Aumentare le tasse di soggiorno e istituire ticket d’ingresso alle località per il turismo giornaliero (come stanno pensando di fare alcune località in Svizzera, ad esempio)? Contingentare i posti letto negli hotel e i coperti nei punto di ristoro? Elaborare la capacità di carico turistica di ogni località e farne una regola giuridica assunta come limite dal Comune locale? Fissare di conseguenza numeri chiusi da gestire con appositi “varchi” (dove sia possibile) all’ingresso delle località?
E, qualsiasi possa essere la soluzione, come poi si possono mettere in equilibrio le presenze turistiche, la libertà d’impresa, il benessere della comunità locale, la tutela ambientale e del paesaggio? Può essere possibile fare ciò oppure obiettivamente è pura utopia?
[Foto di MountainAsh su Unsplash.]Gli articoli che di recente ho dedicato a Livigno e alla sua realtà turistica hanno suscitato molto interesse e numerosi commenti (in particolare questo articolo): segno che la località è realmente tra le più emblematiche, nel bene e nel male, di quello che oggi è il turismo dei grandi numeri in montagna.
Voglio ringraziare di cuore tutti quelli che hanno commentato gli articoli con le proprie considerazioni su Livigno, sia positive che negative, tutte legittime e molto importanti. Anche perché consentono di elaborare una piccola ma spontanea e dunque genuina “indagine” sul sentore comune nei riguardi della località che, lo ribadisco, è senza dubbio tra le mete turistiche lombarde se non italiane più emblematiche per la sua storia culturale e economica e per come ha deciso di gestire il proprio turismo – nonché per lo status di zona extradoganale dei cui vantaggi, reali o presunti, ancora gode. D’altro canto il mio legame con le montagne è nato proprio a Livigno, prima località nella quale, quando avevo ancora meno di un anno, i miei genitori mi portarono a far vacanza estiva e invernale. Una località a cui dunque sono particolarmente legato e che per ciò cerco di osservare con un interesse “speciale” ma senza pregiudizio alcuno, cercando di capire meglio la sua realtà e comprenderne il divenire: anche per questo i commenti e le osservazioni ricevute, di qualsiasi segno siano, mi risultano importanti e “istruttive”, e ringrazio ancora molto chi le ha espresse.
Di seguito elenco alcuni dei passaggi secondo me più interessanti dei commenti, nell’ordine cronologico di ricezione, dai quali potete percepire il sentore comune più diffuso su Livigno. A breve tornerò sul tema per trarne alcune ulteriori considerazioni concrete sulla sua realtà e, soprattutto, sul suo futuro.
«È un turismo malato quello. Mordi e fuggi e tante macerie dietro di sé.» (Gian Paolo)
«Solo un grande luna park, come tanti altri posti turistici. Non certamente la vera natura di montagna.» (Maurizio)
«Ci vuole una soluzione, che non sia solo economica, troppo facile, ma culturale.» (Paola)
«Ci vado da oltre 40 anni, ma visti i prezzi di quest’anno, mi da che per la prossima estate andremo altrove.» (Federico)
«Alla fine ti respiri i Suv… e quindi?» (Enrico)
«Se questo è il turismo che si vuole ne faccio volentieri a meno.» (Bruno)
«Quaranta anni fa c’erano i distributori di benzina in paese, non c’era la zona Ztl, non c’era la zona pedonale e ciclabile lungo lo Spol, aria invivibile…» (Paolo)
«Non c’è dubbio che avanti di questo passo il territorio verrà rovinato.» (Massimo)
«Chi abita nelle città ormai con le estati invivibili trova in Livigno un paradiso senza eguali dove se ci vai una volta te ne innamori.» (Roberto)
«Io ci andavo da quando avevo 7 anni, ne ho 72… Da 2 anni non ci vado più, voglio mantenere un ricordo bello di Livigno!» (Riccardo)
«Fanno record d’estate, record d inverno, tasse poco o niente…» (Attilio)
«A me che ci vado da oltre 30/35 anni mi piace sempre., non trovo tutti questi prezzi esagerati e giustamente tutto si adegua, non avrebbe senso se fosse rimasto come 40 anni fa.» (Paola)
«Se mai gli toglieranno tutti i vantaggi, esenzione Iva, benzina senza accise, tassazione unica per tutti, rimarrà un paese di montagna finto.» (Pietro)
«Ci sono stato per la prima volta a fine stagione. Bello ma molto lontano per me rispetto ad altre località di montagna.» (Fabio)
«Conviene solo fare il pieno all’auto, peccato perché per chi ama la MTB come me il posto è fantastico.» (Gian Luigi)
«Sicuramente i residenti e le varie amministrazioni sono stati molto bravi nel giocarsi la partita valorizzando il territorio e l’offerta a vantaggio del reddito pro capite, ma io non riconosco più la magia di un tempo non troppo lontano…» (Gianluigi)
