P.S. (Pre Scriptum): torno su una mia vecchia ma ineluttabile battaglia, quello contro la maleducazione stradale in generale dell’automobilista italiano medio, che si manifesta fin da mancanze apparentemente banali eppure emblematiche, oltre che concretamente pericolose, come il non utilizzare la freccia alle svolte. Un gesto minimo tanto quanto a suo modo sinonimico della definizione di “senso civico” proprio in forza della sua pochezza che d’altro canto, per lo stesso principio, identifica chiaramente la natura di chi non lo compie e la considerazione che si merita. Quanto meno da parte dello scrivente, il quale resta un maledetto e inguaribile idealista, lo so.
“Cari” automobilisti italiani* che vi ostinate a non utilizzare quasi mai gli indicatori di direzione alle svolte (mancanza che, sia chiaro, trovo di una maleducazione oltre che di una pericolosità estreme), almeno siate coerenti: arrivate a un incrocio, una strada va a destra, una va a sinistra e voi per svoltare nell’una o nell’altra direzione non usate alcuna “freccia”**? Bene, allora andate dritti! Soprattutto se, di fronte a voi, c’è un solido muro di cemento, ecco. Siate coerenti, ribadisco, e abbiate il “coraggio” delle vostre azioni: gli altri automobilisti, quelli educati e rispettosi della sicurezza propria e altrui, non potranno che felicitarsene. Già.
*: voi più di quelli degli altri paesi, sì. Lo posso sostenere per esperienza ormai lunga e ben assodata.
**: oh, forse che crediate che a dire “freccia” si intenda quella degli “indiani” contro i cowboy? No, sappiate che non è quella. No.
Luigi Casanova è presidente onorario di Mountain Wilderness, associazione ambientalista che si è distinta nella difesa degli spazi selvaggi dall’antropizzazione indiscriminata. Casanova di professione è custode forestale in Val di Fassa e Val di Fiemme. Il suo è un punto di vista radicale e combattivo. Nel 2017 ha partecipato al convegno Unesco in Val Pusteria, in cui si lanciò un allarme: i flussi del turismo, entro il 2030, sarebbero aumentati del 30% a livello globale. Attualmente, mi ricorda, l’Alto Adige è visitato da 9 milioni di turisti l’anno, il Trentino da 5 milioni. «Di tutte le proposte nate in quel convegno non è rimasto nulla, nessuna traccia nella riflessione dei politici o del mondo dei partiti che governano le Dolomiti. Poi è avvenuto ciò che è avvenuto l’anno scorso, e tutto si è complicato». Faccio notare a Casanova che ai territori investiti dal flusso di turisti e denaro corrispondono intere vallate spopolate, tra il bellunese e la Carnia. «È vero, da una parte le terre abbandonate, dall’altra le terre “obese” del Trentino, Alto Adige e Cortina, abitate da personaggi pieni di sé: non sanno più dove buttare i soldi, non ne hanno mai abbastanza». Criticare i turisti, mi spiega, non aiuta a mettere a fuoco i veri problemi della montagna. «Quando le strade di penetrazione ai rifugi vengono raddoppiate in ampiezza, quando accanto agli impianti di sci si allestiscono centri con parchi avventure, questa è una scelta e una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente, non del cittadino che poi usufruisce di queste strutture. Hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia: siamo noi montanari ad avere perso la cultura del nostro territorio, delle nostre tradizioni. E insieme rischiamo di perdere la montagna. Manca la gestione del territorio, perché si fa fatica a togliere i sassi, tagliare gli arbusti, l’erba. Avere cura della montagna significa tutto questo. Tra dieci anni, quando non ci sarà più nessuno che va a pulire il bosco, le canaline delle strade forestali per mantenere i drenaggi, nessuno che tiene aperti i sentieri, che turismo potranno proporre? La situazione è sfuggita di mano e la trasformazione a cui stiamo assistendo è violenta e veloce, proprio sotto i nostri occhi».
Questo è un brano tratto da un bell’articolo di Nicola De Cilia pubblicato il 1 luglio scorso sull’altrettanto notevole rivista “Gli Asini”, intitolato Una montagna di gente. L’impatto del turismo nelle località alpine; cliccate qui per leggerlo nella sua interezza. Posto tale titolo “programmatico”, l’articolo offre, pur nella necessaria stringatezza, un chiaro panorama della particolare e per certi versi bizzarra realtà turistica alpina divenuta palese a seguito dell’emergenza Covid ma invero già in maturazione da qualche tempo.
