Ed eccovi qui la “teleintervista” – non solo nel senso di video- e non tanto di tv, semmai di intervista a distanza! – sul mio ultimo libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano, edito da Historica Edizioni, con il giornalista e scrittore Simone Giraudi.
La trovate anche sul canale Youtube (viene da lì, in effetti) e sulla pagina facebook dell’Associazione SalutarMente, che ringrazio di cuore – soprattutto grazie a Francesca Monoli, di nuovo – per aver organizzato l’intervista, con il supporto di ArtIcon che cura la promozione del libro, e avergli concesso una così alta considerazione.
Buona visione e, per sapere ogni cosa sul libro, cliccateci sopra:
Il “paesaggio” è diventato sempre di più, col tempo, l’elemento culturale fondamentale nello studio della relazione che l’uomo intrattiene con il mondo che vive e in cui abita o viaggia. Insieme all’altrettanto fondamentale concetto di “luogo”, definisce sia materialmente che immaterialmente la conoscenza e la considerazione che abbiamo per gli spazi che frequentiamo, per i territori che li formano e per gli ambienti che in essi si sviluppano – con questi tre altri elementi che rappresentano le basi sulle quali si possono determinare i due concetti “superiori” inizialmente citati.
Concettualmente e culturalmente fondamentale il paesaggio lo è diventato da quando l’evoluzione moderna e contemporanea della “geografia umana” – intendendo in questa definizione sia la scienza geografica per come si è sviluppata negli ultimi decenni, da semplice disciplina di studio e rappresentazione fisica della Terra a studio dell’interazione storica della civiltà umana con la superficie terrestre, e sia l’antropologia culturale e sociale, che a sua volta ha sempre più ampliato i propri campi di studio verso ambiti spaziali e temporali molteplici per i quali la relazione tra gli uomini e i luoghi è diventata sempre più importante – gli ha conferito la definizione scientifica diversa rispetto a quella abitualmente ancora usata da quasi tutti noi – in modo tutto sommato comprensibile e non certo condannabile, se appunto riferita al parlato quotidiano. Infatti, normalmente noi chiamiamo “paesaggio” quello che in realtà è la morfologia del territorio, la forma di esso con i vari elementi che la compongono: una valle alpina con boschi, prati verdi, montagne innevate, villaggi graziosi e magari un ameno laghetto blu lo definiamo “un bel paesaggio” e, ribadisco, va bene così. In verità, però, con tale definizione non stiamo identificando il paesaggio che stiamo osservando ma, come detto, il mero territorio, come se avessimo di fronte un quadro e ne stessimo rilevando la bellezza a noi più o meno gradita. Invece, per comprendere il valore artistico di quel quadro, dobbiamo andare oltre il gradimento estetico primario e considerarne lo stile e la tecnica, indagare i significati che l’autore ha voluto inserirvi e nel caso trasmettere al suo fruitore, cercare di capire il coinvolgimento emotivo e intellettuale che ci suscita e, tutto questo, attraverso le nostre sensibilità personali e il bagaglio di nozioni culturali (artistiche nello specifico, ma non solo) che possediamo. La stessa cosa accade con la definizione di “paesaggio” la quale non identifica la forma del territorio, e nemmeno esplicita semplicemente la sua bellezza e amenità, ma rappresenta la percezione complessiva e strutturata suscitata in noi, in quanto singoli individui, in base alle personali sensibilità e alla cultura che possediamo. Si può dire che il “paesaggio” è l’immagine culturale del territorio, al punto che, se in quella valle alpina prima citata ci fossero cento persone a osservarne il territorio, ci potrebbero essere cento diversi “paesaggi”. Ovvio che poi molta parte del bagaglio culturale personale è pure collettivo e condiviso, oltre che basato su quegli immaginari comuni generatisi col tempo che oggi definiscono in gran parte la “norma” di molti degli spazi abitati dall’uomo, dunque cento individui non fanno cento paesaggi ma, d’altro canto, non ne fanno nemmeno uno solo.
