Montagne (non) tutelate

Mi segnalano un’intervista al presidente del Parco delle Orobie Bergamasche, pubblicata sul quotidiano “L’Eco di Bergamo” lunedì scorso 5 settembre 2022 (la vedete lì sopra, cliccatela per leggerla in formato pdf), che mi sembra del tutto significativa sul tema della gestione politica delle aree naturali sottoposte a tutela in Italia.

Già il titolo dell’articolo è composto da due sostanziali “ossimori”: «aree protette, troppi paletti» e «le leggi siano fatte da chi ci vive». Il primo è evidentissimo: se un’area è protetta è perché vi sono dei “paletti” ovvero dei regolamenti normativi che servono proprio a tutelarla, e se questi vengono meno è ovvio che quell’area non sia più “protetta”. Il secondo, ossimoro non tanto di forma quanto di sostanza storica, gioca invece su un facile slogan di natura “localista” che poteva andare bene fino a qualche decennio fa ma il cui senso nella contemporaneità si è rivelato molte volte fuorviante e nocivo, generando una cesura antitetica tra cultura urbana e tradizione montana (peraltro già da tempo denunciata da molti studiosi di antropologia culturale) che sui monti ha causato parecchi danni, presentandosi come l’antitesi opposta e uguale della colonizzazione cittadina dei territori montani: in entrambi i casi un metodo di gestione della montagna alla lunga degradante e dannoso. A dar forza a tale “visione” bislacca sostenuta dal presidente suddetto, ecco l’immancabile citazione degli “ambientalisti da salotto”, che fa ben capire quanto ristretta, priva di reali fondamenti culturali ovvero, per dirla tutta, ottusa sia quella visione.

Federico Mangili, sulla sua pagina Facebook, mette in evidenza i passaggi più discutibili dell’intervista e denota che «Il Presidente del Parco delle Orobie elenca alcuni dei problemi del territorio montano soggetto all’ente che dirige. Abbiamo: la necessità di costruire ancora, fuori dai centri storici (!), il grande problema dell’assenza di strade bituminate sopra 2.000 m (!!), e il richiestissimo eliski (!!!). Mai è nominata la biodiversità, che nel Parco delle Orobie è tra le più elevate dell’arco alpino. Vissuta probabilmente come un contorno, un fastidio di cui tocca occuparsi per statuto […]».

Personalmente non posso che concordare: come ripeto, le aree tutelate italiane sono spesso oggetto di gestioni e pratiche di “tutelante” non hanno nulla, nel mentre che vengono spesso presentate come una sorta di recinto entro il quale i territori interessati vengono chiusi privandoli delle loro libertà, peraltro – paradossalmente – mantenendo spesso il tema fondamentale per tali aree, quello della salvaguardia ambientale, naturalistica e biologica, ai margini di qualsiasi pratica gestionale. Il tutto sembra (si fa per dire) ben funzionale a generare un movimento di opinione avverso a queste aree e in generale alla tutela dell’ambiente, nel contempo giustificandone una gestione politica a dir poco opinabile e contraddittoria con qualsiasi obiettivo di salvaguardia dei territori formalmente tutelati.

D’altro canto di Orobie bergamasche e eliski mi ero già occupato qualche tempo fa (qui trovate il mio articolo al riguardo) evidenziando come tale pratica, che pure a prescindere da qualsiasi cosa relativa andrebbe vietata ovunque anche solo per motivi culturali, fosse e sia peraltro impossibile da praticare in territori sottoposti a vincoli di tutela ambientale. Ma con tutta evidenza un ente istituzionale atto alla tutela ambientale come il Parco delle Orobie Bergamasche la pensa in modo contrario, chissà in base a quale concetto di salvaguardia del territorio.

In ogni caso tornerò a breve a occuparmi – ahimè – di territori montani tutelati e relative pratiche contrastanti, riguardo un inquietante tanto quanto scellerato progetto in realizzazione nel Parco Nazionale dello Stelvio – area tutelata tra le più importanti d’Italia e d’Europa nella quale il termine “tutela” è stato ed è troppo di frequente ignorato.