È un tema che ho trattato più volte anch’io, qui sul blog e altrove: in particolare in questo articolo, quasi un anno fa, interrogavo me e i miei lettori su come, quanto e perché una tale inopinata invasione turistica dei monti, e delle località alpine in particolare, potesse essere considerata un’opportunità o di contro una calamità. Perché è sicuramente bello che molta gente comune, non avvezza alle alte quote, “scopra” la montagna, la sua bellezza, le sue prerogative, il suo valore; è molto meno bello che lo faccia in maniera assai superficiale, sull’onda di “mode” del momento ovvero di mere e spesso bieche strategie turistico-commerciali, ed è ancor meno bello che da un’esperienza così potenzialmente didattica, illuminante, ravvivante la mente e l’animo, se ne torni a casa senza nemmeno aver capito dove si trovasse, cosa abbia visto e magari con un paio di “originali” gadget «Made in China» in valigia. Come spiega Luigi Casanova in un passaggio del brano sopra citato, spesso c’è di mezzo «una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente», i quali «hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia». Invece, i primi custodi della montagna, non solo dal punto di vista politico, amministrativo, economico e quant’altro ma, soprattutto, dal punto di vista culturale, sono i montanari. Sembra un’ovvietà, questa, e invece non lo è. D’altro canto chi per primo ha il dovere e il diritto di far comprendere la bellezza e il valore delle montagne se non chi le abita, magari da secoli? Le montagne non vivono con il turismo, come la politica vuole far credere per basare su ciò un gran giro di denari e di interessi particolari: vivono grazie a chi le vive, e solo se qualcuno le vive e lo fa a fondo e consapevolmente possono vivere anche di turismo, un turismo che le aiuterà a costruirsi un buon futuro e che in questo modo non diventerà il sipario che inevitabilmente e definitivamente calerà sul loro paesaggio, come in molti luoghi sta accadendo.
Come ribadisco, è un momento di potenziale opportunità o di possibile disastro e il limite tra questi due futuri prossimi è sempre più sottile e fragile: dobbiamo agire per ampliarlo e rinforzarlo il più possibile, prima che sia troppo tardi.
[Foto di Denys Nevozhai da Unsplash.]Negli ultimi anni si è avviato un dibattito vivace e spesso molto interessante sul futuro delle città, che a seguito dell’emergenza Covid e di tutti gli annessi e connessi – soprattutto in chiave sociale e sociologica – si è anche ampliato a riflessioni e proposte sempre più concrete anche perché inesorabilmente necessarie.
Nell’ambito dello spazio-mondo antropizzato, è inutile dire che la città rappresenta da sempre il modello abitativo umano per eccellenza, e ciò nel bene e nel male ovvero manifestando l’eccellenza della pratica dell’abitare, qualsiasi cosa possa voler significare nella forma e nella sostanza, e parimenti la rozzezza o il degrado di essa. Già prima del Covid c’era una distanza sempre più estremizzata tra i limiti appena citati, con da una parte neo-luoghi frutto di riflessioni architettonico-urbanistiche (ma anche sociali, economiche, sociologiche, antropologiche…) ponderate e innovative, capaci di “fare” la città ovvero di farne gli abitanti, e dall’altra parte i tanti, troppi non luoghi frutto della mancanza di quelle riflessioni e del perseguimento di interessi meramente e bassamente materiali, la cui presenza in città ne ha distrutto e ne distrugge l’urbanità generando inevitabilmente altrettanti non abitanti, “cittadini” solo di nome in preda a fenomeni di spaesamento, alienazione, desocializzazione e senza un autentico legame culturale con la città abitata. La pandemia, come detto, ha ancora più radicalizzato le varie differenze interne al corpo-città e i relativi scollamenti evidenziando soprattutto gli elementi più controversi e devianti, la cui pericolosità, a seguito dei lockdown forzati, del distanziamento sociale, dell’impossibilità di mettere in atto la socialità naturale di una città e di ogni altra cosa correlata, si è rivelata in modi lampanti e inquietanti.
