Dall’inizio di questo mese di giugno ha ripreso la propria attività la Casa Museo Villa Gerosa-Crotta, situata ai Piani Resinelli, ai piedi della Grignetta e nel cuore del meraviglioso Parco Valentino, le cui fitte abetaie ammantano il versante settentrionale del Monte Coltignone.
Villa Gerosa-Crotta è un luogo di grande valore storico-culturale e di notevoli potenzialità didattiche e ricreative: mi viene da pensarla come la “dimora nobile” del Genius Loci dei Resinelli anche perché, più materialmente, è senza dubbio lo scrigno della storia di Piani, sia in senso naturalistico e paesaggistico che in senso antropologico ovvero attraverso la frequentazione alpinistica della zona (nel Museo narrata attraverso un allestimento curato da Pietro Corti, garanzia di gran qualità), che ne ha profondamente caratterizzato l’identità e ancora oggi la rende un luogo quasi leggendario, sicuramente speciale, assolutamente da conoscere e valorizzare in modi finalmente consoni e coerenti alle sue innumerevoli eccezionali valenze, così preservandolo pure da certe derive turistiche fin troppo banalizzanti che non danno nulla al territorio e niente di educativo ne sanno ricavare.
D’altro canto il Genius Loci dei Resinelli è potente e accogliente: conoscerlo e farsi guidare alla scoperta dei Piani rappresenta un’esperienza necessaria tanto quanto affascinante, che nella Casa Museo di Villa Gerosa-Crotta si può vedere manifestata e materializzata nell’ottimo e coinvolgente allestimento museale, così che l’esperienza ai Resinelli diventi realmente completa e lasci in ogni visitatore innumerevoli stimoli ad una scoperta del luogo ancora più appassionata, consapevole e approfondita.
Con i link che trovate in questo articolo potrete sapere di più sulla Casa Museo Villa Gerosa-Crotta, mentre sulla pagina Facebook potete trovare il calendario degli eventi che ne animeranno le aperture e dunque restare aggiornati al riguardo. Per ogni altra informazione, potete scrivere a cultura@comunitamontana.lc.it.
Continua la distruzione della storia e dell’identità delle Alpi, inscritte sul terreno da segni antropici secolari che hanno consentito agli uomini del passato di trovare un equilibrio vitale ancorché duro – ma onesto, leale – con le montagne, per far posto e spazio agli uomini del presente che, in sella alle loro fiammanti ebike sempre più simili a motociclette con i pedali, pretendono di imporre la loro identità e inscrivere delle storie – anzi, stories, per come nella sostanza assomiglino a quelle fugacissime e banalizzanti dei social – aggressive, bieche, prepotenti, che chissà quanto dureranno prima di dover far posto ad un’ennesima nuova moda. Ciò con la compiacenza di amministratori locali ai quali tutto interessa fuorché amministrare con buon senso il proprio territorio verso il quale non perdono occasione per dimostrare tutto il loro disprezzo, evidentemente.
Ma dimenticano, questi amministratori scriteriati, che il disprezzo dimostrato verso le loro montagne, ovvero la mancanza di cura e di conseguente buon governo di esse, vi resta inesorabilmente inscritto proprio grazie a ciò che avvallano, come ferite infette vergognosamente inflitte a colpi di escavatori sul corpo della montagna umiliata per correr dietro alle sirene del turismo massificato e a quelle della propria autoreferenzialità. Ferite così evidenti da non poter e non dover essere dimenticate: ancor più se messe nero su bianco su una possibile denuncia, sperando che ve ne siano i margini – e purtroppo non sempre è così, quando si è costretti ad agire dopo l’inizio dei lavori.
Tuttavia, ribadisco, la vergogna verso tali opere non abbisogna di alcun avvallo giuridico.
Nella foto, di Michele Comi: la distruzione a colpi di escavatore dell’antica Cavallera del Muretto, in Valmalenco, per livellarne la superficie ad uso meramente cicloturistico. Che le mie parole qui espresse servano anche a rendere ancora più chiare quelle espresse da Comi a corredo dell’immagine.