P.S.: grazie per la segnalazione dell’articolo a Gianantonio Leoni.

Gli chalet svizzeri (?!)

[Foto di TeeFarm da Pixabay.]

L’avvento del turismo alpino ha gradualmente modificato la relazione diretta delle comunità con i propri territori. L’immaginario urbano ha colonizzato progressivamente la mentalità degli abitanti, introducendo forme del costruire ispirate a modelli di «tipicità», pensati secondo rappresentazioni della montagna del tutto idealizzate. Tali espressioni «ideal-tipiche» di costruzioni montane, etichettate come «alpine», sono diventate sempre più disfunzionali nei confronti del vivere, dell’abitare e del lavorare in montagna. Esse hanno contribuito ad alimentare lo stereotipo dell’architettura alpina generando tipologie cristallizzate che fanno spesso riferimento al mimetismo, al finto tirolese degli erker (bovindi) o al finto vallesano degli chalet svizzeri.

(Annibale SalsaI paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.139-140.)

 

[Foto Di Vouliagmeni, opera propria, CC BY-SA 4.0, da commons.wikimedia.org.]

Foto sopra: chalet “svizzeri” in Svizzera; foto sotto: chalet “svizzero” in… Galles!

Be’, quest’estate, se siete andati in vacanza sulle Alpi o sulle montagne un po’ ovunque nel mondo e ciò che avete visto vi è stato presentato come “tipico”, oppure già lo credete tale per nozione convenzionale ormai assodata, sappiate che non sempre, anzi, che raramente è così. Già.

Entrare dentro il Resegone, alle Miniere della Passata

Le montagne di Lecco si contraddistinguono, tra le altre cose, anche per la loro plurisecolare storia mineraria, specialmente in Valsassina e Valvarrone i cui territori sono traforati un po’ ovunque da gallerie attraverso cui furono cavati diversi tipi di minerali, in primis quelli ferrosi dai quali è dipesa poi anche la storia industriale di Lecco; è però il Resegone a vantare lo sfruttamento probabilmente più antico, con il sito siderurgico ai Piani d’Erna attivo fin dal III secolo a.C.

Sul versante meridionale del Resegone, quello che adduce alla Val San Martino, l’attività mineraria è invece rimasta ben più esigua; tuttavia proprio alla testata della Val d’Erve (già nel territorio comunale di Lecco ma idrograficamente valsanmartinese) si aprono alcune delle gallerie minerarie più belle, facilmente raggiungibili e in parte visitabili – con tutte le dovute precauzioni, ovviamente – delle montagne lecchesi, ma di contro non così conosciute: quelle delle Miniere della Passata, così denominate in forza della vicinanza del conosciuto e storico valico che unisce l’alta Val d’Erve con la Valle Imagna ma dette anche della Rolla, dal nome dell’omonimo poggio boscoso prossimo agli ingressi, che presenta i ruderi di vecchi edifici.

Il giacimento, situato a poco più di 1200 m di quota alla base dell’edificio sommitale del Pizzo Quarenghi, una delle punte “bergamasche” del Resegone, venne aperto con le prime gallerie nel 1888: vi si estraeva solfuro di piombo (galena), un minerale molto adatto alla produzione di piombo per la sua malleabilità e facilità di fusione sul carbone di legna, che rendeva agevole la prima lavorazione direttamente in loco. Fu attivo fino alla Prima Guerra Mondiale, con parziale esaurimento dei filoni: non è peraltro da escludere che parte del piombo ricavato nella miniera venne utilizzato per alimentare proprio la produzione di proiettili destinati al fronte. L’attività riprese poi alla fine degli anni Trenta per essere quindi definitivamente interrotta nel 1942, forse anche in forza degli eventi bellici ma, presumibilmente, soprattutto per l’esaurimento del giacimento ovvero per la sopraggiunta scarsa convenienza estrattiva. Vi lavoravano in gran parte uomini di Erve e di Brumano, dunque di entrambe le opposte vallate, contadini che in tal modo arrotondavano le magre entrate del lavoro nei campi con quelle dell’attività nel giacimento.