Tuttavia, ribadisco, la città rappresenta ancora oggi il modello pratico fondamentale scaturente dalla pratica dell’abitare umano oltre che l’ecosistema antropico più emblematico, e lo è per se stessa così come per qualsiasi altro spazio antropizzato, che abbia forma di agglomerato abitato oppure di semplice spazio umanizzato a fini funzionali ma nel quale vi sia interazione tra abitanti pur temporanei nonché tra essi e il luogo – citandomi immodestamente, non è per un mero caso se lo scrivente si occupa di progetti culturali per la montagna ma tra gli ultimi libri ne ha scritti due su altrettante città, entrambe assai emblematiche per ciò che urbanamente (ancor più che urbanisticamente) rappresentano. È soprattutto nelle città che nascono e si sviluppano i modelli relazionali sociali più diffusi (in forme così palesi da poter essere agevolmente studiate e analizzate), ed è dalle città che quei modelli vengono poi esportati (o imposti) altrove insieme a correlati schemi urbanistici, non di rado con (de)contestualizzazioni piuttosto tragiche: basti pensare a certi villaggi montani la cui struttura originaria è stata stravolta a fini turistici assumendo le fattezze di una periferia cittadina, con condomini orribili, parcheggi enormi, strutture commerciali e altre opere (con tutte le forme mentis che si portano dietro, peraltro) del tutto avulse dal contesto territoriale e culturale locale. Le città, insomma, ampliano su macroscale tutte quelle problematiche proprie dei processi di antropizzazione e urbanizzazione di ogni spazio abitato e lo fanno nel bene e nel male, appunto, mantenendosi un modello di sviluppo e di innovazione ovvero di degrado e di inganno della pratica umana dell’abitare, così che il dibattito sul futuro delle città assume un valore e un’importanza assoluti, soprattutto dove e quando metta finalmente da parte il carattere di univocità tirannica che i modelli dell’abitare cittadino hanno assunto soprattutto negli ultimi secoli e sappia considerare, accogliere e sviluppare modelli alternativi, magari nati proprio dove di “città” e “urbanità” non verrebbe immediatamente in mente di disquisire – le aree rurali e i piccoli borghi, per dire – ma di contro dove le differenti dinamiche sociali, economiche, culturali presenti possono generare altrettanto differenti pratiche dell’abitare antropico: al riguardo penso al modello della “metro-montagna”, ad esempio, sviluppato in primis da Giuseppe Dematteis.
Da urbanista e “futuredesigner”, che da anni lavora sulle metamorfosi urbane, sono convinto che serva una riflessione competente e sistemica per imparare dalla crisi, per rivoluzionare i nostri comportamenti una volta superata la pandemia, e per evitare – o mitigare – la prossima crisi. Non significa abbandonare le grandi città, come propongono alcuni, né associare al distanziamento fisico necessario per ridurre il contagio il distanziamento urbano, producendo, come conseguenza, una dispersione urbanistica che aggraverebbe l’impronta ecologica.
Ritengo, invece, che dobbiamo aggiornare al tempo post-pandemico quelle che definisco “città aumentate”, sistemi urbani capaci di amplificare la vita comunitaria senza divorare risorse: città più senzienti per capire prima e meglio i problemi, più creative per trovare risposte nuove, più intelligenti per ridurre i costi, più resilienti per adattarsi ai cambiamenti, più produttive per tornare a generare benessere, più collaborative per coinvolgere tutti e più circolari per ridurre gli sprechi ed eliminare gli scarti. Città a prova di crisi. Voglio proporre qui un modello di “città della prossimità aumentata”, ad intensità differenziata, policentriche e resilienti, con un più adeguato metabolismo circolare di tutte le funzioni, con una maggiore vicinanza delle persone ai luoghi della produzione e ai servizi, con una nuova domesticità/urbanità dello spazio pubblico. Dobbiamo usare la creatività del progetto, imparando dalla natura che si evolve per innovazioni, per adattamenti creativi e per inedite cooptazioni. Nel concreto, dobbiamo progettare la rigenerazione delle nostre città perché siano antifragili, capaci di usare le crisi per innovare, luoghi mutaforma capaci di adattarsi alle diverse esigenze delle città anti-sindemiche. Non più il tradizionale elenco di funzioni separate (figlio dell’urbanistica del Movimento Moderno, della città-macchina), ma, imparando dall’intelligenza e dalla creatività della natura, un fertile bricolage di luoghi che siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando ruoli differenziati.
Qui invece trovate un altro interessante e recente contributo che disserta intorno al citato saggio di Maurizio Carta: [Sviluppo locale e Comunità] La forma della città del futuro. Ne cito un passaggio per chiudere in modo intrigante questo mio articolo:
Il futuredesign delle città del diverso presente per il futuro che vogliamo, soprattutto delle città mediterranee dovrà agire entro un nuovo urbanesimo che operi, non più come un set lineare di istruzioni fondiarie alimentate dal consumo di suolo e dalla rendita, ma come un sistema vivente, che evolva con le persone, che si sviluppi circolarmente, non producendo rifiuti, che si reinventi e si rinvigorisca attraverso la metamorfosi. Richiede un urbanesimo capace di essere nuova guida sapiente dei processi insediativi attraverso l’integrazione con la sostenibilità ecologica, con la gestione dell’uso dei suoli, con l’efficienza energetica, con la progettazione di nuove forme dell’abitare, senza sottrarsi dalla produzione di valore, ma anzi accettando la sfida di tornare a produrre «valori», materiali e immateriali.