P.S.: ovviamente – ma serve dirlo? Forse sì, ai poveri di spirito – personalmente non sono contro tutte le opere dedicate alla pratica del cicloturismo in quota, se fatte con criterio, buon senso, rispetto per le montagne e, ancor più, senza ignorare o derogare norme giuridiche vigenti. Ma anche per questo vorrei che ci fossero molti più controlli, e ben più rigorosi, attorno a tali lavori. Al momento non mi pare che ve ne siano a sufficienza, al netto di rarissimi casi – come scrivevo ieri qui.
[Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay.]Mi occupo di paesaggi, ne scrivo e a volte ne parlo pubblicamente: in tali casi, e quando sia contestuale agli argomenti disquisiti, mi premuro di denotare a chi mi ascolta la differenza poco considerata ma parecchio importante tra l’accezione empirica “popolare” e quella scientifica del termine «paesaggio», che nel primo caso usiamo come sinonimo di “territorio” attraverso una matrice soprattutto estetica, e nel secondo caso indica invece l’elaborazione culturale che cogliamo dalla visione del territorio: ciò che rende il paesaggio qualcosa che nasce innanzi tutto nella nostra mente, ovvero qualcosa di sostanzialmente antitetico alla prima e più diffusa accezione. È una differenza solo apparentemente formale, perché se portata nella pratica della gestione del territorio, come sovente accade, può generare diversi problemi di interpretazione e conseguenti applicazioni fuorvianti della suddetta gestione.
Ma, al di là di tale aspetto e per tornare all’ambito linguistico, raramente ho il tempo e il contesto giusto per approfondire gli aspetti pragmatici del termine «paesaggio», che sono variegati e spesso sorprendenti: paesaggio è una parola che realmente rappresenta un “paesaggio lessicale”, e il gioco di parole è inevitabile e per nulla eccessivo. A partire dalla gran quantità di tentativi di definire in maniera compiuta la parola, con risultati tutti quanti pertinenti ma nessuno esauriente e, addirittura, a volte contraddittori l’uno con l’altro pur essendo formalmente corretti, appunto: per questo al riguardo si parla spesso di babele paesaggistica (lo fa ad esempio lo storico e teorico del paesaggio italosvizzero Michael Jakob). A fare un po’ di ordine ci hanno provato anche gli estensori del principale documento ufficiale sul paesaggio in ambito europeo, la Convenzione Europea del Paesaggio, nel cui glossario si trovano ventinove vocaboli che esprimono i principali concetti legati al tema senza tuttavia riuscire a superare certi distinguo fondamentali, che ad esempio scaturiscono dalle varie etimologie linguistiche nazionali del termine le quali ne determinano significati differenti. Così il termine francese paysage dovrebbe essere sinonimico di quello anglosassone landscape la cui forma ricorda chiaramente il germanico landschaft, e tutti quanti noi li traduciamo con il nostro «paesaggio»: ma a ben vedere i vari significanti linguistici risultano differenti. Si consideri poi che fino al tardo Quattrocento il paesaggio non esisteva, nel senso che non era stato ancora elaborato il concetto che dà significato al termine: lo hanno fatto per primi i pittori fiamminghi coniando la parola landschap, che nello specifico indica un territorio (land) che ospita una determinata comunità abitante (scap, equivalente al germanico schaft). Parola assai simile al danese landskab, che però indica soprattutto i terreni agricoli sfruttati come bene comune dagli abitanti di una certa zona, e che hai poi attraversato il Mare del Nord per diventare landscape in Gran Bretagna, nella cui lingua assume una matrice più riferita agli aspetti naturali che legata alla presenza dell’uomo e delle sue attività. Fatto sta che l’originario landschap fiammingo, diffondendosi principalmente con i pittori paesaggisti fiamminghi – i primi a ritrarre il territorio non come mero sfondo dei soggetti umani ritratti ma come protagonista visivo e tematico dell’opera al pari dei primi – pur tra le varie accezioni ha subito assunto quella estetica come principale e più diffusa.