La miniera era dotata di carrelli su binari e di attrezzature per la prima cernita e l’arricchimento grossolano manuale. Il trasporto a valle avveniva poi in sacchi, a spalla. Negli ultimi anni fu realizzata una teleferica per far divallare il minerale, che tuttavia venne presto dismessa. Era presente una residenza per il guardiano, ora ristrutturata privatamente, la cabina elettrica e la polveriera. La parte sotterranea constava di tre livelli con altrettanti ingressi, posti su un dislivello complessivo di circa 16 metri e profondi qualche decina, collegati all’interno da vari “fornelli”. L’ingresso più basso è franato, mentre sono parzialmente accessibili – con ovvia prudenza, ripeto – gli altri due ingressi, grazie alla messa in sicurezza operata qualche anno fa dall’ERSAF, proprietaria della foresta demaniale del Resegone, sull’opposto versante di Morterone.

La miniera è agevolmente raggiungibile e identificabile, essendo gli ingressi principali posti sul sentiero 575 che collega il valico della Passata al Rifugio Alpinisti Monzesi; vi si accede da questo in circa venti minuti oppure, provenendo da Erve e dal fondovalle, in circa un’ora e trenta percorrendo il Sentiero San Carlo, segnavia 11, lungo il quale apposite indicazioni mostrano la corretta deviazione. Tuttavia, data la loro posizione, la miniera risulta facilmente raggiungibile da tutte le località vallive limitrofe attraverso la rete sentieristica locale nonché dall’itinerario della Dol dei Tre Signori, la dorsale orobica lecchese, che transita proprio dal valico della Passata.

Ribadisco nuovamente: se volete visitare la miniera, indossate scarponi da montagna o calzature affini, proteggete la testa con un caschetto, portatevi una torcia elettrica adeguatamente potente e non vi avventurate in cunicoli troppo scoscesi e angusti. Con le dovute precauzioni, potrete vivere una piccola ma emozionante esperienza dentro una montagna e “dentro” la storia umana di diverse generazioni di montanari che hanno vissuto in e grazie a questi affascinanti territori.

N.B.: le fotografie pubblicate sono del sottoscritto oppure vengono da qui: https://www.hikr.org/tour/post89876.html.

P.S.: per conoscere ancora meglio la zone e non perdervi in essa, vi consiglio di recuperare la “Carta dei sentieri val d’Erve“, edita da Ingenia Cartoguide e alla cui creazione ho collaborato; la potete trovare negli esercizi commerciali della zona.

L’autoreferenzialità della politica, in montagna

Se è sostanzialmente superfluo (ma forse non così ovvio come sembrerebbe) affermare che le opere umane in ambito pubblico si possono (anche) catalogare in due principali categorie, quelle autoreferenziali e quello no, lo è pure rimarcare che l’appartenenza all’una o all’altra è spesso determinata dalla tipologia dei soggetti che ne sono artefici e fautori, il che rende pressoché lapalissiano denotare che, quando la tipologia in questione è quella dei politici, la natura autoreferenziale delle opere suddette è – lo affermo con sarcasmo amaro – praticamente dominante [1].

Ciò che invece risulterebbe meno scontato ma lo diventa in forza della relativa realtà di fatto, al punto da apparire tanto fenomenologicamente significativo quanto inquietante, è che le opere più autoreferenziali risultano spesso quelle che meno dovrebbero esserlo in relazione al contesto nel quale vengono realizzate. In montagna, ad esempio, ambito naturalmente “referenziale” per eccellenza (nel senso che gli elementi della geografia alpestre non possono certo essere tacciati di autoreferenzialità!): i territori montani dovrebbero richiedere interventi armonici e in relazione con le referenze del paesaggio culturale in loco – cioè referenziati ad esso, appunto – e invece troppo spesso si assiste a interventi assolutamente disarmonici e decontestuali, che appaiono «esclusivamente basati su se stessi e sui propri desideri, non curandosi dei rapporti con altre realtà» – è la definizione di “autoreferenziale” che si può leggere su un dizionario, guarda caso.

