“Vita da gregge”: come aiutare l’Azienda Agricola Stefano Villani (e le sue pecore)

A seguito dell’articolo dello scorso 17 novembre nel quale ho raccontato – rapidamente – la storia di Stefano Villani e delle sue pecore disperse tra i monti della Val Masino, e invitato ad aiutarlo nel far fronte alle ingenti spese sostenute per i numerosi tentativi di recupero effettuati al fine di salvare più pecore possibile, molti stanno scrivendo a me per chiedere informazioni dettagliate al riguardo, su come partecipare alla raccolta fondi “Vita da gregge” o addirittura i dati con i quali inviare contributi in denaro.

A chiunque rimarco che è necessario (oltre che giusto) contattare direttamente Stefano Villani e Lucia Giacomelli presso l’azienda agricola scrivendo una mail a giacomelli.lucia@alice.it o un messaggio al numero Whatsapp 340.7077315.

Abbiate pazienza se non vi rispondono subito: non è un call center e hanno un’azienda agricola e degli animali – oltre a tutto il resto di ordinariamente quotidiano – a cui star dietro!

Ulteriori informazioni sulle modalità di partecipazione alla raccolta di aiuti le trovate sulle pagine Facebook dell’Azienda Agricola Villani, https://www.facebook.com/groups/217165815855431 e su quella di Lucia Giacomelli https://www.facebook.com/lucia.alpeboron/posts/2468092996686180.

Ricordo infine che un bel resoconto di quanto accaduto nelle scorse settimane al gregge di Stefano e delle numerose missioni di salvataggio in quota, tra i picchi e i precipizi vertiginosi dei monti del Masino tra i quali le pecore si sono incrodate – al netto dei media che, numerosi, se ne sono occupati in questo periodo vista la storia incredibile accaduta – lo trovate sulla pagina Facebook di Luca Maspes, celebre guida alpina che da subito ha offerto il proprio aiuto a Stefano e a chiunque abbia partecipato ai salvataggi, qui: https://www.facebook.com/profile.php?id=1532171155. Da leggere, per saperne di più.

Vallone delle Cime Bianche: inizia la battaglia legale!

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Varasc.it“.]
Anche dal Vallone delle Cime Bianche giunge un aggiornamento molto importante in merito alle azioni a difesa e tutela del zona dagli scellerati progetti sciistico-funiviari dei quali ormai probabilmente saprete e io ho scritto numerose volte. Il Comitato “Insieme per Cime Bianche” ha presentato la legale che supporterà le istanze in difesa del Vallone presso il Tribunale amministrativo regionale, il Consiglio di Stato, la Corte costituzionale, la Corte di giustizia e la Cassazione: è l’Avvocato Emanuela Beacco, specializzata in Diritto amministrativo, Diritto ambientale, valutazione di impatto ambientale e valutazione strategica; fa parte del Centro di azione giuridica di Legambiente e negli anni si è occupata di numerose cause di attinenza ambientale.

Nella conferenza stampa di presentazione del 29 novembre scorso Beacco, assumendo formalmente l’incarico, ha rimarcato che «Oggi il legislatore riconosce in teoria l’importanza del bene ambientale ma poi nella pratica finisce con il dimenticarmene e questo nonostante la riforma costituzionale del 2022 abbia riconosciuto la tutela della biodiversità e lo sviluppo sostenibile come limiti alle attività di impresa». Una situazione della quale il Vallone delle Cime Bianche rappresenta uno dei casi più emblematici, sulle nostre montagne, così come è emblematica e assai ispirante l’azione per la sua difesa, guidata in primis dagli amici Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti di “Varasc.it”, veri e propri motori infaticabili delle azioni del Comitato.

È insomma una bella notizia, per la causa del Vallone, ma sotto certi aspetti è anche piuttosto desolante, per come dimostri che in Italia, per contrastare efficacemente delle iniziative politiche palesemente scriteriate, impattanti, degradanti per i territori ai quali vengano sottoposte (ancor più se già sottoposti a tutele ambientali) nonché per le comunità che li abitano – iniziative, insomma, per il cui discernimento e giudizio basterebbe il più ordinario buon senso – bisogna ricorrere alle vie legali e affidarsi al sostegno di un buon avvocato. Una cosa che trovo assurda, nella forma e nella sostanza, la quale tuttavia si scontra inesorabilmente con assurdità ancora più grandi come quelle che certi progetti, opere, infrastrutture, piani di intervento, manifestano inequivocabilmente. E che gioco forza giustificano pienamente l’azione legale.