«Almeno a Livigno ci accolgono con il sorriso, andate in Trentino oppure Valle d’Aosta e vedrete che accoglienza!!!!!» (Abramo)
«Questo status di località turistica ormai di élite, insieme al visibile alto tenore di vita dei livignaschi, è in fortissimo contrasto coi privilegi fiscali extradoganali ormai anacronistici…» (Beppe)
«È anche vero che le necessità dei turisti sono cambiate. Importante il rispetto della natura e dei luoghi, purtroppo il signor “palanca” vince sempre sopra ogni cosa ma a Livigno, con il sorriso, tutto è sempre gestito per il cliente.» (Fiorella)
«Togliere l’extradoganalità! Un doping di stato che non ha più giustificazioni.» (Giovanni)
«A quei pochi livignaschi, consapevoli di creare un modello che guarda alle ricchezze ambientali e paesaggistiche, come il vero punto di forza del turismo del futuro, prevalgono logiche economiche intrecciate di business e proprietà delle società.» (Angelo)
«Livigno riesce ad esprimere un condensato di modelli “urbani” insostenibili da primato. A differenza delle scempiaggini clamorose come la pista di bob di Cortina sono assai meno visibili, ma gli effetti cumulati forse ancor più devastanti.» (Michele)
«È vero che andando un po’ fuori dalle vasche classiche, e facendo finta che il Mottolino non esista, il discorso cambia. Per il resto, una follia.» (Pietro)
Ancora grazie a chiunque abbia partecipato alla discussione o anche solo meditato tra sé sul tema!
«Livigno, presenze da record ad agosto. 160mila le auto entrate.»
«Come non essere soddisfatti dei dati di agosto, lo siamo certamente! – commenta Sharon Zini, assessore al Turismo del Comune di Livigno».
“Soddisfazione”, già. Per la località sicuramente; per la montagna, invece?
Tuttavia…
«Con una frenata, però, sui consumi extra alberghieri. Da questo punto di vista c’è stato un calo, il commercio e la ristorazione non sono andati così bene come tutto il resto. Il sentore è che il turista non rinunci ad andare in vacanza ma rinunci a buona parte delle spese extra alberghiere».
Dunque «soddisfatti» per cosa, in concreto? Per aver ingolfato di autovetture come non mai un territorio alpino a oltre 1800 metri di quota? E a vantaggio di chi?
Anche perché, di regola, i record si stabiliscono per poter essere continuamente superati. O no?
Forse, di questo passo, la zona franca di Livigno non la farà più tanto franca – non il suo territorio e la comunità che lo abita, innanzi tutto – come invece gli amministratori locali pensano ancora, evidentemente.
«Cinquant’anni fa Livigno era soltanto natura, se lo ricordano ancora i nostri genitori. Oggi è località turistica internazionale che ha un sole come logo. È un impegno a rispettare l’ambiente che ogni giorno abbiamo in testa, ma la natura ce l’abbiamo nel cuore» (dal sito web livigno.eu.)
N.B.: si tenga conto che l’articolo citato denota pure che per più giorni il sistema il sistema elettronico di rilevazione dei passaggi «ha fatto i capricci», dunque il numero di auto è sicuramente più elevato.
P.S.: dell’emblematica realtà turistica (e non solo) di Livigno me ne sono occupato più approfonditamente in questo recente articolo.
Vedo in TV (in casa d’altri) un tal meteorologo di un certo servizio meteo, piuttosto noto (non faccio e farò nomi per doveroso rispetto), alla solita e al solito superficiale ovvero sciocca domanda della giornalista «Come sarà il tempo da qui a fine anno?», invece di salvaguardare il buon nome e l’immagine scientifica della meteorologia rispondendo qualcosa del tipo «È pressoché impossibile fornire una previsione attendibile su un periodo così lungo…possiamo solo ipotizzare…» eccetera, s’è lanciato in una fervida enunciazione della meteo per quei prossimi mesi ben ricca di verbi certi («sarà», «andrà così», «avremo questo e quello») e del tutto scarna di condizionali, i tempi verbali dell’incertezza. Nostradamus in giornata di grazia non avrebbe potuto essere più sicuro di se stesso nell’enunciare siffatti vaticini!
Peccato che certi servizi di previsioni del tempo hanno ormai come missione principale quella di acchiappare il più possibile consensi e like sui social – dunque remunerative inserzioni pubblicitarie e introiti commerciali similari – invece di fornire bollettini meteorologicamente ben fatti e dunque attendibili. Non lo sanno fare nelle ventiquattr’ore, figuriamoci su un arco temporale di mesi!
E devo rimarcare che il servizio meteo in questione non è nemmeno dei peggiori: in quanto a affidabilità e banalizzazione delle previsioni meteo c’è chi sa fare molto peggio.
