La montagna non si “usa”, si vive!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Mi pare evidente che molte persone, quando salgono sui monti, assumono un atteggiamento di mero uso della montagna, per ragioni ludico-ricreative in primis ma non solo per questo. Non gliene faccio una colpa, sia chiaro, si tratta di comportamenti indotti dal costume del momento, da certo immaginario diffuso e, non di meno, da chi ha tutto l’interesse che si frequenti le montagne senza pensare troppo a ciò che si sta facendo perché su quei comportamenti ci costruisce i propri business.

Quanto sopra vale anche in altri ambiti: si pensi a come i beni comuni dei territori montani – acqua, legno, rocce, terre… – non siano definiti così nel lessico diffuso ma «risorse»: qualcosa da utilizzare e sfruttare, al fine di ricavarci una certa convenienza – di tale questione ne ho scritto di recente qui. Una visione prettamente utilitaristica, motivata materialmente dalla necessità di usufruire di quelle “risorse” ma ingiustificabile quando finisca per trascurare cosa realmente siano: beni comuni, appunto, oltre che elementi che danno vita all’intero ambiente, non solo a noi umani (che peraltro dell’ambiente siamo parte integrante, anche se ce ne siamo ormai dimenticati).

Il principio di fondo è lo stesso: molte persone usano le montagne per ricavarci una convenienza personale, sia anche solo il puro divertimento: legittimo, per carità, ma che non dovrebbe dimenticare il senso del contesto. Perché la montagne – territori speciali sotto infiniti punti di vista, inutile dirlo – non vanno “usate”, vanno vissute. Anche per quelle poche ore che ci si sta per svagarsi. Vanno vissute perché fanno vivere: lo sostengono tanti che ci vanno, ad esempio per “rigenerarsi” dalla quotidianità in città. Ecco, appunto: ma se la quotidianità che ci tocca vivere oggi è quasi del tutto fatta di azioni gioco forza utilitaristiche, dobbiamo proprio riproporre questo modus vivendi anche in montagna? Dobbiamo usarla come fosse una mera risorsa dalla quale ricavarci una convenienza personale, o non sarebbe molto più bello e gratificante viverla per quello che è realmente, cioè un bene che ci fa bene?

[Uno dei meravigliosi disegni “didattici” di Michele Comi.]
Posta questa realtà, è triste e irritante constatare che, non di rado, quelli che “usano” le montagne in maniera utilitaristica e, dunque, consumistica – cioè come fossero risorse da sfruttare e consumare – sono gli stessi amministratori locali, i quali invece di riconoscere il fondamentale valore culturale di bene comune dei propri monti, decidono di sfruttarli e “valorizzarli”, cioè metterli a valore così che si possano usare, possibilmente pagando un prezzo. Una mercificazione consumistica, in pratica, come se le montagne fossero territori simili a tanti altri, spazi come quelli urbani concepiti come mere risorse da utilizzare. Quegli spazi che sono diventati dei non luoghi, nei quali conta solo l’uso che se ne può fare perché tutto il resto, la loro bellezza, l’anima, l’identità, si è perso o è stato sacrificato al tornaconto.

Il pensiero che anche le montagne possano diventare dei “non luoghi” dovrebbe essere semplicemente spaventoso. Eppure, ecco la proliferazione di infrastrutture turistiche che non danno nulla ai territori montani (anzi, li degradano) ma che le persone possono usare, la lunaparkizzazione delle montagne le cui specificità paesaggistiche e ambientali vengono annullate e piegate al servizio dell’attrazione ludica, la neve artificiale che, utilizzando l’acqua come “risorsa”, appunto, e dimenticano che sia un bene comune, permette di usare i pendii montani per il mero divertimento di chi vuole sciare anche se non ci sono le condizioni per farlo – di chi si disinteressa della montagna e della sua realtà, in buona sostanza. Eccetera, di esempi simili se ne possono fare molti.

Ma la montagna, quando usata, mercificata, consumata, venduta come una risorsa da sfruttare, viene condannata alla decadenza. Come ogni luogo che va vissuto e invece ciò non avviene. E ogni risorsa troppo sfruttata, senza consapevolezza, senza buon senso, senza limiti, prima o poi finisce. Siamo disposti a correre questo rischio? Possiamo essere talmente stolti?