Dunque, come è stato ribadito nel corso della conferenza stampa, bisogna resistere con ogni mezzo contro questi dissennati attacchi al fondamentale patrimonio collettivo rappresentato dalle nostre montagne, dal loro ambiente naturale e dai meravigliosi paesaggi che sono parte ineludibile della cultura che ci rappresenta. Facciamo di necessità virtù e avanti così, fino a che il buon senso finalmente trionferà: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire concretamente alla causa:

Stefano Villani e le sue pecore, una straordinaria storia di montagna contemporanea

Avrete probabilmente letto da qualche parte, o sentito e visto alla radio o in TV, della storia di Stefano Villani, delle sue pecore disperse tra le cime, le pareti e i precipizi della sua Val Masino e dei reiterati tentativi, attuati con tutti i mezzi possibili, di riportarle a casa ovvero nelle stalle della sua azienda agricola alle porte della celeberrima Val di Mello, gestita insieme alla fidanzata Lucia Giacomelli.

È una storia straordinaria nel bene – per la dedizione con la quale Stefano, insieme a numerosi amici sovente giunti appositamente per aiutarlo, sta cercando di ritrovare e salvare più capi possibile – e nel male, per la perdita di una ventina di pecore purtroppo precipitate da quei ripidissimi versanti. Ma pure al netto della cronaca dei salvataggi – dei quali ne sta scrivendo in modi assolutamente avvincenti sulla propria pagina Facebook Luca Maspes, guida alpina valmasinese – autore anche delle foto che vedete qui, il quale fin da subito si è posto al fianco di Stefano per aiutarlo nelle ricerche e nelle operazioni di recupero in quota – trovo che la storia vissuta suo malgrado da Stefano rappresenti un’emblematica e potente dimostrazione di attaccamento e di passione per le proprie montagne e per la vita tra di esse in piena armonia non solo con il territorio ma pure con la sua storia, con le tradizioni e con un loro possibile e virtuoso futuro.

Ciò in quanto Stefano, abbandonando la precedente occupazione come muratore e aprendo la propria azienda agricola, alleva insieme a mucche, capre e suini neri alpini anche 50 capi di pecora ciuta, una razza ovina autoctona originaria della Valtellina e dell’Alto Lario (la vedete nella foto qui sopra) conosciuta per essere la più piccola delle Alpi e tra le pochissime dotata di corna simili a quelle delle capre la quale, dopo aver seriamente rischiato l’estinzione (solo 10 anni fa se ne contavano appena tre dozzine di capi ragionevolmente “puri”) è stata salvata all’ultimo minuto grazie a un progetto di recupero della Rete alpina Pro Patrimonio Montano (PatriMont) insieme a un gruppo di allevatori locali. Oggi se ne contano circa 400 capi e quello di Stefano Villani è l’unico allevamento della specie in Val Masino, cosa che rende il suo lavoro encomiabile al punto da essere riconosciuto da una menzione speciale agli “Oscar Green” 2023 di Coldiretti, e parimenti dimostra che il suo sforzo per salvare gli animali dispersi in quota ancora più importante.

Per tutto ciò vorrei contribuire nel mio piccolo a far conoscere e sostenere “Vita da greggeun’adozione a distanza, simbolica, della piccola Sion, trovata in compagnia della sua mamma e di altre pecore smarrite in quota, recuperata da Stefano in una notte buia nella Valle dei Sione e salvata dalle rocce impervie e traditrici, portata a valle, in braccio, da Marco, nipotino di Stefano e dal fratello Mauro. È un’adozione simbolica nel senso che attraverso Sion si avrà la possibilità di adottare tutto il gregge coprendo per quanto possibile le ingenti spese sostenute da Stefano per le missioni di recupero – spesso anche con elicotteri, immaginatevi con che costi! – delle sue pecore.

