A spasso sul ghiacciaio dell’Adamello con Kant

La Commissione Glaciologica della Società Alpinisti Tridentini – SAT ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una spettacolare immagine fotografica a 360° che mostra l’effluenza Mandrone del Ghiacciaio dell’Adamello – il più grande d’Italia – nello stato in cui si trova in questi giorni, alla fine della stagione di ablazione e prima che la neve autunnale, speriamo già abbondante, ne ricopra la superficie. Se cliccate sull’immagine lì sopra potete aprirla nella versione originale, navigabile spostando proprio il mouse, ma certamente lo sguardo verrà innanzi tutto attirato dagli inusitati crateri generati dai numerosi crolli circolari della superficie del ghiacciaio, che stanno accelerando l’arretramento della fronte e che gli conferiscono un aspetto ancor più lunare di quanto già il ghiaccio ingrigito non faccia.

Al netto delle considerazioni meteoclimatiche e di tutte le altre ad essere afferenti che la visione suscita, mi sembra interessante considerare anche quale sentimento un’immagine del genere ci suscita. Che sia spettacolare è inutile rimarcarlo dacché lo sono il luogo e il paesaggio: ma trovate sia più la fotografia di qualcosa di “bello” oppure di “brutto”? Più affascinante o più inquietante? Siete più attratti dall’evidente bellezza dell’ambiente raffigurato o dalla sua palese precarietà e sofferenza?

Un quesito del genere, per un ambito di grandiosità naturale come quello del grande Ghiacciaio dell’Adamello, inevitabilmente rimanda ai concetti di “bello” e di “sublime” elaborati prima dal filosofo inglese Edmund Burke e poi più notoriamente sviluppati da Kant nella sua Critica del Giudizio (e non solo lì): il bello come sentimento positivo, che emoziona e si lega al piacere, il sublime come sensazione d’inquietudine legata al timore. Peraltro un grande paesaggio glaciale come l’Adamello può ben rappresentare entrambi le distinzioni che Kant ha determinato per la sua idea di sublime, il “sublime matematico” che si manifesta nell’estensione del fenomeno analizzato e il “sublime dinamico” che si coglie nella sua potenza – posto poi che un ghiacciaio è un corpo assai esteso in movimento, pur lento, e in costante mutazione, trasformando di conseguenza il territorio nel quale ha sede generandovi un’evoluzione geomorfologica.

[Il versante trentino del ghiacciaio dell’Adamello nel 1934, in una foto del pilota e fotografo svizzero Walter Mittelholzer. L’effluenza del Mandrone è quella di destra.]
D’altro canto quello che sta accadendo al ghiacciaio dell’Adamello e parimenti a tutti i ghiacciai delle Alpi nella realtà climatica in divenire – a prescindere da quali siano le cause alla sua origine – è un fenomeno che possiamo solamente subire, non avendo strumenti atti a cambiarne il corso se non su tempi lunghi: anche in questo caso dovremmo attendere l’inversione delle dinamiche in corso e non sarebbe qualcosa di rilevabile nel giro di soli pochi anni. È un fenomeno naturale, in buona sostanza, forzato o meno che sia dall’uomo, e infatti Kant rimarcava che le caratteristiche di “bello” e di “sublime” conferite alle cose del mondo sono attribuzioni puramente umane, frutto di un nostro giudizio di matrice estetico-culturale che si determina nella relazione che si genera quando ci troviamo di fronte a quelle cose, agli oggetti, ai fenomeni che ci impressionano.

Per tali motivi qualcuno potrebbe trovare l’immagine del Mandrone “bella”, generante sentimenti positivi, e qualcun altro “spaventosa” o altro del genere in forza di sentimenti negativi. In effetti di fronte a queste cose la nostra percezione della realtà è ancora ferma alla dicotomia kantiana, e questo dualismo percettivo potrebbe essere alla base – con altri aspetti – dello spaesamento che ancora non ci fa pienamente comprendere ciò che sta accadendo al nostro mondo in forza del cambiamento climatico in corso.

[Mappa austriaca del 1820 che mostra le due effluenze trentine del ghiacciaio dell’Adamello, quelle del Mandrone e della Lobbia, ancora unite.]
Anche quando, di fronte a immagini come quella del Mandrone, ci sentiamo inquietati dallo stato di fatto visibile, da qualche parte nella mente e nell’animo ne siamo anche affascinati, e quando le reputiamo primariamente belle, spettacolari, affascinanti, quelle immagini dentro di noi almeno un poco ci spaventano. L’un sentimento alimenta e giustifica l’altro e viceversa, insomma, tuttavia ciò che ne deriva è una sorta di indecisione più o meno conscia, di latenza, un’immagine e un conseguente immaginario composto da due visioni (e due percezioni) sovrapposte che si confondono l’una nell’altra, indeterminandosi a vicenda e di conseguenza non consentendoci di definire al riguardo un pensiero più certo.

