Cosa intendiamo più propriamente quando ci riferiamo ad un paesaggio? Un paesaggio è il segno tangibile e durevole della progettazione, del lavoro, della coltivazione e formazione di un territorio; nel paesaggio si trasfonde lo “spirito” di una comunità in un certo tempo, i suoi valori, le sue occupazioni e preoccupazioni, i fini immediati e remoti per i quali lo si è trasformato, mantenuto, alterato o cancellato. Però un paesaggio non permane nel tempo, infatti evolve in relazione al mutare dei motivi e dei bisogni siano essi materiali o psicologici -, al mutare del senso che gli uomini danno al loro vivere, alla loro idea di felicità. Un paesaggio esprime dunque un’identità? Sì, però nella misura in cui favorisce un’identificazione, ovvero mi identifica, mi rappresenta. Nel momento in cui mi riconosco in esso, quel paesaggio è anche espressione della mia identità, è mio non perché lo domino ma in quanto lo abito ed esso nel contempo abita in me. Solo dopo aver dato un’identità al paesaggio possiamo dire di ricevere, anche, un’identità.
Questo è un passaggio di una bella riflessione di Giovanni Widmann, docente di filosofia e storia a Cles (Trento), intitolata Il paesaggio è cultura e pubblicata nel sito di Mountain Wilderness. Riflessione bella perché condensa alcuni dei concetti fondamentali sul tema del paesaggio esprimendone la sostanza in modo chiaro, rimarcando l’importanza ineludibile del valore culturale di esso per chiunque vi interagisca, sia esso abitante permanente, residente temporaneo o visitatore occasionale. Noi “creiamo” il paesaggio e, di rimando, il paesaggio crea noi: questa relazione è tra le più essenziali alla base del nostro stesso essere “civiltà” che abita il mondo – l’abitare è la prima forma di civilizzazione, in fondo – e la sua conoscenza è uno degli elementi culturali primari per dare sostanza alla nostra civiltà, oltre che per salvaguardare il mondo stesso e la bellezza dei suoi paesaggi.
Ringrazio di cuore Filippo Macchi per avermi segnalato il testo di Widmann – che potete leggere nella sua interezza qui – e per aver indirettamente (ma non troppo) “ispirato” questo mio articolo.
A Sondrio, presso Palazzo Sassi de’ Lavizzari, sede del MVSA – Museo Valtellinese di Storia e Arte, è in corso una bella mostra che indaga il tema della raffigurazione del paesaggio (della Valtellina, peraltro territorio emblematico un po’ per tutta la regione alpina) che vi consiglio caldamente. Accordi di paesaggio. Un viaggio in Valtellina attraverso le opere della Sezione Novecento del MVSA, che resterà aperta fino al 20 marzo, è una mostra che, come si può leggere nella presentazione, rappresenta «un viaggio attraverso una selezione di circa quaranta dipinti dal dopoguerra agli anni sessanta, caratterizzati da uno stile figurativo aderente alla realtà, memore altresì delle sperimentazioni astratte e informali di quegli anni, includendo inoltre quattro tavole degli anni Venti a mo’ di premessa tardo-impressionista e divisionista e due lavori degli anni ottanta quali incipit al figurativo sensibile alla cultura post moderna. Le opere rappresentano e interpretano il paesaggio attraverso una scansione tematica del territorio, dal fondo valle con le sue ampie vedute e i suoi corsi d’acqua alle cime maestose, meta di ascensioni alpinistiche, attraversando i versanti verdeggianti e il paesaggio costruito, esso stesso puntellato da architetture religiose, civili e rurali, memoria della presenza e del lavoro dell’uomo. Paesaggio è relazione (visiva) tra noi e il mondo, è raffigurazione e svelamento di luoghi che descriviamo, documentiamo, indaghiamo, trasformiamo, ammiriamo, contempliamo, imprescindibile dal nostro abitare e attraversare la terra. Le opere sono documenti e tracce identitarie del territorio, ma anche testimonianze del desiderio dell’uomo vivere in luoghi belli, caratterizzati dalla coesistenza armonica di elementi naturali e manufatti architettonici e infrastrutturali.»
Una mostra assolutamente interessante (qui sopra vedete una minima anteprima delle opere esposte), come lo è sempre l’arte quando sa fissare con le sue modalità espressive e con inimitabile forza la raffigurazione della realtà, andando oltre il visibile materiale per far viaggiare la mente verso ogni altro contesto immateriale – e il paesaggio è un ambito perfetto, per consentire un tale prezioso e illuminante viaggio. Da vedere, ribadisco; io conto di farlo presto.
Per saperne di più sulla mostra e su come visitarla, cliccate sull’immagine della locandina in testa al post.
Caro vecchio amico, sono di nuovo in Alta Engadina, per la terza volta, e di nuovo ho la netta sensazione che questo luogo come nessun altro al mondo sia la mia vera patria e il mio focolaio d’ispirazione.
[Immagine tratta da siviaggia.it, la fonte originale qui.]In uno dei passaggi più suggestivi de La leggenda dei monti naviganti, Paolo Rumiz scrive una cosa che io trovo molto bella e ricca di significati, «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi», che da un lato mette in evidenza l’importanza della conoscenza culturale ovvero vernacolare dei luoghi affinché non vengano del tutto abbandonati e, peggio ancora, dimenticati; dall’altro rimarca l’importanza altrettanto grande del nome dei luoghi cioè dei toponimi, termini lessicalmente tanto semplici, all’apparenza, quanto capaci di condensare in essi numerose nozioni e narrazioni delle località che identificano.