“Il Pendio Bianco” di Manuel Riz, una «storia sociale dello sci» divertente e illuminante

Di libri sulla storia dello sci ce ne sono a bizzeffe e ne hanno sviscerato gli aspetti più noti e celebrati, raccontando in varie forme letterarie e simili sostanze come da due semplici assi di legno si sia arrivati a tutto ciò che l’attività sciistica è oggi, soprattutto dal punto di vista ludico-ricreativo. Più raramente si sono toccati gli aspetti sociali dello sci: ma potrebbe essere un tema tanto importante e imprescindibile quanto molto meno d’appeal degli altri legati al divertimento di fare curve sulla neve, dunque da relegare a tomi elucubrativi altrettanto barbosi da leggere.
Invece no, perché una delle più belle storie sociali dello sci che abbia mai letto è una graphic novel che, sorprendentemente (ma solo di promo acchito) coi suoi disegni, le vignette e i fumetti con il testo ovviamente “minimalizzato” al formato, non solo non banalizza affatto gli aspetti sociali della pratica sciistica dalle sue origini fino a oggi ma ne rende ancora più evidente, chiaro e interessante il portato sulla relazione che nei millenni l’uomo ha intrattenuto e intrattiene con le montagne innevate, la quale appunto va ben oltre gli aspetti ricreativi o agonistici dello sci.

Un piccolo/grande prodigio narrativo e editoriale del genere lo ha compiuto Manuel Riz, con il suo Il Pendio Bianco. Storia sociale dello sci (Diabolo Edizioni, 2025, pagg.224), un libro – lo ribadisco – veramente tra i più belli, divertenti e intriganti che abbia mai letto sullo sci e in generale sul rapporto tra l’uomo e la montagna invernale, la più dura e ostica da vivere alla quale tuttavia le genti che hanno scelto di abitarla stanzialmente si sono dovute gioco forza adattare, sottomettendosi alle sue condizioni spesso estreme ma, almeno riguardo la neve, riuscendo a “comandarne” la presenza grazie a un’invenzione talmente semplice e ovvia, all’apparenza, quanto obiettivamente geniale – un paio di sci, appunto.

D’altro canto Riz conosce bene lo sci: montanaro ladino di Canazei, tra le Dolomiti di Fassa, prima sciatore agonista e poi maestro di sci, diplomato all’Accademia di Brera, docente di arte e immagine, studioso di culture e tradizioni della sua terra, fumettista, ha preso tutte queste sue skills – come direbbero i giovani –, le ha “proiettate” sulle montagne che fanno da sfondo alla sua vita e vi ha elaborato una narrazione grafico-letteraria che riesce a raccontare con pari dettaglio e suggestioni come si è sviluppato l’uso degli sci a supporto dell’evoluzione della civiltà umana []

(Potete leggere la recensione completa di Il Pendio Bianco cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Iperturismo, super funivie, mega resort… Cosa è “normale” e cosa non lo è più, sulle montagne di oggi?

[La funivia a due piani di Samnaun, in Svizzera, da 180 persone a cabina. Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
In uno dei tanti passaggi interessanti e stimolanti (alle pagg.115-116) del suo libro “All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche” (del quale vi scriverò presto), Selma Mahlknecht pone l’attenzione su come sulle montagne il turismo sempre più massificato abbia imposto i rigonfiamento, l’ingigantimento di ogni cosa, spostando sempre più in là il limite ovvero sostanzialmente negando che ve ne possa essere qualcuno:

Quand’è che il turismo diventa troppo? Il limite di tolleranza varia in continuazione. Quando si raggiunge un eccesso precedentemente messo in conto, la nostra sensibilità si adatta alla nuova realtà e sposta la soglia del dolore un poco più in là. Come nelle terapie di iposensibilizzazione, l’aumento costante della dose porta a una crescente insensibilità, o come in una dipendenza patologica, si ha il bisogno di alzare continuamente l’asticella del consumo per provare ancora qualche stimolo.

Mahlknecht ha ragione, drammaticamente ragione. Fateci caso: rifugi e ristori lungo le piste da pochi coperti fino a qualche tempo fa oggi servono centinaia di pasti al giorno assomigliando a mense industriali, funivie che caricavano pochi passeggeri per cabina ora ne portano 150 e più, sentieri escursionistici lungo i quali ci si doveva fermare per far passare gli altri camminatori oggi sono ampi tracciati ciclabili se non carrabili, alberghi e pensioni da poche camere e con servizi spartani ora sono grand hotel a più stelle con servizi d’ogni genere per centinaia di ospiti, eccetera.

Una volta le prime cose citate erano normali e nessuno pensava che non potessero esserlo, oggi è “normale” che siano diventate come descritto e nessuno penserebbe di tornare indietro a ciò che erano prima. Tuttavia, sia un tempo che oggi, in montagna ci si divertiva e ci si diverte, si sciava, si faceva la coda agli skilift (gli skilift! Solo uno sciatore per volta che saliva, roba da cavernicoli!) così come oggi alle grandi funivie, si facevano/fanno escursioni, si aspettava/aspetta il proprio turno per pranzare in rifugio. Solo che ogni cosa si è ingigantita – strade parcheggi hotel impianti sentieri rifugi – e questo processo di ingrandimento crescente non sembra avere termine, mentre di contro le montagne sono ancora quelle di una volta, non crescono di più, non hanno più spazio da offrire. Se non sfruttando e consumando il territorio naturale ancora intatto: come se da una parte non ci possano e debbano essere limiti e dall’altra, sulle montagne, di limiti ce ne siano eccome ma lo si ignora.

