Pare che il viaggiatore post-covid sia perfetto per le destinazioni di prossimità, per la montagna dimenticata, dove gli stili di vita sono ancora genuini, l’ambiente e il territorio assistiti da modalità di vita sociale non troppo invasiva, dove il rapporto con la natura e la sua biodiversità può trovare una sensata armonia, grazie a pratiche di frequentazione gentili e consapevoli.
Gran parte di questi patrimoni appartengono alle montagne, dai boschi e torrenti nascosti di fondovalle alle vette, passando per i villaggi a mezzacosta vestiti di pietra abbandonati.
Tutto ciò che non rientra nei desideri del turismo d’assalto e nei fenomeni economici collegati può ritrovare una nuova dignità?
Un’occasione per dar spazio ad una vera e propria rivoluzione creativa dell’andar per montagne?
Una possibilità di andare oltre l’ovvio, spingersi alla ricerca di cosa si nasconde in questi spazi da sempre maltrattati e incompresi?
Forse è tempo per iniziare a pensarci seriamente, fuggendo dalla nevrosi da “plexiglass da spiaggia”, da “sanificazioni” forzate e da protocolli inattuabili sulle rupi.
(Michele Comi, sempre bravissimo e illuminante – trovate qui i post che gli ho dedicato – in un articolo che traggo dal “Diario” del suo sito “Stile Alpino“, dal quale viene anche l’immagine lì sopra. Da leggere sempre, appunto.)
Con estremo sconforto – soprattutto morale – abbiamo assistito – ed ancora assistiamo – ad ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono, poiché è manifestamente insussistente qualsiasi offesa all’interesse giuridico (e sociale) protetto. […] Non sarebbe forse ‘strategicamente’ più utile limitare l’applicazione dei provvedimenti in vigore nell’ambito effettivamente necessario per il perseguimento dei fini loro propri di contenimento dei rischi reali – e non immaginari – di diffusione dell’epidemia in atto, salvaguardando il più possibile le libertà fondamentali dei cittadini. Ciò perché i cittadini stessi, ben consapevoli e largamente convinti della necessità di un regime comunque restrittivo, poiché coscienti – per la maggior parte almeno – dei rischi conseguenti al mancato contenimento della diffusione epidemiologica in atto, sarebbero così assai più motivati e spontaneamente disposti al pieno rispetto della normativa vigente, ragionevole ed equilibrata, e non si sentirebbero invece costretti a cercare i più umilianti sotterfugi per sottrarsi a solerti controlli che finiscono per essere percepiti come gratuite persecuzioni di nessuna utilità per l’effettiva tutela del bene della salute pubblica.
Sono brani da una “lettera aperta” – che io traggo da quima è ripresa da numerosi media – dei magistrati Eugenio Gramola, presidente del tribunale di Aosta, Anna Bonfilio, Maurizio D’Abrusco, Luca Fadda, Davide Paladino, Marco Tornatore, Stefania Cugge (giudice a Ivrea) e dei pm Luca Ceccanti ed Eugenia Menichetti, in merito ai divieti di passeggiate ed escursioni in ambiente naturale emanati da numerose amministrazioni locali per l’emergenza coronavirus.
Divieti che, se già sembrano molto faticosamente “scusabili” dal punto di vista istituzionale (e solo per ragioni di convenienza, non certo di raziocinio e nemmeno di possibilità di controllo dei comportamenti illeciti), da subito sono apparsi palesemente illogici e ingiustificabili pur dalle doverose e più stringenti necessità di salvaguardia sanitaria dettate dalla situazione in corso, oltre che trascuranti gli innegabili benefici psicofisici di cui chiunque potrebbe giovarsi, preziosi proprio in momenti come questo, a fronte invece di altre circostanze quotidiane per le quali l’assembramento di persone, anche se inevitabile e controllato, appare molto più rischioso per la salute individuale e pubblica.
E la lettera aperta dei magistrati valdostani non fa che aggiungere ottime osservazioni di matrice giuridica per rendere ancora più evidente la stortura di quei divieti. D’altro canto al solito, come scrisse Riccardo Bacchelli,
Per rendere nobile, stimabile ed amata una cosa, non c’è nulla di meglio che perseguitarla.