In certi casi, poi, i toponimi riescono anche a rappresentare in un’immagine lessicale di immediata comprensione la sostanza geografica dei luoghi denominati, diventando un elemento estetico ulteriore, ancorché immateriale, che ne compone la bellezza e la rileva, al punto che, a volte, parafrasando scherzosamente la nota locuzione latina, si può dire toponomen omen!
È il caso di Soglio, il bellissimo borgo della Val Bregaglia (e tra i più belli in assoluto della Svizzera), famoso per il suo caratteristico nucleo storico e per i magnifici panorami verso le spettacolari vette della prospiciente Val Bondasca. Ecco: il suo toponimo, ovvero la sua interpretazione, offre alcune considerazioni interessanti e particolari, per come non solo identifichi il luogo ma pure per quanto sappia offrirne l’essenza geografica, storica e antropologica.
[Foto di Kuhnmi, Opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Innanzi tutto delinea geograficamente la sua storia (e non è per nulla un ossimoro, quanto ho appena scritto), dacché il toponimo Soglio deriva probabilmente dal latinosolium, con il significato di posta di stalla o soglio o abbeveratoio, anche naturale, per animali al pascolo (fonte), termine forse di derivazione da un antroponimo gallo latino “Sollius” (fonte). Tale accezione rimarca come, nei secoli passati, da Soglio transitava una delle vie principali lungo la Bregaglia, che non passava dal fondovalle ma restava lungamente in quota e percorreva il suo versante solivo e meno soggetto alle piene del fiume (via diventata oggi un frequentato percorso escursionistico), incrociando altri collegamenti storici importanti, come quello verso la Val d’Avers attraverso il Pass da la Duana.
D’altro canto, molti ritengono, e in fondo con numerose ragioni, che al toponimo si debba riferire l’altra principale accezione del termine: «Sòglio, s. m. [dal lat. solium], letter. – Trono, seggio di chi riveste un’autorità sovrana: s. reale, imperiale; s. pontificio; assistente al s.» (fonte). Effettivamente non è il borgo posto in posizione dominante sulla val Bregaglia come se fosse ben accomodato su un confortevole e soleggiato trono da quale ammirare alcuni dei più bei panorami delle Alpi?
È pure interessante osservare che il toponimo – e il luogo – Soglio lo si potrebbe pure mettere in relazione con l’essere sotto diversi aspetti una specie di soglia, morfologica ovvero d’ingresso alla parte superiore e più importante della Val Bregaglia, e climatica (in tal caso “soglia” s’intende come luogo di passaggio, di cambiamento), per come dal borgo in su l’ambiente naturale cambi radicalmente e diventi prettamente alpino mentre i pendii sottostanti Soglio sono gli ultimi della valle, salendo dall’Italia, sui quali si possono trovare estese selve di castagni (presenti qui fin da tempo dei Romani) nonché altri alberi da frutto che evidentemente risentono degli ultimi scampoli di clima favorevole generato dalla non lontana presenza del Lago di Como. E come poi non ricordare che Giovanni Segantini, il quale a Soglio soggiornò per alcuni inverni e che definiva il luogo, anch’egli “giocando” selle possibili accezioni del toponimo, “soglia del paradiso”, proprio per la suprema bellezza delle sue visioni panoramiche (che peraltro fissò in una sua celebre opera, Werden / La vita)?
Insomma, «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi»: le parole scritte da Rumiz in quel suo libro citato a Soglio diventano quanto mai pregne di molteplici significati, contribuendo in modi assolutamente intriganti alla bellezza, all’attrattiva del luogo e al desiderio di comprenderne l’essenza storica, geografica, naturalistica, paesaggistica e antropologica nel modo più profondo e compiuto possibile – come il fascino del luogo merita pienamente, d’altro canto.
Le strade dell’Engadina sono piene di buche che, nonostante l’abbondanza di pietrisco granitico, le autorità insistono nel riparare con fango liquido, così che dopo mezz’ora di vento engadinese nuvole di polvere nascondono metà della valle.
Edward Lisle Strutt, alpinista inglese autore di numerose grandi salite nelle Alpi e che negli anni Trenta fu presidente dell’Alpine Club, la più prestigiosa associazione alpinistica del mondo, così descriveva le strade dell’Engadina a fine Ottocento, epoca nella quale la regione svizzera era già diventata una rinomata meta di villeggiatura ma nella quale, con tutta evidenza, ancora mancava la mentalità turistica assolutamente “elvetica” (nel senso più redditizio del termine) che nel corso del Novecento l’ha resa uno dei luoghi simbolo delle vacanze del jet set mondiale e della relativa sfarzosa mondanità. Al punto che Strutt, nello stesso testo, auspicava che al riguardo «la Svizzera mostrasse un po’ di buon senso»… Be’, c’è da dire che di buon senso (turistico) ne ha sviluppato e di strada (senza più buche) in tal senso la Svizzera ne ha fatta parecchia da allora, eccome!
N.B.: la citazione è tratta dall’articolo Edward Lisle Strutt (1874-1948). Giorni memorabili, fra storia ed alpinismo, di Raffaele Occhi, tratto dal numero 58 – autunno 2021 della rivista “Le Montagne Divertenti”.