Cammino nel bosco silenzioso, attraverso luminosità vibranti e ombre di quiete. Alberi fitti, sottobosco rigoglioso, un mondo che ogni volta mi accoglie calorosamente, nel quale mi trovo sempre bene. Solitario ma mai solo. Silente, ma in dialogo con tutto ciò che intorno. Non c’è nulla qui, a parte la traccia del sentiero. Ma veramente è così?
Ci siamo troppo assuefatti, temo, a vedere in certi ambiti del mondo in cui viviamo il tutto senza capire che in realtà lì c’è il nulla – nulla che ci serva realmente – e pensiamo di trovare in altri ambiti dello stesso mondo il “nulla” quando invece lì c’è tutto – tutto quello che ci serve. Così perdiamo buona parte del nostro tempo utile – che non è molto, a ben pensarci – dietro quella tanta roba inutile, togliendolo alla ri-scoperta di ciò che non sappiamo più vedere e percepire, ciò che invece ne farebbe un tempo ben speso, proficuo, efficace.
Perdere tempo così significa perdere spazio – e il tempo è spazio: spazio vitale, quello che noi occupiamo proprio vivendo il nostro tempo. Dunque, è come perdere noi stessi e ciò che si perde non si trova più, non si vede più. È come diventare invisibili cioè nulla, a nostra volta, nel nulla verso cui perdiamo tempo. Non conviene, secondo me.
P.S.: l’immagine in testa al post, che a mio parere esemplifica benissimo ciò che vi ho scritto, è dell’ottimo Filippo Manini (che ringrazio di cuore per avermela concessa), autore di opere fotografiche assolutamente affascinanti (che crea su montagne che sono le sue e anche le mie) le quali riescono benissimo a mostrare tanto dove forse per alcuni ci potrebbe essere poco. Per l’appunto.
Noi, da ragazzi, si andava a piedi lungo le vie dei pastori e dei carbonai, o sulle mulattiere della guerra. Ma da vent’anni a questa parte il nostro Altopiano è stato riscoperto dalle masse come luogo di svago, di riposo, di agonismo, di funghi: terra ludica da conquistare e godere. Ben sappiamo, però, come questa fruizione del territorio, questa antropizzazione, se fatta in maniera volgare può cagionare, e cagiona, anche consumo di ambiente e, quindi, di natura, con la perdita parziale, e forse totale di quel topos di cui tutti sentiamo il bisogno: un rifugio dell’anima e del corpo, sempre più necessario a mano a mano che crescono i rumori confusi della civiltà dei consumi.
Rigoni Stern lasciava le sue montagne e il nostro mondo esattamente 15 anni fa, il 16 giugno 2008. Autentica e lucidissima coscienza di quelle (ovvero di tutte le) montagne e del tempo che viviamo, il grande autore slegar (asiaghese, in cimbro) non è più tra noi ma resta quanto mai presente e fondamentale, aiutandoci costantemente a meditare e comprendere molte delle cose che col tempo sui monti (e non solo qui) noi uomini facciamo. Resterà – dovrà restare – una figura imprescindibile, e in modo crescente, anche in futuro: finché lo sarà, noi tutti avremo un buon sentiero lungo il quale incamminarci.
P.S.: per conoscere Mario Rigoni Stern e approfondirne la grandezza culturale e umana, c’è sicuramente da leggere il recente Mario Rigoni Stern. Un ritratto, di Giuseppe Mendicino, massimo esperto del grande scrittore di Asiago – sul quale di libri ne ha scritti anche altri, si veda qui. L’immagine in testa al post è tratta dalla pagina Facebook dedicata a Rigoni Stern.
P.S. – Pre Scriptum: questo articolo, che scrissi per un altro blog, risale a più di cinque anni fa. Credo tuttavia che l’avrei potuto scrivere poco fa e sarebbe uscito sostanzialmente uguale: per ciò che vi è scritto e, ancor più, per l’idea dalla quale ciò che potete leggervi nasce. Un’idea che a sua volta scaturisce dalla relazione con la montagna che da lungo tempo cerco di approfondire sempre più: non so se con successo, ma ci provo. Buona lettura.
[Foto di Andrea Peroceschi, tratta da www.ilovevaldinon.it.]borghiIn montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.
Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un iper luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.
D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apporta, così come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.
Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.
Ieri sera io e il segretario* Loki ce ne siamo usciti per la consueta passeggiata serale nonostante quasi ovunque attorno e noi e appena oltre le dorsale dei monti sopra casa provenisse il costante e cupo rombo di tuoni temporaleschi, vibrante in un cielo nero come la pece. Qualche gocciolone cadeva, ma almeno sopra le nostre teste pareva che il tappo tenesse, che il soffione della doccia meteorica stesse dirigendo il suo getto altrove e non su di noi.
Così, nonostante la minaccia latente d’una gran lavata ce ne siamo rimasti in giro, a godere di quel rombo possente che da mesi qui non si sentiva, per di più godendo pure del fenomenale lampeggiare che nel frattempo si era aggiunto ai fragori tonanti il quale, se da un lato ci ha fatto intuire l’avvicinamento del fronte temporalesco più esagitato, dall’altro disegnava in cielo intermittenti affreschi luminosi svelando la rissa tra nembi altrimenti celata dal buio profondo.
