Vivremo strani giorni, ora

Tale è stata da sempre la mia “venerazione” – termine virgolettato ma che non è così esagerato, in effetti – per Franco Battiato che volli aprire Libero, il romanzo edito nel 2009 che posso considerare il primo testo in prosa “adulto” della mia pur risibile produzione letteraria (al quale resto parecchio legato perché racconta ancora bene una certa parte della mia visione del mondo), con un omaggio particolare al maestro siciliano che potete leggere qui sotto, a rimarcare non solo la personale grande considerazione artistica e culturale ma anche, se non soprattutto, il valore assoluto di figura di riferimento per lo scrivente – tutto quanto da parametrare a me che non sono nessuno, sia chiaro, ma per il “signor nessuno” (ribadisco) che sono qualcosa di importante, di prezioso, di oltremodo illuminante. Allora scrivevo, sull’onda delle sensazioni (in gran parte fervidamente giovanili) fin a quel momento maturate, che Battiato con la sua opera artistica stava incamminandosi verso l’empireo dei “miti”; oggi, peraltro conscio di come in quell’empireo a volte vengano ficcate di forza – cioè dietro la spinta di un consenso popolare spesso artificioso – figure di spessore culturale ben più scarso, mi rendo conto che Franco Battiato è una figura così superumana (anche in senso nietzscheano, perché no: in fondo Manlio Sgalambro, autore e coautore di tanti sublimi testi, fu filosofo d’estrazione tedesca, nietzscheana e schopenhaueriana in primis) e metafisicamente terrena da non poter essere ridotta a categorie pur “alte” ma non poco idealizzate e per questo altrettanto banalizzate – pur in presenza di buone intenzioni. Battiato è Battiato: un mondo reale eppure sovrannaturale, una dimensione unica e poliedrica, un’essenza laica e insieme spirituale che si fa entità metafisica singolare e assoluta. Quando era qui tra noi sembrava che al contempo fosse altrove (e lo era, sicuramente); ora che non c’è più è e sarà sempre e comunque qui.

♫♪…i saw it from their hands you look at the hands not at the face
if you want to stay out of trouble…
…mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette di uomini con clave
ma anche battaglie e massacri di uomini civili…
…Strani giorni
Viviamo strani giorni…