Il nostro «paesaggio» nasce invece con il francese paysage che però nelle sue origini torna in ambiti italici ovvero latini, derivando da pagensis, termine che identificava l’abitante del pagus, il villaggio, che ha sua volta deriva da pango, «terreno delimitato da pali» cioè da qualche sorta di recinzione e/o di delimitazione definita: dunque un’accezione espressamente legata alla determinazione di un certo territorio, si potrebbe dire un luogo, da parte di chi lo abita. Il che è apparentemente simile all’accezione originaria fiamminga ma in realtà la si potrebbe interpretare anche come antitetica: là è il territorio che definisce la comunità che lo abita, qui è il contrario.
Ma come la mettiamo poi con la lingua araba, parlata non proprio da pochi individui – circa 280 milioni di parlanti come prima lingua, nel 2022 – che non ha nel proprio vocabolario la parola «paesaggio»? Ne ha invece un’altra, utilizzata in vece del nostro termine, che equivale al francese vision, dunque con un’accezione di matrice quasi immateriale e meno legata all’oggettività geografica del territorio.
A fronte di tale babele linguistica, di nuovo il citato Michael Jakob sostiene che il paesaggio «non sarebbe un concetto misurabile, identificabile e oggettivo, bensì un fenomeno che si sottrae a qualunque tentativo di fissarlo; la sua rappresentazione, con parole o immagini, si scontra con l’identità fluttuante, aperta e forse irritante del fenomeno», il che spiegherebbe come un termine all’apparenza semplice e chiaro, utilizzato comunemente da noi tutti come fosse la cosa linguisticamente più normale e ovvia, possa assumere così tanti e così differenti significati senza che l’uno o l’altro diventi preponderante. D’altro canto, mi viene da pensare che questa babele paesaggistica potrebbe in fondo risultare un’inopinata dote a favore del concetto, una sua virtù la cui indeterminatezza rappresenta la principale salvaguardia di ciò che può esprimere e facendo in modo che il termine possa comprendere in sé tutti i numerosi aspetti – e le relative accezioni – che il mondo nel quale viviamo presenta, mantenendoli correlati in una specie di entropia concettuale controllata che mantiene vivo e dinamico il paesaggio nel nostro patrimonio culturale condiviso; cosa che magari non avverrebbe se invece il termine assumesse un’accezione netta, univoca e determinata, vincente sulle altre ma parimenti escludente certi aspetti apparentemente secondari ma comunque importanti e necessari per la comprensione piena e compiuta del concetto.
Insomma, per chiudere: avrete forse ora capito quanto articolato e affascinante sia il «paesaggio» e come, ogni qualvolta di fronte a una veduta panoramica esclamiamo istintivamente «Che bel paesaggio!» stiamo aprendo la porta di un mondo vastissimo. Un mondo al quale spesso non ci facciamo granché caso e comprensibilmente ma che a volte, con un minimo di attenzione e di sensibilità percettiva e d’animo in più, può svelarci innumerevoli cose sulla realtà che ci circonda e, ancor più, su noi che ci stiamo dentro e ne stiamo facendo il paesaggio. Perché lo siamo, il paesaggio.
Puntualmente, criticando la progressiva tendenza ad addomesticare le montagne con nuove e impattanti infrastrutture, si viene accusati di promuovere una montagna elitaria.
Niente di più scorretto.
Il rimprovero viene quasi sempre accompagnato da una formula retorica che puzza di slogan: “Non tutti hanno l’esperienza o le possibilità di giungere in vetta e di poter ammirare certi paesaggi”.
Attraverso questo ragionamento si giustifica acriticamente ogni iniziativa.
Tuttavia, uno dei migliori insegnamenti offerti dalla montagna è il “senso del limite”: un principio etico molto importante per muoversi nel territorio con rispetto ed equilibrio.
Acquisire la consapevolezza di non avere delle capacità universali, in un presente culturale propenso ad abbattere indiscriminatamente qualsiasi tipologia di ostacolo (spesso con pesanti ritorsioni ambientali), penso sia un grande valore.
Bisognerebbe imparare a essere coscienti delle proprie possibilità ed eventualmente, se il sentimento nei confronti di un determinato ambiente è davvero sincero, saper rinunciare all’ascesa. Guardare la terra, per una volta, dal basso verso l’alto, può infondere la consapevolezza che, anche a quote inferiori, si riesce a godere di paesaggi gradevolissimi e che, più in generale, si può dialogare con l’ambiente senza necessariamente sopraffarlo.