Come funziona lo spiega Lucia in un post sulla sua pagina Facebook, che qui riporto nei punti essenziali:

  1. Ogni singola adozione ha un valore di € 50 o € 100 (bonifico bancario da concordare insieme, l’Iban vi verrà mandato tramite Whatsapp o mail perché al bonifico effettuato corrisponde la data scontrino elettronico).
  2. Avete diritto al ritiro di un corrispettivo in prodotti dell’azienda agricola Villani Stefano.
  3. Ogni singola adozione andrà interamente nelle spese che abbiamo affrontato e stiamo affrontando per il recupero delle pecore in quota con l’elicottero.
  4. Una volta effettuato il pagamento, vi verrà spedito a casa tutto il necessario per l’adozione (abbiamo così bisogno del vostro nome, cognome, indirizzo, via, cap e numero di telefono).
  5. Nella busta troverete la carta di identità con i dati anagrafici dell’agnellina Sion, una lettera di ringraziamento con annessa poesia, lo scontrino elettronico).
  6. Il ritiro dei prodotti potrà essere effettuato passando direttamente in azienda in Val Masino già  dai prossimi giorni fino ai primi di maggio. Non sono previste spedizioni dei prodotti.

Per maggiori informazioni e per aderire alla raccolta fondi potete scrivere alla mail giacomelli.lucia@alice.it o al numero Whatsapp 340.7077315.

Lucia aggiunge che in programma c’è anche una lotteria per la quale come primo premio ci sarà un quadro donato da un artista riconosciuto a livello nazionale; ugualmente il ricavato andrà totalmente a favore del gregge.

Questo è quanto. Purtroppo all’appello mancano ancora una trentina di pecore, la cui ricerca è ora resa oltre modo difficile dalla neve caduta in quota che cancella le tracce, rende l’avvistamento quasi impossibile e l’eventuale recupero parecchio pericoloso. Tuttavia Stefano e i suoi amici non disperano di ritrovare tutti i rimanenti capi dispersi – l’ultimo volo di perlustrazione, come ne ha scritto Luca Maspes, è di qualche giorno fa, infruttuoso – e per tutto questo, mi auguro che pur solo da lontano ma, come visto, comunque in modo estremamente importante, tanti altri amici possano sostenerlo fino all’ultimo in questa incredibile tanto quanto emblematica storia.

P.S.: ringrazio di cuore Luca Maspes per avermi concesso la pubblicazione delle sue fotografie; sulla sua pagina Facebook ne trovate molte altre insieme a numerosi e impressionanti video.

Sabato prossimo il Vallone delle Cime Bianche è… a Fino Mornasco!

Ancora fresco dell’assegnazione quanto mai meritata – ad Annamaria Gremmo – del Premio Marcello Meroni per la sezione “ambiente”, lo scorso 28 ottobre a Milano, il Progetto fotografico L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche torna a presentare e sostenere la fondamentale e emblematica causa di tutela del Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, minacciato da una devastante infrastrutturazione funiviaria a scopi sciistici, il prossimo sabato 11 novembre in Lombardia, a Fino Mornasco, per iniziativa della locale sezione del Club Alpino Italiano.

Ne parlavo proprio in occasione della cerimonia del Premio Meroni con Annamaria – e con Marco Soggetto e Francesco Sisti, gli altri fautori del progetto – di questa doppia ospitata ravvicinata del Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi ambiti incontaminati delle Alpi valdostane, in quella che invece è la zona più contaminata e cementificata d’Italia, l’alta Lombardia (il 20 ottobre erano a Somma Lombardo con l’extra del 28 ottobre a Milano, appunto: quindi anche tripla ospitata lombarda). Circostanza magari solo casuale ma che a me viene da pensare e ritenere assolutamente significativa: come se si stia manifestando da parte delle persone più sensibili su tali questioni le quali abitano la zona più soggetta a “incuria” urbanistica del paese (come dimostrano da anni le statistiche nazionali sul consumo di suolo), una particolare attenzione alla conoscenza e al sostegno della causa di conservazione di un luogo delle Alpi così meraviglioso e emblematico dal punto di vista ambientale, essendo una delle rare zone di natura intatta tra territori viceversa pesantemente antropizzati per scopi turistico-sciistici. Quasi che – continuando nella mia suggestione – i lombardi che conoscono bene, loro malgrado, la cementificazione dei loro territori e il degrado del paesaggio (non solo di quello naturale) da essa cagionata, vogliano “sfruttare” questa triste esperienza per dar forza alla difesa del Vallone delle Cime Bianche, trasformandola invece in un’esperienza di tutela ambientale vincente e esemplare per qualsiasi altro territorio sottoposto a così deprecabili mire speculative, sia esso un’altra zona delle nostre montagne oppure, perché no, un territorio a ridosso delle grandi aree metropolitane come appunto tanti che regioni come Lombardia presentano.