In realtà è lo stesso principio che si manifesta ad esempio nell’alpinismo e fornisce lo stimolo a superare un’alta parete verticale, visibilmente ostica, la cui spettacolarità ci affascina tanto quanto ci inquieta: ne abbiamo paura ma ciò in qualche modo ci sollecita a superarla e vincerla. Tuttavia in questo caso siamo noi a determinare il superamento della dicotomia e la sua definizione, il che ci evita di soffrirne lo spaesamento mentale e la confusione di giudizio. Nel caso dei grandi fenomeni naturali dalle dinamiche cagionate dall’uomo ma ad esso fondamentalmente incontrollabili invece la sensazione vivida di non poter fare nulla al cospetto della loro manifestazione, e nel momento in cui lì stiamo, genera lo spaesamento e l’indeterminazione di sentimenti, pensieri, azioni.

[Le effluenze della Lobbia, a sinistra, e del Mandrone, a destra, viste dal Passo Presena lo scorso 1 agosto 2024. La fotografia è di Alberto Bosco che ringrazio molto per avermela concessa.]
Forse anche per questo non riusciamo a comprendere pienamente ciò che (ci) sta accadendo, pur di fronte a evidenze come quelle che i ghiacciai alpini ci stanno palesando, e continuiamo a comportarci come di fronte a qualcosa di “suggestivo”, ma nemmeno troppo, e “inquietante”, ma neanche tanto. Ce ne andiamo per montagne e ghiacciai e ne osserviamo lo sfacelo crescente a braccetto di Kant, come se fossimo rimasti fermi a un tempo nel quale ancora molti pensavano che lassù, sulle vette glaciali delle montagne, ci abitassero draghi, demoni e altre creature fantastiche dalle quali lasciarsi affascinare o farsi intimorire ma senza ancora trovare il coraggio di affrontarli.

Il “Gran Masso Monte Glaciale Nomato”, per gli amici Adamello

A volte le montagne più grandi e imponenti, che per questo si potrebbero ritenere degne di considerazione da parte di chiunque se le ritrovi davanti, a partire dall’essere dotate dunque di un toponimo degno di quell’importanza geografica, sono rimaste invece senza nome per lungo tempo, come fossero ignorate o trascurate. D’altro canto, se così fosse, non sarebbe affatto sorprendente: più le montagne erano imponenti e dunque elevate, meno interessavano agli abitanti dei territori circostanti, che dai loro ghiacciai e dai versanti scoscesi e pericolosi non potevano ricavare nulla di utile alla loro già difficile sussistenza. Dunque, non c’era nemmeno il bisogno di trovare loro un nome.

L’Adamello, uno dei gruppi montuosi più articolati e vasti delle Alpi italiane oltre che tra i più spettacolari, in forza dei suoi enormi ghiacciai oggi purtroppo in forte regresso, è uno di quelli che, stranamente (o no, vedi sopra), per lungo tempo non ha avuto nessuna denominazione; poi, da quando l’ha ottenuta, la sua origine è rimasta piuttosto indeterminata. Il toponimo Adamello appare per la prima volta solo nel 1797, e unicamente per mere esigenze cartografiche, nella Carte Générale du théatre de la guerre en Italie et dans les Alpes del barone Louis Albert Guislain de Bacler d’Albe, capo dell’ufficio topografico di Napoleone, redatta nel corso della Campagna d’Italia e pubblicata nell’anno citato; tuttavia su questa carta la posizione della montagna appare piuttosto approssimativa, segno che non la si era ancora geograficamente ben identificata e compresa. D’altro canto quasi sessant’anni dopo, nel 1853, il cronista Arturo Caggioli indicò la montagna con l’arzigogolata denominazione di «Gran Masso Monte Glaciale Nomato», confermando la permanenza dell’incertezza geografica e toponomastica presente in loco.

Il celebre alpinista inglese Douglas William Freshfield tra il 1864 e il 1874 fu uno dei primi a percorrere le vallate sottostanti l’Adamello avendo la conoscenza della citata carta napoleonica, e ricordò che il toponimo era sconosciuto sia in Val Rendena (sul versante trentino) che in Valle Camonica, mentre era noto ai pastori della Valsaviore e della sussidiaria Val Adamé (versante lombardo). Dante Ongari, storico della montagna che fu presidente della Società Alpinisti Tridentini, al quale è intitolato uno dei rifugi presenti nel gruppo, sostenne che sarebbe stato il parroco di Saviore a suggerire il nome di questa montagna ai cartografi francesi, indicando la possibilità che il termine sia dovuto agli antichi abitanti frequentatori della Val Adamé, territorio che molti pensano abbia preso il nome dalla montagna quando invece pare che sia accaduto il contrario e la valle abbia dato il nome al monte. Il toponimo «Adamé» deriverebbe dal latino hamae, termine che indica le pozze d’acqua presenti nei pascoli acquitrinosi in quota; così, come spesso accade, tale toponimo “vallivo” probabilmente traslò verso l’alto a denominare prima la montagna (in senso lato) che dominava quei pascoli e poi, per georeferenza condivisa nonché funzionale alla differente relazione coi monti sviluppatasi dall’Ottocento in poi, la sommità più elevata.

