, lo stato di vita attivo: “essere” come entità vivente, dunque essenza, ed “essere” come esistenza e presenza, in senso astratto e, soprattutto, in relazione ad un dato spazio. La creatura vivente “uomo”, definendosi pienamente vivo, è un “essere” in entrambe le suddette accezioni del termine. L’una giustifica l’altra, in buona sostanza: io sono in quanto essenza vivente, e io sono in quanto esistente e presente nel mondo in cui tutti viviamo. Dunque quando dichiaro ciò, “io sono”, in pratica sto affermando allo stesso tempo la coscienza del mio stato di vita biologico e spirituale e la mia presenza in uno spazio, nel quale mi muovo interattivamente con cognizione di causa. Il caro vecchio descartiano cogito ergo sum, in pratica: la autoconsapevolezza dell’uomo in qualità di creatura pensante è parimenti la consapevolezza della sua esistenza al mondo.

Tuttavia non è certo mia intenzione, qui e ora, costruire disquisizioni fin troppo filosofeggianti. Nella vita mi occupo di parole, semmai, e guarda caso proprio esse, o meglio la loro origine, mi aiuta in ogni caso a supportare e confermare quanto ho appena affermato. Prendiamo infatti l’etimologia di “esistere”: viene dall’unione dei vocaboli latini “ex” e “sìstere”, con questo secondo che a sua volta deriva da “stàre”, col significato di stare saldo, essere stabile. “Esistere” vale “essere” – da cui si deriva “essenza” – che guarda caso, nella forma verbale, forma i suoi tempi composti col participio passato del verbo “stare” – “io sono stato laggiù”, ad esempio. Continuando su questa via etimologica, scopriamo che “stare” deriva dalla radice indoeuropea originaria “stal”, “stalk” che significa porre: da qui viene anche il tedesco “stal”, dimorare – “stalla”, infatti, un tempo significava dimora ma anche stazione (spazio in cui si sta). Per metatesi, poi, “stal/stalk” è divenuto “stlak”, vocabolo che è all’origine del termine antico “st-locus” il quale nella forma latina ha perso la prima parte, diventando semplicemente “locus”: luogo.

A questo punto diventa chiaro, credo, quanto sia forte il legame – in primis etimologico ma subito dopo, a cascata, in ogni altro senso – tra “essere” in quanto essenza, “essere” in quanto esistenza e, di conseguenza, quest’accezione in rapporto a un dato spazio, ovvero allo stare (essere/esistere) in un luogo. Questo è un altro passaggio fondamentale: io sono in correlazione a uno spazio determinato, che giustifica il mio “essere”. In ciò si genera la realtà antropologica dell’essere umano, il quale è nel rapporto con lo spazio – nonché per certi versi col tempo – che legittima la propria esistenza al mondo e nel mondo. Nello spazio mi muovo, vi interagisco, mi ci rifletto e riferisco. In esso cerco di fissare dei marcatori referenziali – personali o condivisi non importa, ora – che identificano lo spazio ma, soprattutto, vi identificano la mia presenza, vi conferiscono valore e dunque, allo stesso modo, danno valore alla mia essenza – a me stesso, in pratica. D’altro canto tutti noi abbiamo bisogno di riconoscerci nello spazio per non sentirci smarriti: una condizione che inevitabilmente si riflette nel nostro animo, arrivando nel caso a confondere e disorientare la stessa percezione di noi stessi – dunque l’esistenza tanto quanto l’essenza. È una necessità comune a buona parte delle creature viventi: non è solo una rivendicazione di presenza e di appartenenza (reciproca) nei confronti della spazio (questa semmai viene più avanti), in primis è una naturale, spontanea, elementare e comunque vitale necessità di orientamento, il che conferisce non solo un valore al nostro essere nello spazio ma pure un senso, materiale e immateriale. Di rimando, il trovare un senso al nostro essere nello spazio conferisce un corrispondente senso allo spazio stesso: è nuovamente la dualità essenza/esistenza, non ci si scappa da essa.

Dunque, per riassumere: il nostro “essere” si correla e rapporta ad un dato spazio nel quale ci riconosciamo, e per la cui riconoscibilità abbiamo bisogno di marcare con il segno della nostra presenza: un segno che ci certifica presenti in quello spazio così come la nostra essenza consapevole. È qualcosa che l’uomo ha messo in atto fin dalla notte dei tempi e che fin da allora – ribadisco – si è rivelata questione del tutto sostanziale eppure, malauguratamente, poco pensata, poco affrontata, spesso resa in modo superficiale e di frequente travisata – ad esempio deviandola di forza verso prese di posizioni ideologiche reazionarie – salvo che per l’opera di rari pensatori novecenteschi, tra cui Heidegger e Foucault: il primo con Costruire, abitare, pensare, nel quale la relazione tra uomo e spazio è sviluppata soprattutto nell’accezione stanziale, il secondo con vari scritti poi raccolti principalmente nel volume Spazi altri. I luoghi delle eterotopie. Peraltro, dal tema della spazialità dell’essere (al mondo) deriva l’altra basilare questione del “senso di luogo”: un tema che dovrebbe essere proprio del carattere sociale di noi uomini contemporanei e che invece è stato a lungo (e forse tutt’ora ancora troppo) trascurato. Con le conseguenze alquanto degradanti che non di rado possiamo constatare in tanti dei “luoghi” in cui viviamo e stiamo – ma, in tali casi, nel senso meno virtuoso del termine.