Perché, maledizione, la politica si dimostra così miope, così imprevidente e gretta, tanto più in ambiti le cui delicatezza geografica e identità culturale, nonché la cui bellezza emblematica, imporrebbero ben più attenzione e coscienziosità alla base di qualsiasi intervento? Quale sia nella forma non conta poi: non è questione di cosa si fa ma di come si fa, e subito dopo di perché si fa. Se le risposte a queste domande tornano in un modo o nell’altro alla stessa fonte originaria, cioè a chi se le dovrebbe porre (a prescindere che probabilmente nemmeno lo faccia, temo), vuole dire che l’autoreferenzialità è assicurata, in modo inversamente proporzionale al valore delle peculiari referenze in loco. Ancor più, poi, se quella natura autoreferenziale viene smaccatamente nascosta dietro proclami di “virtù” e “armonie” a favore del luogo, solitamente declamati nella forma di slogan simil-propagandistici – pratica nella quale la categoria dei politici sopra citata è maestra assoluta, altra cosa che è superfluo denotare.

Esempi palesi – visto che sto disquisendo di montagne – sono molti interventi a scopo turistico-commerciale realizzati nelle località montane, fatti apposta perché l’amministrazione pubblica di turno se ne possa vantare, appuntare al petto come sfavillante medaglia e li possa “vendere” nella propria prossima campagna elettorale, ma circa i quali una rapida analisi mette subito in luce l’assenza di qualsiasi riflessione culturale alla base di essi, la percezione vivida di un’operazione priva di relazione e rapporti con il contesto d’intorno (salvo quelli forzati e appositamente falsati, dunque da omettere e semmai da considerare come ulteriori pecche) e la palese autoreferenzialità, funzionale al conseguimento di meri scopi di propaganda.

Cari amministratori pubblici che vi occupate di cose di montagna: le vostre opere spesso così palesemente autoreferenziali, che realizzate ordinando a esse di farvi ottenere dei rapidi (dunque rapidamente spendibili) tornaconti materiali e d’immagine, la montagna ha il potere di renderle subitamente insensate o grottesche se non proprio ridicole. Non ve ne rendete conto? Può darsi, ci mancherebbe: dunque sarebbe bene che, prima di realizzarle, provaste a meditarci sopra un poco di più e magari a farvi consigliare non solo dai soggetti del vostro entourage che probabilmente sanno già di dovervi dire ciò che voi volete sentirvi dire. Di gente competente al riguardo ce ne tanta, in giro, e con numerose idee brillanti: basta osservare un attimo fuori dal vostro guscio nel quale a volte vi rintanate e la vedrete (forse la riconoscerete per come vi stia guardando, con quello sguardo accigliato o magari un po’ torvo). Statene certi: da queste reiterate meditazioni partecipate potranno uscir fuori idee, progetti e opere ben più belle e virtuose di tante altre così autoreferenziali dacché poco o nulla ponderate e, per questo, così da subito palesemente malfatte. Voi stessi ne trarrete dei gran vantaggi e non aleatori come i vostri attuali ma pure duraturi, ben oltre le prossime elezioni. Inoltre, e soprattutto, ne gioverà grandemente il territorio del quale siete i primi (o tra i principali e più politicamente autorevoli) rappresentanti. Un do ut des virtuoso e nobilitante, insomma.

Scommettiamo?

[1] Ciò, sia chiaro, non significa automaticamente che l’opera e le azioni dalle quali scaturisce sia qualcosa di negativo o riprovevole, tuttavia anche qui si può affermare che la statistica al riguardo delinea una situazione piuttosto chiara, almeno per quanto riguarda la realtà italiana.