L’unico vantaggio che puoi avere dallo stare fermo in coda nel traffico, in auto, per degli interi quarti d’ora, è che puoi pensare. Se poi hai anche Battiato che gira come colonna sonora, nell’autoradio…
Molte delle sue melodie hanno un qualcosa di istintivo, è maestro nel catturare l’armonia ancestrale di certi accordi sonori tanto semplici quanto primigeni, in qualche modo, qualcosa che è e deve essere così, e sembra che non sia tanto il musicista a crearli, ma che solo egli sia stato capace di catturarli da quella dimensione sovrumana nella quale stanno tutte le cose sublimi, superiori, che non possono essere confuse con quelle altre che fanno parte della quotidianità, in maniera più grezza, più pragmaticamente attuale, contemporanea – dunque con ben poca armonia, forse nulla, e più superficiale, senza senso proprio ma con il senso che gli viene imposto dal è-giusto-così, deve-essere-così e stop. Invece Battiato, questa musica, mai troppo elaborata eppure così sublime in molti passaggi – non c’è solo lui, anche altri, ma pochi, pochissimi – riesce a elevare con sé anche la mera azione indiretta dell’ascolto, come se anche il corpo dell’ascoltatore vibrasse della stessa frequenza armonica degli accordi del pezzo, così che, su di esso e nella connessione euritmica avvenuta, le parole dei testi s’illuminano e profondano nella mente con l’obbligo della riflessione, la più attenta e accorta possibile. Realtà cantate, verità narrate con la forza evocativa che solo in quell’armonia superiore può nascere e crescere. Testi difficili, troppo intellettuali – tanti dicono, ma forse solo perché non capiscono, non hanno voglia di capire, di pensare. E’ un visionario, egli vede la realtà, quando oggi chi “non vede” è la normalità – questo normale, quello “strano”, “eccentrico”, “stravagante”; nelle sue canzoni vi sono visioni e sapienze lontane, non solo nelle distanze ma spesso nelle (in)comprensioni – appunto; è come se abbia voluto racchiuderle e conservarle nello scrigno armonico della sua musica, quanto più possibile.
E poi Franco Battiato ha intrapreso con evidente signorile discrezione la segreta strada che porta verso il mito, da quella volta in cui, ospite del solito frivolissimo e pacchiano show televisivo – forse cantava giusto questo pezzo – ♪ …Strani giorni ♫ – già peraltro vederlo in una trasmissione del genere, certo obbligato dalle leggi del cosiddetto music business, va da sé – finisce di cantare, la trasmissione è quasi finita, entra in scena la conduttrice, apoteosi della pacchianità catodica nazional-popolare, lo invita a restare per il grande balletto finale, e lui, un sorriso pacato, non ironico, un leggero ed elegante inchino: «No, grazie…». Esce di scena indietreggiando a passi piccoli e tranquilli, escono i musicisti del suo gruppo, la conduttrice esterrefatta, il volto contrattosi istantaneamente in una espressione che al concorso internazionale degli ebeti – manifestazione potenzialmente affollatissima – si piazzerebbe assai bene. Un mito, o se non tale ancora, sulla buonissima strada. Un sogno, un desiderio frequente – che bello poter fare lo stesso con tanta di quella gente che ti vuole imporre ciò che tu non vuoi solo perché si sente in potere di farlo, se ne arroga il diritto, e tu, fermamente e gentilmente: “No, grazie”! Fermamente e trionfalmente, peraltro, la vittoria con la forza gentile di chi sa imporsi veramente contro chi si vuole imporre solo con la forza becera, quella che rivela invero la più grande debolezza. E quante volte tale forza becera viene usata tutti i giorni, travestita sovente da legge, da imposizione istituzionale, da dovere, ma anche da conformismo, da opinione pubblica, da pensiero perbenista… Quante smerdate, come si potrebbe dire con termine triviale – ma che soddisfazione!
E intanto qua, trecento metri o nemmeno in dieci minuti. Pensare, pensare, meditare, sognare… Il sogno del prigioniero, in gabbie di lamiere fumanti, puzzolenti, rumorose, dominate da menti confuse e smarrite. Bel pensare, se bisogna pensare a questa nostra tribù d’intorno di selvaggi domestici, gente che se ne sta in coda per delle intere mezz’ore, che butta via una cospicua parte del tempo della propria esistenza chiuso nelle auto e nel traffico, e poi, appena ti fermi nei pressi di una striscia pedonale per far attraversare una signora con la sua bella borsa della spesa – gesto di cortesia la cui frequenza è ormai peculiarità di un tempo giurassico – ecco che parte subito la clacsonata, e nello specchietto leggi il labiale dell’improperio sul viso contratto in un livore subitaneo – caspita, cinque metri persi, potevano essere nuovamente fermi ben cinque metri più avanti! Come potrò mai farmi perdonare? Evviva la routine, manna dal cielo per questa nostra civiltà, che tutto rende normale, accettabile, sopportabile – tutto ciò che dovrebbe essere anormale e insopportabile e viceversa, ovviamente, giusto come il doversi fermare per una cortesia da nulla…
…Strani giorni
Viviamo strani giorni… ♫

Land (&) Art #4

Sopra: Thomas Downing, Red, 1966. Fonte: observer.com.

Sotto: campi coltivati nel deserto della Contea di Eureka, Nevada, Stati Uniti. Fonte: Google Maps (immagine rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Location?