(La fotografia della cartolina è tratta da www.parcoadamello.it.)

Martin Pollack, “Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa”

Chiunque si occupi di paesaggi sa bene che, al netto dell’accezione popolare con la quale il termine viene usualmente inteso cioè quale sinonimo di “territorio” o “luogo”, ogni paesaggio compendia nel proprio senso gli aspetti materiali di un dato spazio vissuto e quelli immateriali determinati dall’elaborazione culturale che di esso facciamo, e in forza di tutto ciò rappresenta un palinsesto di scritture che nel corso del tempo l’uomo ha impresso sul territorio naturale, sovrapponendo le une alle altre, riscrivendole di continuo e cancellando quelle più antiche ma a volte pure altre più recenti. In certi casi capita che, tra le cose non più leggibili e visibili ma affascinanti che formano un bel paesaggio (le rilevanze storiche e archeologiche, ad esempio), ce ne possano essere alcune di natura opposta, niente affatto belle e piacevoli, in qualche caso rimandanti a «oscuri segreti» nascosti alla percezione e alla memoria di chi oggi vive e frequenta quel paesaggio, ritenendolo in tutto e per tutto idilliaco.

In Paesaggi contaminati (Keller Editore, 2016, traduzione di Melissa Maggioni, orig. Kontaminierte Landschaften, 2014) lo storico e scrittore austriaco Martin Pollack ci dimostra come ciò che ho appena affermato è circostanza spaventosamente frequente, in Europa, il continente che è la culla della civiltà moderna e contemporanea e al contempo, ovvero nonostante ciò, la parte del mondo che ha subìto più di molte altre la tragedia di innumerevoli guerre e conseguenti massacri. Una storia oscura che tuttavia oggi appare pressoché invisibile, se non fosse per la presenza di alcuni luoghi commemorativi e per un bagaglio di memoria che tuttavia diventa sempre più svanente, non solo per l’ineluttabile corso del tempo ma pure per una nostra colpevole trascuratezza nei confronti del valore della memoria storica per il presente e il futuro []

(Potete leggere la recensione completa di Paesaggi contaminati cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Cambiano le montagne e i paesaggi, cambiamo anche noi

Ormai decenni fa, quando avevo poco più di vent’anni (dunque metà anni Novanta, in pratica), con alcuni amici salii per la prima volta il Cevedale, trovandomi così al cospetto di una montagna la cui bellezza iconica mi conquistò subito, per come era ed è possibile osservarla dalla via normale al Cevedale dal rifugio Casati: il Gran Zebrù/Königsspitze, una piramide pressoché perfetta puntata verso il cielo e scintillante di ghiaccio. Scattai una fotografia (il digitale era ancora roba rara, ai tempi) e ne ricavai un ingrandimento che incorniciai e appesi a casa – dove ora vivono i miei genitori e dove fa ancora bella mostra di sé, vicino all’ingresso: lo vedete lì sopra (e tenete conto che erano i primi di agosto, se volete fare qualche raffronto con il presente). Al netto del celeberrimo Cervino, credo sia una delle montagne più belle e “potenti” delle Alpi, il Gran Zebrù, e capace di narrare storie meravigliose su di sé, come raccontai in questo articolo.

Credo lo sia, ho scritto, e vorrei poter continuare a utilizzare la forma verbale al presente tuttavia temo mi (e ci) sarà impossibile farlo, di questo passo. Qualche giorno fa l’amico Luca Ciccio Impagnatiello ha pubblicato sulla sua pagina Facebook quest’immagine del Gran Zebrù, presa dalla vetta del dirimpettaio Monte Pasquale. Una foto (della cui concessione lo ringrazio di cuore) quanto mai significativa e francamente angosciante:

Consentitemi un paragone un po’ idiota ma certamente chiaro: immaginate di avere un’amica (parlo per me uomo, ovviamente il tutto vale anche in ogni altra versione di genere) bella, formosa, atletica, bionda, assolutamente affascinante, e poi di rivederla solo dopo qualche giorno smagrita, pallida, ingrigita, spenta al punto da faticare a riconoscerla se non fosse per le sue fattezze principali. Ecco, è ciò che mi si formula in testa nel considerare l’immagine odierna del Gran Zebrù, quasi del tutto privato dei suoi ghiacci e dunque dall’aspetto soprattutto roccioso, ingrigito, cupo dacché senza più lo scintillio nivale che prima rendeva abbacinante la sua piramide, con il letto della lingua valliva che sembra un’enorme piaga sterile diffusasi tra gli alti pascoli della Valle di Cedèc… un’altra montagna, in pratica, se non fosse per le forme che la rendono ancora identificabile da parte di chi la conosce. E il tutto in pochi decenni, un periodo rapidissimo nella scale del tempo della Terra: per questo l’ho correlato ai pochi giorni del paragone suddetto.