La meteorologia è una scienza bellissima, affascinante e di importanza fondamentale. Il cambiamento climatico sta evidentemente mettendo in difficoltà i modelli previsionali in uso ma di meteorologi in gamba in giro ce ne sono molti, ottimi previsori perfettamente capaci di rendere onore alla rilevanza e alla serietà della scienza meteorologica.
Ce ne sono molti, sì, ma non lo sono tutti e i primi stanno più lontani dalle luci della ribalta mediatica dei secondi, di solito.
Sono certo che in gamba lo siano anche quelli del servizio meteo al quale qui mi riferisco: e allora perché cadere così ingenuamente nei tranelli dei media radiotelevisivi o del web ai quali ormai poco o nulla importa di fornire un’informazione seria, veritiera e attendibile? Ciò rappresenterebbe anche una forma di rialfabetizzazione meteorologica per i giornalisti stessi, i quali forse alla lunga la smetterebbero di proporre domande così prive di senso e sostanzialmente inutili.
Per finire, tre cose:
Ricordate che le previsioni del tempo queste sono, previsioni, non certezze assolute come a volte certi pseudo-meteorologi vi vorrebbero far credere: chiedete conto di ciò ai gestori dei rifugi, che spesso si vedono cancellare prenotazioni – dopo aver di conseguenza fatto rifornimento di derrate spesso deperibili per far fronte a quelle richieste – dopo bollettini di maltempo poi rivelatisi clamorosamente errati!
Tenete pure conto che spesso il “maltempo” non è affatto tale e che – ad esempio – un’escursione in ambiente naturale con la pioggia o la nebbia è un’esperienza affascinante come poche altre: basta viverla con buon senso.
Un minimo bagaglio di nozioni di “meteorologia ambientale” da affiancare a un buon bollettino meteo è cosa grandemente preziosa: in molti casi gli elementi naturali (nubi, venti, fiori e piante erbacee, certi esseri viventi come i ragni) vi possono fornire previsioni del tempo a breve termine affidabili come mai nessun megacomputer meteorologico o nessun supermeteosapientone saprà fornirvi.
P.S.: ho scritto spesso della scarsa considerazione che nutro per certa “meteorologia” contemporanea, ad esempio qui (e da lì in altri articoli che troverete linkati). È una mia battaglia contro i mulini a vento, forse, ma amen.
[Immagine tratta da https://cervinia.panomax.com/plateau-rosa.]Ditemi quello che volete, che è una cosa banale, ingenua o puerile, ci sta, ma ogni volta che vedo un escavatore – o peggio più d’uno – su un ghiacciaio, come nell’immagine qui sopra del Teodulo (vedete data e ora a cui si riferisce), tra Cervinia e Zermatt, mi coglie un’inevitabile tristezza.
Ciò anche se il ghiacciaio è iperantropizzato e sfruttato come quello suddetto, e pure se magari quegli escavatori stavano facendo qualcosa di necessario o funzionale alle attività in zona.
Ma un escavatore – escavatore, una enorme macchina che scava, il nome lo certifica – su un ghiacciaio peraltro sofferente e non da ieri per il cambiamento climatico (la neve primaverile così abbondante che secondo alcuni quest’anno avrebbe salvato i ghiacciai in gran parte è già scomparsa da settimane), dunque cingoli metallici che macinano ghiaccio vivo e grandi pale che lo scavano, per essere chiari, mi pare veramente l’elefante nella cristalleria, una motosega nella sala concerti, un TIR nella zona pedonale. Un’antitesi totale, insomma. A prescindere da ciò che stessero facendo quegli escavatori sul Teodulo, lo ripeto (o simili escavatori su altri ghiacciai, ovviamente): qui non sto contestando la situazione, sto manifestando la sensazione che ne ricavo.
Non arrivo (ancora) a sostenere che in forza della realtà climatica in corso e in divenire i ghiacciai alpini debbano diventare riserve integrali precluse alla presenza umana, ma non posso nemmeno tollerare che su molti di essi si operi ancora come cinquanta o più anni fa, quando le coltri glaciali avevano ben altro aspetto e ben diversi spessori nevosi, scavando, rimodellando, frantumando, triturando il ghiaccio a cuor leggero, ignorando bellamente i report glaciologici che certificano anno dopo anno la riduzione delle superfici glacializzate delle Alpi e solo perché «si è sempre fatto così!» e non si ha il coraggio né la volontà di fare altro, cioè di guardare in faccia la realtà delle cose e comprenderne pienamente la portata.
Saranno considerazioni puerili e patetiche queste mie, va bene, amen. Ma ad esse io vi credo fermamente, quella sensazione manifestata è un elemento basilare della personale cognizione riguardo la realtà alpina contemporanea. Basilare e irremovibile, aggiungo. Ecco.