Flaiano semper docet!

Tornare a leggere il grandissimo Ennio Flaiano (lo sto facendo con il suo Diario Notturno, come forse avrete notato) in questo particolare periodo per il paese – periodo di campagne elettorali e votazioni imminenti, nel quale l’Italia riesce sempre (e sempre più) a dare il peggio di sé – è veramente significativo. Non solo ci si rende nuovamente e inequivocabilmente conto di come la situazione politica in Italia è sempre più grave ma sempre meno seria (Flaiano scrisse quel suo famoso aforisma nel Taccuino del 1954!), anzi: ci si capacità del fatto che non c’è alcuna via di salvezza, da essa. Almeno per chi o cosa continui a esserne sottoposto, per necessità o (peggio) per scelta. Semmai, come già dissi qui, l’unica possibilità di salvezza è dalla parte opposta. Totalmente opposta.

WALDEN sta tornando!

Vi ho già raccontato di Walden, qui sul blog, all’epoca dell’uscita del numero 0: un magazine nuovo nel senso più pieno del termine – a partire dal fatto che definirlo “magazine” è cosa intuitiva ma assai imprecisa e per molti aspetti sminuente.

Un’impresa letteraria ed editoriale così innovativa ha comportato un percorso inevitabilmente arduo, al fine di trasformare l’originaria bella idea in un progetto altrettanto bello quanto concreto. D’altro canto è uscendo dai sentieri già tracciati e lasciando nuove tracce altrove, dove nessuno è passato ovvero dove nessuno ha realmente osservato intorno e oltre, che si può realmente esplorare e conoscere a fondo un territorio, allontanandosi dalle convenzioni dell’ordinario per generare intuizioni e cogliere visioni stra-ordinarie. Ciò può comportare difficoltà, ostacoli da superare, passi lenti e accorti, meditazioni più approfondite, ma se la direzione è quella giusta e la perseveranza consona, si possono raggiungere orizzonti altrimenti invisibili e profondamente illuminanti.

Bene, Walden s’è fatto il suo buon percorso articolato, ha superato gli ostacoli, ha ponderato il proprio cammino senza mai scordare la meta prefissatasi – nella certezza che quella meta non è che il punto di giunzione tra due tappe del lungo cammino d’un viaggio nel quale, più di ogni altra cosa, è chi viaggia a essere il viaggio stesso.

E pure chi legge lo è: sì, perché Walden sta tornando. O, meglio, sta finalmente iniziando il suo vero e speriamo illimitato viaggio. Così ha scritto al riguardo il suo direttore editoriale, Antonio Portanova, sulla pagina facebook del magazine:

Cari amici. Walden è tornato. Questi mesi ci hanno fatto capire che possiamo e vogliamo continuare la nostra avventura editoriale. Dopo il numero 0, che ci ha dato tante soddisfazioni, abbiamo preparato il terreno per ciò che verrà, d’ora in avanti.
Siamo felici e orgogliosi di annunciarvi che il numero 1 di Walden è in uscita: avrete prestissimo aggiornamenti e, d’ora in avanti, per chi lo vorrà, un appuntamento fisso semestrale. Due uscite l’anno che, se avremo il seguito sperato, ci auguriamo un giorno di moltiplicare. Se vi è piaciuto il nostro numero-pilota, il numero 0, aiutateci a far conoscere il magazine. Come molti di voi già sanno, questo progetto si basa solo sul riscontro dei lettori. Che speriamo siano ogni giorno di più.
Il numero 1 di Walden sarà un monografico, interamente dedicato al tema del vento. Restate sintonizzati sulle nostre frequenze, da qui all’imminente uscita vi daremo ulteriori dettagli. Intanto, una piccola anticipazione: è di questi giorni la notizia che il Cile ha istituito cinque nuovi parchi nazionali. L’articolo de Il Post potete leggerlo qui. All’interno del numero 1, parleremo anche di Douglas Tompkins, l’uomo cui dobbiamo buona parte di questa bellissima notizia.
Grazie a tutti coloro che hanno creduto nell’idea di Walden. Siamo tornati.

Lodi e glorie imperiture a Walden, dunque. E tenete sott’occhio, oltre che la pagina facebook, il sito del magazine, nel quale peraltro potete pure abbonarvi e/o acquistare il numero 0.