Chissà che a differenza di quanto accaduto per decenni, con le città che hanno colonizzato i territori montani imponendovi la loro urbanizzazione più selvaggia, ora non sia l’Ultimo Vallone Selvaggio – tale invece nel senso originario e virtuoso dell’aggettivo – a “insegnare” alla città la più efficace e benefica tutela del mondo e dell’ambiente nel quale tutti viviamo! Di sicuro il progetto di difesa delle Cime Bianche lo sta facendo per le montagne valdostane nel modo migliore e più ammirevole possibile, come anche l’assegnazione del Premio Meroni ha rimarcato: in fondo la mia è più di una mera suggestione, è un fervido auspicio che spero di vedere realizzato al più presto.

Dunque non mi resta che invitarvi caldamente – se siete della zona o vi potete giungere – alla serata di sabato 11 a Fino Mornasco con Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti. Trovate le informazioni necessarie nella locandina qui riprodotta. Ve ne tornerete a casa con tanta bellezza nella mente, meraviglia nel cuore e molta più consapevolezza nell’animo riguardo le nostre montagne e non solo quelle. Ve lo assicuro.

Se i parchi nazionali e le riserve naturali sono scatole vuote (in Lombardia soprattutto)

[Foto di Fabio Scola, tratta dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco (Passo Gavia)“.]
La vicenda del disastro ambientale al Lago Bianco del Passo di Gavia, insieme a numerose altre, ha reso chiaro a chiunque come in molti (troppi) casi – e soprattutto in quello del Parco Nazionale dello Stelvio Lombardia – gli enti istituzionali di protezione della Natura siano ormai delle scatole vuote, deprivate di molte delle loro facoltà di tutela per diventare soggetti politicizzati strumentalmente funzionali ad altri scopi, sovente poco affini alla loro missione originaria quando non nettamente antitetici, come appunto ha dimostrato la questione del Lago Bianco. E non è solo un problema della Lombardia, ovviamente.

D’altro canto, che in Lombardia – per restare nell’ambito esemplare sul quale sto disquisendo – tale decadenza sia stata strategicamente indotta nel corso degli ultimi anni lo si evince non solo dalla gestione politica degli enti e, a monte, dalle nomine che ne sono la fonte, ma anche dall’andamento della dotazione economica destinata ai parchi naturali. Infatti, come ha denunciato Federparchi Lombardia lo scorso febbraio,

I trasferimenti per la sola spesa corrente assegnati ai parchi da Regione Lombardia sono passati da 13,5 milioni del 2010, agli attuali 6,5 milioni, con una riduzione superiore al 50%. Se lo rapportiamo alla popolazione della Lombardia, che supera i 10 milioni di abitanti, il contributo che Regione assegna ai parchi per la gestione in parte corrente equivale a 0,60 euro pro-capite.

Capite bene che, se anche per un bizzarro paradosso le aree naturali lombarde fossero politicamente ben gestite, le sempre più esigue risorse ne farebbero comunque degli enti svuotati di forza e di capacità, totalmente inadeguati a portare avanti nei territori di competenza un’efficace opera di tutela naturale e ambientale. Purtroppo, il suddetto paradosso non c’è, e in Lombardia i parchi sono mal gestiti politicamente, ambientalmente e finanziariamente: un connubio letale, non solo per gli enti in sé quanto soprattutto per i territori protetti – e, ribadisco di nuovo, la parossistica vicenda del Lago Bianco lo dimostra perfettamente.

A fronte di ciò, che la Lombardia poi si vanti pubblicamente di essere «terra di aree protette» vantandosi sui media dei suoi tot parchi regionali, tot riserve naturali statali e tot regionali, tot parchi locali di interesse sovracomunale eccetera, o di puntare «all’obiettivo posto dalla Comunità Europea che prevede il raggiungimento del 30% del territorio protetto entro il 2030» per poi privare tale territorio protetto delle risorse necessarie e dunque della facoltà di tutelare concretamente il proprio patrimonio naturale, è solo purissimo, cristallino, ignobilissimo oltre che pericoloso green washing istituzionale. Non si può pensarla diversamente, al riguardo.