Una volta un regista italiano venne agli Uffizi per chiedermi d’utilizzare la Galleria come location. La parola risuonò nelle mie orecchie come una schioppettata. Visto ch’era un regista lo invitai a girare di nuovo la scena: lo pregai d’uscire dalla stanza e di rientrarvi riformulando la stessa domanda nella nostra comune lingua. S’era soltanto all’inizio. A distanza di anni temo che location sia l’unico vocabolo che oggi noi italiani si comprenda al volo quando si ragioni d’ambienti, di luoghi, di spazi. A questi pensieri non è sottesa un’aspirazione autarchica, bensì il desiderio d’avvalorare, soprattutto nei giovani, la consapevolezza della nobiltà d’una lingua (la nostra) universalmente riconosciuta come una delle più liriche.

(Antonio Natali, L’anno di Dante: English-free year, in “Artribune” #56 / ”Grandi Mostre” #22, settembre-ottobre 2020.)

Non sono mai stato contrario all’uso di vocaboli esteri e in particolare di anglicismi nella lingua italiana e non ho mai fatto crociate di sorta a difesa integerrima di essa, anzi: sono convinto che l’uso intelligente e consono di tali termini “forestieri” rappresenti un indubbio arricchimento della lingua e delle capacità espressive di chi la usa, senza contare il fatto che, effettivamente, alcuni di quei termini sanno essere più compiutamente espressivi delle paragonabili parole italiane. Mi dà fastidio, invece, quando l’introduzione di termini esteri nella lingua, soprattutto parlata, risulta palesemente forzato, ostentato oppure non ragionato, ergo nemmeno compreso dall’utilizzatore: tant’è che non è raro ascoltare quei termini in modo sbagliato e percepirli piazzati nel parlato ad mentula canis (no, questo non è inglese!), o quasi.

Posto ciò, ad esempio, sono assolutamente d’accordo con quanto sostiene il Natali, past direttore della Galleria degli Uffizi, riguardo il termine location, il quale veramente è tra i più abusati e inutili di tutti: su mille usi che se ne fanno, novecentonovantotto sono totalmente superflui (ma credo che il mio conteggio sia in difetto). Perché non dice niente di più del nostro “luogo” oppure dei similari “spazio”, “ambiente”, “ubicazione”, “posto” – alcuni citati anche dal Natali – vista poi la sua accezione originaria, che risulta ben più definita e per molti versi differente del senso che i più gli conferiscono nelle loro chiacchiere. E, in tutta sincerità, fa ridere un sacco sentir parlare di “location per matrimoni” nei riguardi di una chiesa, un parco, un edificio di pregio o un ristorante rinomato e particolarmente suggestivo, oppure della “location del concerto” in merito a una pubblica piazza, un prato in montagna, una sala polifunzionale o altro di simile e assolutamente ordinario nonché ben identificato dal proprio sostantivo comune. Fa ridere, già, anche perché fa “figo” usare quello e altri simili termini, e fa ridere che chi li usa si senta così. Sempre che, più che figo, non si senta “cool”, il che in verità lo farebbe sembrare ancor più loser, o dork o persino sucker, ecco.

Land (&) Art #3

Sopra: Lucio Fontana, Concetto Spaziale. Attese, 1965. Fonte: immagine presente in molti siti web.

Sotto: Furgggletscher, Canton Vallese, Svizzera. Fonte: Google Maps.

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Più di un cavallo

Per i libri di cucina o sulla cucina, forse più che per qualunque altro, vale la sentenza di Plinio il Giovane: «Non c’è nessun libro così cattivo che non abbia in sé qualcosa di buono.» Se ne scrivono tanti che è ormai quasi impossibile trovare un titolo per ognuno. Già il primo di questi libri, quello del siciliano Archestrato, li aveva praticamente esauriti perché, come dice Ateneo, era intitolato, secondo Crisippo, La gastronomia, secondo Linceo e Callimaco, La buona tavola, secondo Clearco, L’arte di cucinare e, secondo altri, La cucina.
Ma nei periodi di decadenza il culto della cucina diventa eccessivo. Plinio lamentava che un cuoco costasse più di un cavallo. «Clitone» scrisse La Bruyère «ebbe in vita due sole occupazioni: desinare la mattina, cenare la sera».

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)