In effetti un nome così, “Walden”, tanto carico di senso, di storia, di fascino e di valore culturale, antropologico, filosofico nonché – last but non least – umano, non poteva trovare manifestazione editoriale più significativa.

Woody Allen, “Rivincite / Senza Piume / Effetti Collaterali”

P.S.I. (Pre-Scriptum Inevitabile): ho cominciato a leggere questi libri prima che anche Woody Allen venisse coinvolto nella bufera dello scandalo molestie sessuali che sta scuotendo Hollywood e non solo. Vorrei mettere in chiaro che tutto quanto leggerete a proposito dei libri di cui dirò vuole e deve essere totalmente svincolato da qualsivoglia giudizio relativo alle vicende citate. La giustizia faccia il suo corso e lo faccia nel modo più equo e giusto, qualsiasi esso sia; il resto è altra cosa e non può/non deve esserne parte.

Ridere è una delle cose più intelligenti che si possano fare. Sono profondamente convinto di questa (mia) verità, così come sono certo che, in base allo stesso principio, la risata più autentica debba essere sempre e comunque basata su guizzi d’intelligenza, anche quand’essa abbia parvenze molto più leggere. Quando si riesce a ottenere ciò, veramente la forza della risata non conosce limiti, e quel noto motto bakuniniano (o presunto tale) “Una risata vi seppellirà” può diventare strumento rivoluzionario totale ovvero ben più ampio e concreto, nei suoi effetti, di quanto si potrebbe immaginare.

Woody Allen ha dimostrato in modo del tutto chiaro questa cosa. Con il suo umorismo totale, appunto, è riuscito non soltanto a far ridere tre generazioni, non solo a ironizzare su qualsiasi cosa – da Dio al sesso – in modo sempre acuminato e inesorabile, ma ha pure saputo generare un originale e illuminante storytelling dell’ultimo mezzo secolo di storia occidentale, americana e non solo. Forse la stagione d’oro del suo umorismo è proprio quella messa nero su bianco e inclusa nel cofanetto Woody Allen. Rivincite / Senza piume / Effetti collaterali (Bompiani, 2008, prefazione e cura di Daniele Luttazzi), tre volumi che raccolgono buona parte dei suoi testi degli esordi, quelli grazie ai quali prese a calcare i palcoscenici dei teatri newyorchesi a metà anni ’60 e poi a scrivere per le migliori riviste culturali dell’epoca, nonché alcuni di quelli che poi confluirono nelle sceneggiature dei suoi primi leggendari film []

(Leggete la recensione completa di Rivincite / Senza Piume / Effetti Collaterali cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Ridere e scrivere, scrivere e ridere

[…] Perché nello scrivere, Libero si divertiva un mondo, quel mondo che la scrittura gli consentiva di crearsi e nel quale c’era molto più divertimento che in quello “normale”, senza peraltro che il primo ne fosse così distaccato. Era il diletto del sogno di un mondo purificato dai suoi errori e arricchito dalle sue virtù effettive, nella realtà solo latenti e potenziali, se non smarrite o vanificate, quindi gioco forza integrato nel mondo solito del quale diveniva l’ideale perfezionamento: tale purificazione doveva essere un piacere, una divertente gioia, perché soltanto una mente e un cuore allegri sopportano bene le aberrazioni in cui sono costretti a vivere, e per esse sanno meglio trovare le soluzioni. L’ironia e l’umorismo allegro che sempre caratterizzavano le espressioni delle idee di Libero, qualsiasi essere fossero, erano il segno di quel piacere, la prova dell’assenza di qualsiasi mera e ottusa iconoclastia mirante alla critiche fallaci, vigorose nella forma ma fugaci e aleatorie nell’essenza, cioè quelle di cui ci fa megafono imperioso e borioso per poi allargare le braccia al loro termine, quando dovrebbe cominciare la costruttività relativa, nell’incapacità di saper andare oltre. In fondo, spesso una semplice, gustosa e sentita risata è un elemento sovversivo mille volte più potente di qualsiasi mezzo d’assalto, e chi la sa produrre dimostra tranquillità d’animo in sé per sé e per il mondo che lo circonda, certo più di chi sbava idrofobicamente verso ciò che non gli aggrada, dimostrandosene inferiore e subordinato.