È stato bello goderci quello spettacolo sfolgorante, nel silenzio d’intorno dei boschi e del paese deserto per lo stesso motivo che teneva in giro noi. Bello anche perché stava preannunciando qualcosa di ancor più raro, di questi tempi dalle mie parti, e per ciò inopinatamente prezioso, cioè un’abbondante acquata. Altro fenomeno tutto da godersi, dunque – anche se al coperto, possibilmente, e sperando che non si palesasse un vero e proprio nubifragio (sì, ciò che oggi viene scioccamente definito “bomba d’acqua”), più violento d’un classico temporale e facilmente più dannoso.
Poi, quando lo spettacolo celeste si è fatto godere come se vi assistessimo dalla prima fila del nostro teatro montano e la pioggia s’è parimenti fatta più seria, ce ne siamo rapidamente tornati a casa, appena prima del climax temporalesco che per una buona mezz’ora ha provato, con un certo successo, a rinfrescarci la memoria sulla propria fenomenale essenza. Ma, appunto, è stato bello rivivere tutto questo dopo così tanto tempo, e in una situazione di spiccata e inquietante carenza idrica, qui dalle mie parti. Ne ben vengano altri, di questi possenti spettacoli di rimbombi e sfolgorii: se mai ci coglieranno in giro per i monti e ci imporranno una solenne lavata (e non una fulminata, possibilmente) amen, va bene così. Anzi: bello, bellissimo. Come la pioggia ripulisce e rilucida la natura, sarà meraviglioso farsi ripulire l’animo e lo spirito da quella stessa, intensa vitalità idrica e così allontanarsi dalla siccità che così spesso sembra attanagliare il nostro mondo. E non solo per mancanza di acqua, già.
*: il segretario personale a forma di cane, sì.
P.S.: di quanto sia bello quando piove ho scritto già altre volte, qui sul blog.
[Foto di Tom Morel su Unsplash.]«Così tanti libri, così poco tempo». Così, pare, un giorno disseFrank Zappa: e se in tale affermazione io mi ci trovo alla lettera, una versione simile l’ho fatta mia e la interpreto in modo che diventi un principio ineludibile: così tante montagne, così poco tempo. Ma anche – in “geoextended version” – così tanti paesaggi, così poco tempo.
Quando sono in viaggio – ovunque mi trovi, a partire dal primo millimetro al di fuori dell’uscio di casa fino in capo al mondo – e osservo senza sosta i territori che attraverso cercando di coglierne più dettagli possibile, mi sorge spesso il pensiero che di spazi e di luoghi da scoprire, esplorare, conoscere, ve ne sono così tanti che veramente un’intera esistenza sembra pochissima cosa. È ovvio e banale dirlo, lo so, ma forse lo è meno se si considera che questo esercizio elementare e ordinarissimo non è così praticato nonché se si reputa che è da una cosa così semplice e ovvia come l’osservare ciò che abbiano intorno che si genera la relazione fondamentale con il mondo che viviamo.
D’altro canto da sempre guardo al territorio come fosse un grande libro sulle cui pagine di roccia e di terra che sono i versanti e le varie forme morfologiche che lo configurano, si possono leggere le sue principali peculiarità e non solo: se quel territorio è antropizzato, vi si può leggere anche la storia che vi hanno inscritto le genti che lo hanno abitato lungo i secoli, raccontando il legame reciproco attraverso i “segni” della loro presenza – le case, i villaggi, le strade, le coltivazioni, i muri, i modellamenti del terreno e finanche le piccole cose, le staccionate, i sentieri, le pietre di confine, gli ometti di pietra…La lettura di tutto ciò è la narrazione del paesaggio, che è sempre un costrutto mediato tra elementi naturali e antropici.
Ma in questa “biblioteca” infinita che è il mondo, può ben essere “paesaggio” anche una piccola valletta nascosta dal bosco, un modesto rilievo roccioso, una semplice radura apparentemente simile a tante altre… Non solo dalle più grandi e imponenti montagne può nascere il paesaggio, seppur qui lo si possa cogliere nei modi più compiuti e spettacolari: anche nei minimi spazi si può riscontrare qualcosa di peculiare, un microambiente che si anima di tante relazioni infinitesimali il cui compendio traccia una narrazione peculiare di quel luogo minimo, che aspetta solo di essere còlta e letta.
Da ciò in fondo nasce quella mia sensazione di illimitatezza dei paesaggi in relazione al tempo a disposizione per esplorarla in maniera soddisfacente. Ma al riguardo mi torna in mente un’altra affermazione letteraria alquanto significativa, di Jules Renard che disse «Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d’essere ancora felice». Ecco, quando penso a tutti i luoghi, i paesaggi, le montagne, i territori che mi restano da scoprire e conoscere, ho la certezza di non dover preoccuparmi troppo per la mancanza di tempo e di poter essere ancora, e sempre, felice.