Per tutto ciò sostengo da tempo che i cambiamenti climatici e le trasformazioni fisiche dei territori che ne subiscono gli effetti, tra i quali le montagne sono quelli forse in assoluto più soggetti, più sottoposti ad alterazioni, non comportano conseguenze solo ambientali e in generale materiale ma anche, e per certi versi soprattutto, immateriali ovvero culturali, antropologici, psicogeografici… Il Gran Zebrù che si osserva oggi obiettivamente non è più la montagna di trenta o cento anni fa: ne conserva le forme ma la sua identità assume un aspetto diverso e dunque anche la nostra percezione, assimilazione e elaborazione della sua immagine e del suo paesaggio sta cambiando, quindi inevitabilmente si modifica anche la relazione culturale che possiamo intrattenere con essa e che, nel caso di una montagna appunto così iconica, finisce per influire sul costrutto dell’intero paesaggio d’intorno, rispetto al quale il differente aspetto della montagna genera una diversa percezione del luogo. E siccome noi siamo il paesaggio, dal momento che esso è una nostra elaborazione culturale che esprime nell’idea del paesaggio anche noi stessi, sostanzialmente pure noi cambiamo, al cospetto del Gran Zebrù attuale e futuro così come in ogni circostanza simile.

Sono cambiamenti o, se preferite, alterazioni intense, profonde, complesse, senza dubbio epocali, ma che ancora, credo, non sappiamo percepire e comprendere, fermandoci ai pur essenziali aspetti ambientali (ed è comunque già buona cosa, visto che non sempre accade e il disinteresse, l’apatia o il negazionismo – del clima ma di rimbalzo anche dell’effettiva realtà ambientale – a volte si palesano in tutta la loro sconsideratezza). Ma dobbiamo saperli elaborare e capire, quei cambiamenti in atto, dal momento che come detto stanno cambiando anche tutti noi e la nostra relazione con il mondo che abitiamo, quella che ce lo può far vivere al meglio oppure in maniera problematica. Cioè per costruirci il necessario futuro di proficua resilienza rispetto al divenire della realtà: sarebbe il caso di pensarci, finalmente.

Contestualizzare le cose per capirle meglio (anche in montagna)

Bisogna sempre trovare la più consona e obiettiva contestualizzazione alle cose che accadono. Perché nulla avviene per caso, neanche in montagna, almeno quando c’è di mezzo l’uomo.

Dunque, a quanto pare c’è un grosso e grave problema di impatto turistico, alle Tre Cime di Lavaredo:

E dove ha avuto origine questo problema? Ecco qui:

Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.

Ora capite meglio chi e cosa hanno generato il problema?

Be’, al riguardo mi tornano in mente le parole di Maurizio Maggiani (fonti qui e qui) circa ciò che di simile sta accadendo alle Cinque Terre: parole perfette anche per le Tre Cime di Lavaredo e per molti altri luoghi iper turistificati senza che sia stata sviluppata alcuna gestione dei flussi turistici e nessuna cura per il (proprio) territorio:

Le Cinque Terre soffocate dal turismo? È la giusta nemesi per le loro scelte, hanno pensato solo ad arricchirsi. […] Per anni non si è fatto che cercare di vendere le Cinque Terre in tutto il mondo, senza pensare alle conseguenze per un territorio dall’equilibrio ambientale e sociale così fragile. Hanno voluto farne una Disneyland ed è stata un’idea da criminali. Con quelle premesse oggi parlo di una giusta nemesi rispetto ad una scelta che fu coordinata dall’alto ma collettiva, appoggiata da buona parte della comunità con poche eccezioni.

Ecco, nulla da aggiungere se non la speranza che ad Auronzo la smettano di pensare solo ai record  di introiti nelle casse comunali e piuttosto cerchino il miglior equilibrio possibile tra frequentazione turistica e tutela ecoambientale del territorio locale. Ce la faranno, considerando l’imminente mega specchietto per le allodole delle Olimpiadi invernali 2026?

Me lo auguro proprio, per il bene di quelle montagne e di chi le voglia vivere il più possibile integre ancora a lungo.