Ecco.
P.S.: oggi è il 25 aprile, anniversario della Liberazione d’Italia, no? Bene, senza voler fare paragoni fuori luogo ma certamente sfruttando l’importante simbolismo di tale giornata, mi permetto di dire che pure quella a cui fa riferimento questo articolo sarebbe, nel suo piccolo, un atto di ritrovata libertà. Minima, secondaria, banale, eppure a suo modo preziosa. Già.
Perfino votare per il giusto è non fare niente per esso. È solo un modo di manifestare debolmente agli uomini il nostro desiderio che il giusto prevalga. Un uomo saggio non lascerà il giusto alla mercé del caso, né desidererà che esso prevalga attraverso il potere della maggioranza. C’è ben poca virtù nell’azione delle masse.
il primo a proferire le sue parole.
Di certo invece so bene come entrambi seppero intuire, con largo anticipo e a loro modo, una delle storture principali del nostro mondo moderno e contemporaneo e della sua realtà sociale e politica (ma non solo): il dover essere sempre impegnato a cercare soluzioni ad altrettanti problemi invece di impegnarsi a non creare problemi ai quali poi essere costretti a cercare soluzioni. Come afferma Gide, l’uomo pare proprio che veda problemi ovunque, e dove non li veda li crei per poterli poi vedere ovvero pensi a soluzioni virtualmente inutili di problemi inesistenti, creando così il problema stesso; di contro, Duchamp, da artista e pensatore rivoluzionario quale fu, sovverte la questione facendo capire, appunto, che se non ci sono – non si creano – problemi, non c’è bisogno di soluzioni, dunque l’assenza di soluzioni è assenza di problemi, la condizioni ideale verso cui una civiltà realmente avanzata dovrebbe tendere.
Invece, sembra addirittura che la situazione ci sia ormai sfuggita di mano, così che dobbiamo avere a che fare con problemi, sovente da noi stessi “inventati” per i quali non sappiamo trovare soluzioni. E quando le troviamo siamo già prossimi, se non già pienamente dentro, a un successivo “nuovo” problema.
Se dunque provassimo invece a ribaltare questa realtà, come indicato da Gide e da Duchamp, una volta per tutte? Se fosse questa incapacità cronica manifestata dalla nostra “civiltà” a frenare un autentico sviluppo virtuoso del genere umano, facendolo ricadere di continuo negli errori e nei (suoi) problemi del passato?
[Caricatura di Stéphane Lemarchand Caricaturiste, editor Eugenio Hansen, OFS, CC BY-SA 4.0; fonte qui.]Mercoledì 15 aprile scorso qui sul blog ho omaggiato Jean-Paul Sartre nei quarant’anni esatti dalla morte, con una citazione presa del suo libro Le parole. Ma è un’altra la citazione che mi tengo a memoria, insieme ad alcune altre, tra quelle fondamentali, tratta dallo stesso libro, a dir poco fulminante tanto da essere illuminante come poche altre:
Quando Dio tace, gli si può far dire quello che si vuole.
Sono solo dodici parole ma geniali, e sufficienti per far svanire di colpo quasi due millenni di retorica teologico-dottrinale messa in piedi dal clero cristiano per assicurarsi poteri, egemonie e privilegi arbitrari e biechi, imponendosi come “rappresentanti di Dio in Terra” e sfruttando così la fede popolare. E ciò senza nemmeno negare nel principio l’esistenza di Dio, il quale certo potrebbe tacere perché inesistente, come sostengono gli atei, oppure esistere ma non (voler) parlare ai terrestri (lo capirei molto, nel caso) o parlare ai terrestri senza che questi lo odano e capiscano ovvero in modo inintelligibile, come per certi versi affermano gli agnostici. In ogni caso, sia quel che sia, questo ha determinato che il potere clericale ne approfittasse (tutt’oggi, senza remore) per far dire a Dio di tutto e di più, ma ogni cosa ben funzionale ai propri interessi e tornaconti. Al punto che, se Dio esistesse e parlasse agli umani, in particolar modo a quelli che prestano fiducia alle gerarche clericali, probabilmente imprecherebbe di brutto. Ecco.