In questo momento, ad esempio, non avrei la preparazione fisica per scalare il Cervino, oppure per affrontare gli itinerari più severi delle Dolomiti, ma non sono giustificato a pretendere la costruzione di una qualsivoglia seggiovia per riuscire a godere della prospettiva aerea offerta dalla vetta.
Inoltre la bellezza di molti panorami è amplificata dall’esperienza. Se essa viene puntualmente ridotta, il mondo apparirà sempre più scialbo e il nostro vivere più incompleto e inappagato. Conseguenza diretta è l’intramontabile sentimento di delusione che contraddistingue la nostra società.
Rigiro dunque la frittata: è più elitario (o egoista) chi, con uno sguardo rivolto verso le generazioni future, promuove un rapporto dialogico ed equilibrato tra l’uomo e i territori alpini, oppure chi impone a tutti la realizzazione di invadenti opere infrastrutturali per appagare (momentaneamente) le proprie velleità?
Questo che avete letto è il post di Pietro Lacasella pubblicato lo scorso 24 aprile su “Alto-Rilievo / Voci di Montagna”. Riflessioni ineccepibili, che mettono bene in luce la deviante contraddizione alla base di tali questioni e come, per superarla al fine di perseguire la miglior cura possibile per le nostre montagne, sia necessario mantenere ben saldi certi punti fermi che sono essi stessi “montagna” nell’accezione culturale più piena e compiuta. Il senso del limite è uno di essi: trascurarlo, ignorarlo, dimenticarlo quando non avversarlo, come di frequente fa chi usa la montagna per ottenere i propri meri tornaconti senza curarsi di null’altro, non permette alcuna concertazione al riguardo ma ammette solo la più ferma e radicale opposizione verso le iniziative di quella sorta. Non si può fare altrimenti, per le montagne è una questione di vita o di morte. Nel senso: le vogliamo vive della loro impareggiabile essenza, e noi con esse, o le vogliamo morte soffocate da ipocrisie, dissennatezze, egoismi e cementificazioni da periferia metropolitana?
(Anche l’immagine in testa a questo articolo è tratta dal post di Pietro Lacasella citato.)
[Il Monte di Brianza di notte, un’isola di naturale oscurità nel mezzo delle luci lecchesi e brianzole. Foto di Lino Rizzetto, tratta dalla pagina Facebook dell’Associazione Monte di Brianza.]La conoscenza del territorio con il quale si interagisce, da abitanti stanziali o da visitatori occasionali, è un principio che ritengo ineludibile del nostro stare al mondo, e indispensabile per intessere quella relazione culturale con il paesaggio che al mondo ci fa stare e sentire bene – d’un ben-essere reciproco sia per noi che per il mondo stesso.
Posto ciò non posso che applaudire lungamente all’Associazione Monte di Brianza che continua nella sua preziosa opera di scoperta, esplorazione e conoscenza dell’omonimo piccolo/grande gruppo montuoso la cui modesta altitudine, come ho già scritto altre volte, è un dato inversamente proporzionale al grande fascino che sa offrire a chi vada lungo i suoi sentieri, scoprendo innumerevoli angoli di sorprendente bellezza nonché, in tal caso, chi li abita da secoli insieme agli umani e probabilmente molto di prima di loro.
Anche quando il buio notturno sembra celare il paesaggio, come capiterà con la Notte da Gufidi domani sera, 29 aprile, per i fortunati che vi parteciperanno (mi pare che al momento le iscrizioni siano chiuse per esaurimento posti, ma potete scrivere e chiedere maggiori dettagli al riguardo all’Associazione): peraltro, un modo di passare una serata veramente diversa dal solito e, anche per questo, assolutamente intrigante. D’altro canto, esiste un “locale notturno” più affascinante e meglio frequentato di un bosco di montagna? (La domanda è retorica, ovvio!)
«Chapeau!» insomma all’Associazione Monte di Brianza, un modello di attivismo culturale assolutamente da seguire e imitare.