Alpinscena #105

Quando mi chiedono quale sia la miglior rivista che si occupi di cultura di montagna, non ho esitazioni a rispondere: è “Alpinscena”, la rivista della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina, organizzazione indipendente, senza fini di lucro, impegnata per la protezione e lo sviluppo sostenibile delle Alpi.
Pubblicata in cartaceo da due a quattro volte l’anno nelle varie lingue in uso negli stati alpini, e con carattere solitamente monotematico, “Alpinscena” affronta questioni di attualità per le Alpi con modalità molteplici ma sempre altamente approfondite e attraverso visioni tanto innovative quanto costruttive. A informazioni basilari fornite da esperti sono affiancati esempi concreti riguardanti le seconde case, il riscaldamento globale, la diversità biologica, le costruzioni energeticamente efficienti, l’innovazione e molto altro che oggi forma l’ambiente alpino e determina la vita e la relazione con esso dei suoi abitanti o dei visitatori. Il tutto in poche ma dense pagine, nelle quali si può trovare quello che probabilmente è il punto di vista più avanzato in tema di Alpi, di paesaggio alpino, di vita in montagna, di fruizione della regione alpina. Ed è persino gratuita e scaricabile direttamente dal sito della CIPRA! – anche se un sostegno economico volontario è assai gradito.
Insomma, da conoscere e leggere, se siete studiosi, ricercatori cultori, abitanti, appassionati delle Alpi della loro realtà culturale.

Cliccate sull’immagine in testa al post per conoscere l’ultimo numero di “Alpinscena”, oppure qui per abbonarvi alla versione cartacea. Qui invece potete navigare nel sito web della CIPRA.

Buone e proficue letture alpine!

I paesaggi delle Alpi, e di Salsa

Il paesaggio rappresenta uno spazio di vita in cui riconoscersi, un antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di uno scenario muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere. Le nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose.

Annibale Salsa è una delle figure italiane fondamentali per chi, come me, si occupa di cultura di montagna e di relazione tra l’uomo e le «terre alte» – ho scritto spesso di lui e delle sue pubblicazioni, qui. Antropologo di fama, docente universitario per lungo tempo, ex Presidente Generale del CAI e persona assai affabile (lo posso dire con cognizione di causa), è autore del basilare Il tramonto delle identità tradizionali, un testo che, appunto, tutt’oggi risulta esemplare nell’impostazione teorica (ma per molti aspetti pure pratica, senza dubbio) dello studio delle tematiche sociologiche e antropologiche alpine.
Posto ciò, sono dunque ben felice di denotare l’uscita del suo nuovo libro per Donzelli, I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, dalla cui presentazione sul sito dell’editore ho tratto la citazione che apre questo post e che certamente leggerò presto.

Cliccate sull’immagine per saperne di più, sul libro.

Salisburgo, per me

Lo scorso mese di agosto ho passato qualche giorno a Salisburgo, città dalla quale sono sempre transitato per andare oltre, verso altre mete, e che dunque non conoscevo se non per quanto letto o visto sui media ovvero sentito da conoscenti che c’erano stati.

Be’, potrei scrivere molto al riguardo, moltissimo, rischiando però di dirvi cose già lette altrove; preferisco restare coerente a una delle sue peculiarità principali, cioè l’essere una città la cui estensione urbana, soprattutto del centro storico, è inversamente proporzionale al fascino che racchiude: tantissimo in poco o pochissimo, insomma, in confronto ad altre città e, più direttamente, in relazione alla meta verso la quale molti viaggiano transitando da Salisburgo senza sostarvi, come ho fatto io fino a ora, ovviamente Vienna. Non una “sorella minore”, non una “capitale austriaca bis”, non una “Viennetta” come ho letto da qualche parte. No: Salisburgo è una città dal fascino denso e intenso, peculiare e personale, austriaca più che austroungarica, mitteleuropea ma assolutamente cosmopolita al punto da non sentir solo le sublimi arie di Mozart aleggiare tra le sue vie ma anche le geniali intuizioni di Von Humboldt. È una città salotto, ma di quei salotti eleganti senza essere fastosi, nei quali ti ci accomodi e ti senti bene, mai a disagio, coi suoi bei soprammobili tuttavia gradevoli, ordinati, spesso preziosi e mai kitsch, un salotto di cui riconosci gli agi e ancor più la fortuna di poterne godere in tutta tranquillità.