[La funivia Campodolcino-Alpe Motta, nel comprensorio sciistico di Madesimo in valle Spluga, attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta, che presi tante volte da ragazzino per andare a sciare: 16 persone per cabina, code di ore in salita e in discesa.]
Ribadisco: era “normale” la montagna di una volta ed è “normale” quella di oggi, nel senso che la norma è ciò che noi accettiamo sia tale: ma è evidente che si tratti di due dimensioni differenti, di due montagne rese differenti, di modi di fruirle che hanno la stessa forma ma sostanze ben diverse, dettate dal fatto che il turismo pretende e abbisogna di mandare sempre più persone in montagna ma pure da come noi percepiamo e consideriamo – o non consideriamo – cosa sia la montagna e cosa possa o debba essere. E se ci meravigliamo, in bene o in male, quando vediamo quanto sia diventato grande e confortevole un rifugio lungo le piste da sci che anni fa era piccolo e spartano, facciamo più fatica a constatare cosa sono diventate le montagne nello stesso tempo, le pensiamo sempre come “normali” nella loro apparente immutabilità: diventiamo sempre più insensibili nonché bulimici, come scrive Mahlknecht. In effetti non sono le montagne che cambiano, siamo noi a cambiare, le nostre visioni, gli immaginari, le pretese, le “verità”, e tutto quello che da ciò poi deriva, inclusi i segni che lasciamo sulle montagne – strade case impianti piste eccetera. E ogni cambiamento può essere in meglio oppure in peggio, ça va sans dire.

[Sopra, la “Baita del Sole”, ristoro-alloggio sulle piste di Madesimo, negli anni Settanta; sotto, un “rifugio” (il “Piz Boé Alpine Lounge“) sulle piste dell’Alta Badia, nelle Dolomiti.]
Dunque, per dircela tutta: è veramente normale, la “normalità”? Al netto del contesto temporale in cui si manifesta e di ogni altro ragionamento possibile al riguardo, chi lo stabilisce che lo sia e su quali basi? Perché ciò che un tempo ci sembrava normale oggi non lo è più – ovvero, era più normale prima o adesso? Ancora: non è che ciò che noi stabiliamo come “normale” per il nostro mondo, in base al nostro giudizio, non lo è per il mondo stesso del quale comunque siamo parte?

No, non «si stava meglio quando si stava peggio signora mia!», questa riflessione che state leggendo non vuole affatto essere passatista – per carità, il passatismo è tra le cose più ottuse che si possano manifestare. Ma altrettanto ottuso io penso sia il dare per scontato ciò che potrebbero non esserlo, il considerare qualcosa “normale” senza pensare, riflettere o stabilire quale sia la norma che lo sancisce, e credere che qualcosa possa essere “normale” anche quando genera rischi che invece si potrebbero evitare, con una maggior ponderazione della norma alla base. Fino ad arrivare – per dirne una – a lamentarsi dell’overtourism in montagna e del degrado conseguente quando sulle vette della zona ci arrivano funivie da 150 persone, telecabine da portate di 6000 persone all’ora e ai piedi sono stati realizzati parcheggi da centinaia di posti auto circondati da hotel da duecento camere dove prima c’erano una piccola funivia, uno spiazzo per le auto e qualche piccola pensione. Dove sta il punto di equilibrio – sempre che ce ne sia uno – tra le due dimensioni? E quello di rottura, se l’ingigantimento continua senza sosta e senza che sappiamo stabilirne normalità o anormalità?

[Tignes, rinomata località “ski total” sulle Alpi francesi.]
Non «si stava meglio quando si stava peggio», di sicuro, ma forse si sta veramente meglio quando si riesce a capire ciò che ci può far stare peggio, traendone da questa consapevolezza una “norma”, una normalità, non solo condivisa ma pure sensata, equilibrata, contestuale, veramente razionale e, dunque veramente benefica per tutti. Anche perché a dare per scontate troppe cose, sulle montagne anche più di altrove, ha sempre generato molti problemi e conseguenze infauste. Meglio evitarle.

Domenica a Carenno “C’era la neve” (e ci sarà fino a ottobre!)