Le città contemporanee sono organismi vibranti di luoghi e comunità, di dati e informazioni, di sensori e attuatori, di azioni e reazioni generati sia dalle persone che dall’ambiente. Le città devono essere più reattive ai nostri cambiamenti comportamentali, fungendo da dispositivi abilitanti per migliorare la nostra vita contemporanea. Una città più intelligente non sarà quella che aggiunge tecnologia ed efficienza al suo organismo tradizionale, ma dovrà essere una città che innova profondamente le sue dinamiche di sviluppo, che rivede il suo modello insediativo e che ripensa il suo metabolismo, che rinnovi il patto sociale con i suoi cittadini, fondato sul binomio spazio-società.
È una città che genera cittadini intelligenti e attivi investendo nel capitale umano e sociale, nei processi di partecipazione, nell’istruzione, nella cultura, nelle infrastrutture per le nuove comunicazioni. Una città che innova il software (il modo di abitare, produrre, muoversi) e non solo l’hardware, che rielabora un modello di sviluppo sostenibile, garantendo un’alta qualità di vita per tutti i cittadini e prevedendo una gestione responsabile delle risorse attraverso una nuova politica, più aperta e condivisa.
[…] La pandemia ha messo in evidenza il raggiungimento di un punto di svolta che apre nuove opportunità nel turismo, nella protezione della natura e nei trasporti. Sono in molti ad avere scoperto la bellezza della natura nei loro immediati dintorni e ad avervi trascorso più tempo. Le destinazioni turistiche vicine alla natura ne hanno beneficiato, dovendo tuttavia affrontare conflitti d’uso e una sempre maggiore pressione sugli spazi naturali. Durante le fasi di lockdown, molti hanno dedicato maggiore attenzione alla propria dieta e all’importanza dei cibi regionali e stagionali, altri invece si sono visti confrontati con prospettive future incerte o addirittura con una minaccia della propria esistenza. La chiusura delle frontiere tra stati nazionali, regioni e comuni ha creato un fenomeno insolito nei villaggi alpini, lungo l’autostrada del Brennero e nei corridoi aerei: il silenzio. Improvvisamente, la gente si è resa conto come potrebbe essere la vita senza il rumore costante e i gas di scarico. Katharina Conradin, presidente della CIPRA Internazionale, è contenta che i temi della sostenibilità siano usciti «dall’angolo verde» e siano stati ampiamente discussi in pubblico. Ma secondo Conradin, la domanda più importante deve ancora emergere: «Vogliamo tornare al vecchio? O vogliamo invece cogliere le opportunità offerte da questo (non pianificato) nuovo inizio?» […]
(Tratto da Veronika Hribernik, Società alpina ad un punto di svolta, articolo pubblicato il 12/05/2021 su cipra.org; qui lo potete leggere nella sua interezza. Nota bene: l’articolo fa riferimento diretto alla regione alpina, in forza della mission della CIPRA, ma senza dubbio la questione è valida e importante per qualsiasi altro spazio abitato, antropizzato tanto o poco che sia.)
A proposito di (nuove) strade di montagna, in senso generale: dall’inizio dell’anno in corso su Facebook è attiva la pagina “Diamo voce al sentiero”, che si propone lo scopo di (come si legge nelle informazioni della pagina stessa) «sensibilizzare e discutere sul tema della costruzione di viabilità montana a discapito della sentieristica preesistente.» Un tema fondamentale eppure troppo spesso sottovalutato, trascurato ovvero fuorviato per adattarlo a fini strumentali che rispetto allo sviluppo e alla salvaguardia della montagna appaiono del tutto antitetici, i quali poi consentono di perpetrare al territorio montano danni sconcertanti e sovente perenni con il conseguente detrimento del valore estetico, culturale, antropologico nonché economico dello stesso.
“Diamo voce al sentiero” cerca di sostenere e perseguire una così necessaria sensibilizzazione sia attraverso contenuti che pongono in evidenza i concetti primari alla base del tema suddetto (un esempio lo vedete qui sopra), sia con focus veloci e sagaci su certe situazioni particolarmente emblematiche al riguardo – proprio come quella in corso nella splendida e ora profanata Val di Mello, sulla quale ho dissertato a mio modo nel post precedente, qui sul blog.
Seguitela, la pagina “Diamo voce al sentiero”: se da un lato vi darà modo di irritarvi parecchio (come a me succede) verso certi terribili e vergognosi interventi nei territori montani, dall’altro vi darà coscienza di come la bellezza dei monti non abbisogni affatto di quelle opere e che, come peraltro sosteneva il grande Walter Bonatti, «La montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che facciamo»: e a volte ciò che l’uomo decide di imporre, alla montagna, è quanto di più disonesto vi sia nei suoi confronti e di chiunque la voglia vivere liberamente e consapevolmente.