Ma, ribadisco, non voglio scrivere troppo, lasciando invece parlare le immagini, stavolta, che compongono un personale, succinto, certamente dozzinale (non sono un fotografo) ma altrettanto appassionato “reportage”. Buona visione.

Il passo del vento

Mi tocca tornare a leggere Mauro Corona?

Sia chiaro: a me Corona è assai simpatico e lo giudico un personaggio di potenziale grande importanza per il mondo della montagna italiana, coi suoi libri, le sue narrazioni, le sue visioni e in quanto personaggio pubblico/mediatico. Di contro, proprio in questa ultima figura, secondo il mio parere Corona ha esagerato un po’ troppe volte nell’andare oltre il limite del degno, accettando certi copioni televisivi o di marketing fin troppo ridicoli che stridono molto proprio con l’essenza di quel mondo che racconta nei suoi libri e con la sua cultura e che ne stemperano e indeboliscono il messaggio virtuoso, ove ci sia, parimenti alla credibilità del personaggio stesso.

Però qui, con questo nuovo libro (ne parlano gli amici di “MountCityqui) a fargli da “badante letterario” (mi si perdoni la cinica ironia, ma vedi sopra) c’è l’ottimo Matteo Righetto, e il tema del libro, ancorché niente affatto originale, resta comunque intrigante – anche perché la montagna, quella vera e non quella preconfezionata ad uso turistico-mediatico, sa sempre rendere originale e particolare anche ciò che apparentemente non lo è o che in principio non lo sarebbe. In fondo ciò vale anche per Corona; solo, deve ricordarselo, lui, in certe situazioni.

Dunque sia, lo recupero e lo leggerò. Ve ne dirò, poi, come sempre.

Luciano Bolzoni, “Carlo Mollino. Architetto”

«È forse meno difficile essere un genio che trovare chi sia capace di accorgersene.» Così ha scritto Ardengo Soffici nel 1915, nel suo Giornale di bordo, cogliendo una delle peculiarità da sempre fondamentali riguardo la genialità: l’essere sovente incompresa, considerata con sufficienza se non con malignità, scambiata per pazzia o, quando va bene, per stramberia. D’altro il genio è colui che è in grado di vedere attraverso lo spazio e il tempo con mille occhi e verso mille direzioni, ma quasi mai in quella verso cui la maggioranza guarda: ciò lo rende sfuggente – a volte suo malgrado e altre volte per una sorta di autodifesa, di istinto di sopravvivenza – nonché contrastato ovvero osteggiato, con malignità più o meno palese.

Tra i personaggi del Novecento italiano che meglio si riflettono in quanto ho appena scritto, e che può ben ambire a quell’enfatico tanto quanto impegnativo appellativo di “genio”, bisogna senza dubbio annoverare Carlo Mollino. Fotografo rinomatissimo, progettista poliedrico, docente universitario, designer, arredatore, sceneggiatore, e al contempo occultista, sciatore, aviatore, pilota automobilistico ma, ancor più – o forse soprattutto, ci sarebbe da dire – architetto, visionario ideatore di edifici sovente innovativi e iconici eppure non così di frequente ricordato per tale sua specializzazione accademica, “nascosta” dietro le più suggestive fotografie di nudi femminili o i suoi un tempo celeberrimi manuali di discesismo. Luciano Bolzoni, architetto a sua volta ma non solo per questo uno dei maggiori mollinisti – esperti di Mollino, intendo dire – in circolazione, interviene a risolvere tale mancanza culturale sulla figura del grande torinese con Carlo Mollino. Architetto (Silvana Editoriale, 2019) col quale l’autore mette finalmente in luce e in ordine la visione e la pratica architettonica di Mollino attraverso numerosi focus dedicati ai progetti più emblematici e ai concetti teorici (ma non solo) che vi stavano alla base, e sui quali si è formata una carriera per molti aspetti (positivi e negativi) originale e senza dubbio inimitabile []

(Leggete la recensione completa di Carlo Mollino. Architetto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)