In viaggio con le mucche, e con Calvino

Con la stagione primaverile ormai piena che conta a breve di raggiungere maggio e avanza rapida verso la calura estiva, sta tornando il tempo della transumanza e della prima monticazione verso i maggenghi. Giusto a proposito di pascoli e mucche e dell’articolo al riguardo che ho pubblicato qui qualche settimana fa, cercando sul web alcune cose sull’argomento mi è saltato fuori il seguente bellissimo racconto di Italo Calvino Un viaggio con le mucche, datato 1954 e compreso nell’antologia I Racconti pubblicata da Einaudi nel 1958, nel quale il grande scrittore rende perfettamente l’idea del transito degli animali diretti verso i monti e della dimensione di preziosa naturalità che si portano appresso. Ve ne propongo la prima parte, alla fine della quale troverete il link per leggerlo nella sua interezza (grazie al blog traalpiepascoli.wordpress.com che l’ha pubblicato.)

[Foto di CamDib, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

I rumori della città che le notti d’estate entrano dalle finestre aperte nelle stanze di chi non può dormire per il caldo, i rumori veri della città notturna si fanno udire quando a una cert’ora l’anonimo frastuono dei motori dirada e tace, e dal silenzio vengon fuori discreti, nitidi, graduati secondo la distanza, un passo di nottambulo, il fruscio della bici d’una guardia notturna, uno smorzato lontano schiamazzo, ed un russare dai piani di sopra, il gemito d’un malato, un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore. Finché comincia dall’alba l’orchestra delle sveglie nelle case operaie, e sulle rotaie passa un tram. Così una notte Marcovaldo, tra la moglie e i quattro figli che sudavano nel sonno, stava a occhi chiusi ad ascoltare quanto di questo pulviscolo di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse finestrelle, fin in fondo al suo seminterrato. Sentiva il tacco veloce e ilare delle donne in ritardo, la suola sfasciata del raccoglitore di mozziconi dalle irregolari soste, il fischiettio di chi si sente solo, e ogni tanto un rotto accozzo di parole di un dialogo tra amici, tanto da indovinare se parlavano di sport o di ragazze. Ma nella notte calda quei rumori perdevano ogni spicco, si sfacevano come attutiti dall’afa che ingombrava il vuoto delle vie, e pure sembravano volersi imporre, sancire il proprio dominio su quel regno disabitato. In ogni presenza umana Marcovaldo riconosceva tristemente un fratello come lui inchiodato anche in tempo di ferie a quel forno di cemento cotto e polveroso, dai debiti, dal peso della famiglia, dai salari scarsi o nulli.
E come se l’idea d’un impossibile vacanza gli avesse subito schiuse le porte d’un sogno, gli sembrò d’intendere lontano un suono di campani, e il latrato d’un cane, e pure un corto muggito. Ma aveva gli occhi aperti, non sognava: e cercava, tendendo l’orecchio, di trovare ancora un appiglio a quelle vaghe impressioni, o una smentita; e davvero gli arrivava un rumore come di centinaia e centinaia di passi, lenti, sparpagliati, sordi, che s’avvicinava e sovrastava ogni altro suono, tranne appunto quel rintocco rugginoso.
Marcovaldo s’alzò, s’infilò la camicia, i pantaloni.
– Dove vai?- disse la moglie che dormiva con un occhio solo.
– C’è una mandria che passa per la via. Vado a vedere.
– Anch’io! Anch’io! – fecero i tre bambini che sapevano svegliarsi al punto giusto.
Era una mandria come ne attraversavano nottetempo la città, al principio dell’estate, andando verso le montagne per l’alpeggio. Saliti in strada con gli occhi ancora mezz’appiccicati dal sonno, i bambini videro il fiume delle groppe bigie e pezzate che invadeva il marciapiede, e strisciava contro i muri ricoperti di manifesti, le saracinesche abbassate, i pali dei cartelli di sosta vietata, le pompe di benzina. Avanzando i prudenti zoccoli giù dal gradino ai crocicchi, i musi senza mai un soprassalto di curiosità accostati ai lombi di quelle che le precedevano, le mucche si portavano dietro il loro odore di strame e di fiori di campo e latte e il languido suono dei campani, e la città pareva non toccarle, tanto erano già dentro il loro mondo di prati umidi, nebbie montane e guadi di torrenti.

[Continua qui.]