Jørn Riel, “Uno strano duello” (Iperborea)

Da tempo sono convinto che le più grandi verità siano spesso custodite nelle piccole realtà, e analogamente che si possano trovare molte più cose interessanti dove si ritiene ci sia poco o nulla piuttosto di dove ci sia molto, moltissimo, ma poco o pochissimo di valore. Che ci sia ben più socialità ove ci sia meno “società” (ovvero ciò che oggi viene intesa come tale), che ci sia molta più ricchezza in certa “povertà” – no, non intendo soldi o altro che non sono ricchezza, semmai potere – oppure, per restare in tema, che abbiano molto più “potere” cose che di predominanza sugli altri non ne danno – e così via.

In base allo stesso principio – che è uno e univoco, come credo avrete capito e che gli anglosassoni, maestri delle definizioni, hanno per lo più compendiato nell’espressione less is more – può ben essere che ci sia molta più civiltà, urbanità, umanità, ove le presenze umane nel raggio di centinaia di km si possano contare sulle dita di non più di due mani. In fondo, anche in tale ambito conta la qualità (umana) più che la quantità, no? Be’, credo che una buona risposta in senso affermativo a tale domanda (comunque parecchio retorica, lo ammetto) l’abbia data – e ribadita più volte – Jørn Riel e la sua bislacca banda di cacciatori polari, di nuovo radunati ne Uno strano duello (Iperborea, 2005, traduzione e postfazione di Maria Valeria D’Avino; orig. En underlig duel og andre skrøner, 1976) e nuovamente in azione nell’immenso deserto ghiacciato della Groenlandia nordorientale.

Anche in questo caso come per gli altri libri della serie, dire Jørn Riel significa “dire” skrøner, la particolare forma narrativa scandinava descritta dallo stesso Riel come “una verità che potrebbe essere una menzogna, o una menzogna che potrebbe essere una verità”: una specie di leggenda metropolitana in salsa iperborea, insomma, di chiara derivazione orale, attraverso cui tramandare soprattutto storie di uomini in luoghi ostici con adeguata pletora di aggiunte, rifiniture, ritocchi, personalizzazioni, in modo da renderle oltre modo affascinanti e accattivanti eppure restando sempre credibili, anche se con non rare inarcature di sopracciglia e costante divertimento.

D’altro canto, già l’ambientazione delle storie di Riel è da stupefazione assoluta: il Nord Est groenlandese, terra estrema di fiordi ghiacciati e ed enormi montagne innevate, di ampi spazi ancora sostanzialmente sconosciuti, di freddo intenso, di silenzio profondo, di solitudine inesorabile. Una terra ove l’uomo torna a essere “messo al suo posto” nei confronti della Natura che a sua volta torna a essere imperante e invincibile su tutto e tutti, umani e animali; ma pure, di contro e per lo stesso motivo, una terra nella quale è necessario – se così si può dire – un surplus di umanità per potervi sopravvivere se non (impresa quasi eroica) vivere. Luogo ostico alla massima potenza nel quale, tuttavia, l’uomo può riscoprire l’autentico valore di certe virtù quali l’amicizia, l’appoggio reciproco, la solidarietà, la comunanza di visioni e di modus vivendi e non di meno la convinzione nei propri mezzi, nelle proprie possibilità e nelle capacità di resistenza e sacrificio.

Certo, tutto quanto può essere che scaturisca da uomini fin troppo “conformati” alla durezza del luogo ovvero, col tempo, non più tanto avvezzi alle ordinarie omologazioni della civiltà, e nella banda di cacciatori di volpi, foche, orsi e buoi muschiati narrata dallo scrittore danese (il quale peraltro la Groenlandia la conosce bene, avendoci vissuto e lavorato per ben sedici anni) ogni personaggio si contraddistingue per qualche propria bizzarria, strano vezzo, stravagante passione o per un carattere tutto suo. Posti tali protagonisti, dalle skrøner di Riel scaturiscono narrazioni di vicende a dir poco originali, sempre divertenti e sovente sorprendenti, che l’autore racconta in uno stile a sua volta molto nordico, lineare, pacato eppure coinvolgente e capace in qualche modo di farsi sentire non solo nella mente nel lettore ma pure nell’animo e nello spirito.

Non solo: la grandezza di Riel credo stia anche nella capacità di rendere tutta la glaciale bellezza del paesaggio artico in modo profondamente toccante ma senza mai eccedere in enunciazioni ridondanti e iperboli narrative: eppure la Groenlandia c’è tutta, ben presente, prominente ma non soverchiante, maestra di vita rigida ma profondamente didattica, educativa e, addirittura, in certi frangenti quasi accogliente, a patto di saper intessere con il suo ancestrale e potente territorio un legame pienamente antropologico e culturale, e col suo poderoso Genius Loci un dialogo attento, rispettoso, corretto e mai futile, magari pure spigoloso o brusco, giammai vuoto di senso e di sostanza. I personaggi di Riel lo sanno fare al meglio, per indole innata, tempra acquisita o per mero ed efficace spirito di sopravvivenza: sanno costruire un paesaggio denso di valore umano sul quale scorrono le pur strampalate vicende e, io credo, è proprio in questo paesaggio umano di valore antropologico assoluto che Riel sa calarsi e trarne fuori la sua così intrigante narrazione.

Uno strano duello, dunque, non è un libro per appassionati di “Grande Nord” e di paesaggi artici – o meglio, lo può essere certamente e pienamente ma non è questa la sua peculiarità principale e nemmeno il suo scopo letterario. Mi viene invece da pensare che, in fondo, Jørn Riel abbia scelto di narrare le sue skrøner artiche – ovvero di ambientarle nelle estreme terre polari di Groenlandia – per raccontare la natura umana nel suo stato più genuino, per certi aspetti primordiale ovvero più autentico esattamente come primordiali, genuini, “puri” sono quei territori, – anche attraverso vicende che non sanno dirimere il dubbio tra menzogna e verità. Che poi sono i due limiti entro cui inesorabilmente si muove, volente o nolente, la natura umana, come proprio nel presente possiamo ben constatare. In fondo anche per questo i racconti di Riel sono dotati d’una forza letteraria e narrativa “superspaziale” e “ultratemporale”, che li rende leggibili sempre, e sempre ricavandone gran piacere tanto quanto grande profondità culturale. Anche in mezzo a una strampalata comitiva di rudi cacciatori artici, i quali ci rappresentano tutti quanti come non si crederebbe possibile dacché molto più umani di noi gente troppo civilizzata, e troppo distratta circa la nostra reale natura umana.

Leggeteli, i libri di Jørn Riel: della genuinità umana e culturale che è così capace di narrare e rendere emblematicamente affascinante ce n’è sempre bisogno.

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