(Brano tratto dal libro qui accanto. Lo potete acquistare qui oppure qui ovvero presso altre librerie on line, oltre che ovviamente in quelle “reali”. Cliccateci sopra, invece, per saperne di più.)

Lucio Fontana, Hangar Bicocca, Milano

Sgombro il campo fin da subito da ogni equivoco: ritengo Lucio Fontana (con Piero Manzoni) il più rivoluzionario artista italiano del Novecento. Punto.

Detto ciò, trovo Ambienti/Environments, la mostra allestita presso gli insuperabili spazi dell’Hangar Bicocca di Milano (spazi che valgono da soli una visita, altra cosa di cui sono fermamente convinto), alquanto didattica e potenzialmente illuminante – e non è un mero e ironico gioco di parole legato alla tipologia di opere presenti, vere e proprie installazioni luminose ricostruite fedelmente come gli originali esposti da Fontana un po’ ovunque sul pianeta tra il 1949 e il 1968 e poi quasi sempre distrutti.

Mi spiego: tante volte mi sono trovato a discutere intorno alle celeberrime tele tagliate di Fontana – i Concetti spaziali, appunto – con persone che, invariabilmente, al proposito se ne uscivano con la solita frase «Sarà mica arte! La sapevo fare anch’io!», cercando di far capire loro il pensiero alla base di esse e in generale della ricerca artistica del grande artista italo-argentino, un pensiero in fondo tanto semplice quanto profondamente rivoluzionario e forse proprio per questo sfuggente a chi non voglia concentrarsi e riflettere solo un attimo di più del normale.

Bene, negli ambienti spaziali e nelle installazioni luminose, probabilmente le opere meno conosciute di Fontana al grande pubblico – stante la suddetta modalità iconoclastica successiva alla loro esposizione pubblica – c’è forse la più chiara e comprensibile espressione del Concetto spaziale che si possa avere a disposizione. Se Fontana, riguardo ai tagli, diceva che “Passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere!” e grazie ad essi introduceva l’elemento “spazio” nell’opera nonché il suo superamento verso un infinito concettuale e tuttavia concretamente percepibile, proprio grazie al taglio nella tela, con gli ambienti è come se si potesse effettivamente entrare in quello “spazio” attraversato dalla luce e andarvi oltre, percependo un senso di iniziale smarrimento – voluto dall’artista grazie al buio o al colore sfavillante dell’illuminazione interna agli ambienti – che tuttavia, una volta trovata l’armonia con l’opera fruita e pure la correlazione emotiva e spirituale con l’atmosfera interna e il suo mood generale, diventa veramente una sensazione d’infinito.

È la rappresentazione fisica e fruibile delle sue tele tagliate, appunto: l’ambiente perde i suoi limiti, svaniti nel buio o nella luminosità scompigliante, lo spazio si dilata, la luce traccia vie che non seguono tanto lo sguardo o la mente quanto lo spirito, il coinvolgimento riguardo il concetto spaziale fontaniano diventa forte, vibrante, comprensibile e plausibile come non mai e, se sulle tele si può osservare e concepire l’infinito attraverso i tagli, qui, come ribadisco, lo si raggiunge ovvero, quanto meno, lo si ritrova di fronte, inopinatamente manifesto. Qui c’è tutto lo spazialismo di Fontana: c’è la luce, lo spazio, il vuoto, c’è l’ispirazione cosmica di quegli anni nei quali la corsa alla conquista del cosmo era nel pieno della competizione tecnologica e filosofica, c’è l’impulso verso l’inconcepibile che le vastità stellari rappresentano così bene. E c’è tutta la carica rivoluzionaria della sua arte, potente come poche altre fino ad allora e, probabilmente per questo, incomprensibile a tanti, ancora oggi.

È visitabile fino al 25 febbraio, la mostra – la quale, per giunta, è allestita nella fenomenale Navata dell’Hangar Bicocca, dunque accanto all’altro “gioiello” qui presente, I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, che con tutto il resto fa della location milanese una delle più belle e affascinanti d’Europa. Roba da andarci sempre e comunque, insomma – ergo andateci, assolutamente!

(Tutte le immagini della mostra presenti nell’articolo sono mie, ça va sans dire.)