L’inaugurazione della mostra “C’era la neve – Immagini e racconti” e l’incontro “Abitare il cambiamento” nel quale sono intervenuto insieme a Nicola Pigazzini, domenica scorsa a Carenno presso il Museo Ca’ Martì, ha richiamato moltissima gente, ben oltre le più rosee previsioni come si dice in questi casi. Ne fa un bel resoconto sulle proprie pagine social la rivista “Orobie” (lo potete vedere cliccando lì sopra), che è media partner dell’iniziativa, nel quale rimarca come la realizzazione della mostra è stata un processo condiviso che ha coinvolto gli abitanti e i frequentatori della Val San Martino, chiamati a scovare nei propri album le fotografie degli inverni passati e a metterle a disposizione degli organizzatori. Ne è scaturito un archivio della memoria collettiva riguardo questo lembo prealpino lombardo, importante sotto molti punti di vista, dal quale i curatori della mostra Cristina Melazzi e Simone Mancini hanno elaborato un percorso affascinante e suggestivo fatto di immagini, documenti, depliant che raccontano la vita della Val San Martino quando «c’era la neve» e la peculiare storia degli sport invernali su queste montagne.

Esposti nei locali di Ca’ Martì ci sono anche una preziosa brochure d’epoca della funivia di Valcava e il commento del direttore editorialista di “Orobie” Pino Capellini, che è molto legato alla Val San Martino.

Come accennato, in occasione dell’apertura della mostra – padrone di casa il presidente dell’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì, Daniele Vanoli – si è tenuto l’incontro dal titolo “Abitare il cambiamento” nel quale con il geologo e vicesindaco di Carenno Nicola Pigazzini e con il folto pubblico presente abbiamo cercato di riflettere su come stanno cambiando – e devono cambiare – le montagne in forza della crisi climatica in divenire che non solo ha ormai reso la neve su molte montagne una cosa rara, ma sta imponendo la necessità di cambiare molti dei paradigmi attraverso i quali si è sviluppata la nostra relazione con i territori montani, sia da abitanti stanziali e sia da visitatori e turisti occasionali.

La mostra fotografica è visitabile fino al 4 ottobre – negli orari di apertura di Ca’ Martì, la domenica dalle 15 alle 17 – e peraltro resta un work in progress, nel senso che potrà essere integrata da altri materiali interessanti riguardo i temi affrontati che nel frattempo perverranno al Museo, così che l’archivio di memoria collettiva che la mostra rappresenta possa diventare sempre più significativo e emblematico non solo in ottica passata ma anche, se non soprattutto, presente e futura.

Un grazie di cuore va a “Orobie” per il prezioso supporto dedicato all’iniziativa.

Vi ricordate quando sui monti c’era la neve? E adesso che non c’è (quasi) più, che si fa? Ne parliamo domani 12 aprile a Carenno!

Le grandi nevicate del passato, le tradizioni e le feste dell’inverno, le sfide di chi doveva lavorare anche al gelo, l’adattamento oppure l’emigrazione, poi il turismo, quello dei villeggianti e quindi quello dello sci, le funivie, gli alberghi, le seconde case e le settimane bianche, quando sulle montagne c’era la neve… Oggi che invece ce n’è sempre meno e quando c’è resta poco al suolo cosa possiamo fare? Quale può essere il futuro di chi in montagna ci abita stanzialmente e di chi ci sale saltuariamente da turista? Come cambia la nostra relazione con i monti in balìa degli effetti della crisi climatica? Si può abitare il cambiamento epocale che le montagne stanno affrontando, magari elaborando nuove o rinnovate pratiche di resilienza e di restanza che possano costruire un buon futuro per i territori montani e le comunità che li abitano?

Ne parlerò domenica 12/04 dalle ore 15.00 a Carenno (Lecco) in “C’era la neve. Abitare il cambiamento”, insieme a Nicola Pigazzini, geologo e grande conoscitore delle montagne, in un incontro organizzato da Ca’ Martì – Il Museo e la Valle dei Muratori presso la sede del Museo (Via Fontana n.3) nell’ambito della campagna “ConoSCIamo” e dei Giochi della Cultura 2026. L’ingresso all’incontro è ovviamente libero e non necessita di prenotazione; in chiusura ai presenti sarà offerto un rinfresco a base di prodotti locali.

Nell’occasione sarà inaugurata la mostra fotografica “C’era la neve – Immagini e racconti” a cura dell’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì: allestita con le fotografie di abitanti, villeggianti e turisti che hanno vissuto e testimoniato gli anni in cui sulle nostre montagne di neve ce n’era tanta o rispetto alla realtà attuale e in divenire che sta cambiando non solo l’aspetto invernale dei monti ma pure la nostra relazione culturale con essi.

[Valcava, inverno 2018. Foto ©Alessia Scaglia.]
Per saperne di più sull’incontro date un occhio qui. Mi auguro di cuore che lo possiate trovare interessante (anche per la possibilità di visitare l’esposizione museale di Ca’ Martì, relativamente piccola ma ricca di suggestioni affascinanti) e dunque vorrete essere presenti: in tal caso, sarà un piacere vederci!