L’Engadina di Lizzie Le Blond

In quel meraviglioso scrigno di tesori documentali e visivi che è l’Archivio Culturale dell’Alta Engadina (Kulturarchiv Oberengadin/Archiv culturel d’Engiadin’Ota), tale anche per custodire le testimonianze storiche di uno dei luoghi più emblematici – e più belli, inutile dirlo – di tutte le Alpi, è disponibile da qualche giorno l’archivio di immagini fotografiche di Elizabeth Hawkins-Witshed Burnaby Main Le Blond, in breve Elisabeth Main ma ancor meglio conosciuta come Lizzie Le Blond, una delle prime alpiniste e tra le migliori della sua (pioneristica) generazione, capace di salire il Disgrazia per la prima volta d’inverno, il 16 febbraio 1896, e di compiere altre notevoli imprese alpinistiche invernali un po’ ovunque sulle Alpi senza mai tralasciare di indossare le sue celeberrime gonne vittoriane o i raffinati copricapi, che le conferivano uno stile impeccabile e unico (aveva origini nobili, d’altro canto), e parimenti senza trascurare una vivacissima vita sociale – si sposò ben tre volte, per dire, e dai cognomi dei mariti deriva la lunghezza del suo nome completo.

Ma Lizzie Le Blond fu anche una grande fotografa, appunto, e oggi le sue immagini rappresentano pure un’inestimabile testimonianza storico-geografica sul territorio dell’Engadina tra fine Ottocento e primi del Novecento e sull’evoluzione del suo paesaggio al crescere del turismo in loco e in forza delle conseguenti trasformazioni dei luoghi, oltre a permettere di constatare quanto siano cambiate le montagne engadinesi rispetto a oggi – i ghiacciai in primis, al tempo talmente più vasti di oggi da far apparire quelle montagne quasi irriconoscibili.

Nella galleria qui sopra vi propongo una minima selezione delle fotografie che potete trovare nell’archivio “Elisabeth Main”, nel quale c’è veramente da sbizzarrirsi e ancor più da emozionarsi – senza ovviamente contare tutto il resto dell’eccezionale patrimonio custodito dall’Archivio Culturale dell’Alta Engadina. Da visitare assolutamente.

P.S.: grazie a Michele Comi che indirettamente mi ha reso edotto sulla disponibilità dell’archivio fotografico di Lizzie Le Blond.

Case-UFO sul “pianeta” montagna

[La “Futuro House” di Matti Suuronen a Dombay, Russia. Immagine tratta da qui.]
[Immagine tratta da qui.]
Di case a forma di disco volante ne sono state fatte, in giro per il mondo, fin dal momento in cui il mondo ha “scoperto” i dischi volanti. Ne sono state fatte anche in montagna, ovviamente, e devo dire che lassù, sui pendi innevati neve o con lo sfondo delle vette rocciose, queste case bizzarre assumono se possibile un aspetto ancor più particolare, più… “ufologico”.

[La “Chesa Futura” di Foster+Partners a Sankt Moritz, Svizzera. Immagine tratta da qui.]
Forse perché maggiormente che altrove danno l’impressione, a prima vista, che sul serio lassù sia atterrata un’astronave aliena, o forse, mi viene da pensare, perché in qualche modo la montagna è un pianeta a sé, un mondo diverso rispetto a ogni altro nel quale, quando ci stiamo e lo attraversiamo, siamo un po’ tutti esploratori spaziali, di un “spazio” che offre moltissimo ancora da scoprire e che probabilmente non scopriremo mai del tutto se non sapremo entrare in contatto autentico con la sua particolare dimensione.

[Un’altra casa-UFO “atterrata” a San Maurizio d’Opaglio, Piemonte. Immagine tratta da qui.]
Per tale motivo, ci siano pure case-UFO sui monti ma spesso gli “alieni” sono gli umani che arrivano lassù senza capire bene dove stanno, mal comportandosi di conseguenza. “Alieni” dacché alienati rispetto al luogo, ecco.

P.S.: se anche voi, durante le vostre esplorazioni del pianeta Terra, avete avvistato altre case-UFO “atterrate” da qualche parte sui monti, fatemelo sapere!

Sculture

Opere di Alberto Giacometti alla Biennale di Venezia nel 1962; immagine tratta dalla pagina Facebook di “Artribune”. Ovvero: quando l’arte genera altra arte, anche “incidentalmente”. Sculture, in questo caso, sia quelle di destra che quella a sinistra, tutte quante a loro modo meravigliosamente “viventi”.

Di Giacometti, uno dei più grandi artisti di sempre – e questo la foto lì sopra lo conferma pienamente, a suo modo – e delle sue terre natali alpine ho scritto di recente, qui e qui.

Uno dei più bei dipinti dell’Engadina (“senza” l’Engadina)

L’Engadina è uno dei luoghi più affascinanti delle Alpi e del mondo, inutile rimarcarlo, e nel tempo il fascino assoluto del suo paesaggio si è cercato di catturarlo in molti modi attraverso narrazioni letterarie e immagini di vario genere. Tamara de Lempicka – d’altro canto forse la più fascinosa artista della storia – in Saint Moritz (1929, esposta al Museo di Belle Arti di Orléans) ha saputo rendere il fascino engadinese senza in fondo raffigurarlo, ovvero condensandolo in una figura femminile – un autoritratto, peraltro – effigiata in un ambiente invernale dietro la quale si intravede una porzione di rocce innevate. Una figura la cui bellezza intrigante e un po’ malinconica è del tutto femminile e umana, ma che al contempo riesce a rappresentare perfettamente quella della montagna, che nell’opera sostanzialmente non si vede tuttavia l’osservatore s’immagina e della quale, per tutto questo, è come se percepisse il grande fascino – paesaggistico e non solo.

Saint Moritz è un piccolo e poco noto capolavoro di “arte alpina” senza esserlo, in effetti, ma assolutamente capace di raffigurare un immaginario di paesaggio nel modo più intenso e consono al luogo che ne è fonte e ispirazione.

Un luogo come nessun altro al mondo

Caro vecchio amico, sono di nuovo in Alta Engadina, per la terza volta, e di nuovo ho la netta sensazione che questo luogo come nessun altro al mondo sia la mia vera patria e il mio focolaio d’ispirazione.

[Friedrich Nietzsche, lettera a Carl von Gersdorff, 1883. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]