Tutto ciò per dire che il paesaggio, proprio in quanto immagine culturale di matrice individuale del mondo che abitiamo, è concetto profondamente antropologico anche più che geografico; d’altro canto, è proprio la disciplina geografica ad offrire la base culturale migliore per permetterci di definire un’antropologia specifica e dedicata alla comprensione più approfondita possibile del concetto di paesaggio, così importante, come detto, per capire il mondo in cui viviamo e capirci – come civiltà tanto quanto come creature viventi e senzienti – nel mondo vissuto.
Ecco perché Antropologia del paesaggio (Marsilio Editori, 2008, con prefazione di Franco Farinelli), libro edito in origine nel 1974 da Eugenio Turri, uno dei maggiori geografi italiani in assoluto nonché antropologo, accademico, scrittore, viaggiatore, figura fondamentale delle discipline tecnico-scientifiche legate al paesaggio, è un’opera ancora oggi necessaria per chiunque si dedichi – professionalmente o per passione – alle stesse tematiche, nonostante come detto l’evoluzione degli studi al riguardo siano continuati fino ai giorni nostri e continuino ancora […]
(Leggete la recensione completa di Antropologia del paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
“SalutarMente”, prestigiosa e dinamica Associazione di Promozione Sociale con sede a Moncalieri – ma assai attiva anche sul web – che, attraverso eventi, iniziative, corsi di formazione e incontri, progetta e lavora per rendere accessibile e sostenibile la cura di sé, la salute e il benessere di tutti gli utenti e della comunità, tra le sue attività cura il progetto La mente in viaggio, dei podcast gratuiti su Spotify che permettano di sfruttare una capacità mentale potentissima, l’immaginazione, e di utilizzarla per fare qualcosa che in questo momento non si ha la possibilità di realizzare: viaggiare. Come si legge nella presentazione del progetto, «La nostra mente, grazie soprattutto alla corteccia visiva, permette di recuperare alla mente le immagini di luoghi che abbiamo visitato, ma anche di sognare luoghi mai visti. Spesso ce ne dimentichiamo e ne sottovalutiamo la potenza, abituati a prodotti visivi già confezionati, splendidi video e immagini suggestive, che però limitano la nostra creatività la quale, a mio parere, è una delle risorse più importanti che abbiamo, insieme alla curiosità. Gli ingredienti quindi sono: curiosità, creatività, immaginazione, luoghi, viaggio. Ed ecco che entrano in gioco i testi…»
Ecco, tra i testi di viaggio (e non solo, appunto) che SalutarMente ha selezionato per il suo progetto, c’è anche il mio nuovo libro, Tellin’ Tallinn: cliccando sull’immagine in testa al post potrete ascoltare il podcast della lettura di un brano del libro, spero significativo e intrigante abbastanza da sollecitare l’immaginazione di chi lo ascolterà! Per sapere invece ogni cosa sul libro, cliccate qui.
⇒ Ma sappiate che a breve ci saranno altre sorprese, al riguardo…
Ringrazio di cuore Francesca Monoli, presidente di “SalutarMente”, per aver concesso un tale spazio al mio libro, e parimenti ringrazio Alpes, che mi ha presentato e proposto per il progetto de La mente in viaggio, ArtIcon che cura la promozione di Tellin’ Tallinn e Patrimonio Cultura per il sostegno al progetto.
Si leggono spesso sui media e si dichiarano da più parti i numerosi vantaggi conseguibili grazie alla lettura di un buon libro: fa bene alla mente, ci consente di accrescere la nostra cultura e la conoscenza del mondo in cui viviamo, aiuta a combattere lo stress della quotidianità contemporanea, rende più coraggiosi e al contempo più sensibili, addirittura – secondo alcuni recenti e serissimi studi scientifici – consentirebbe di vivere più a lungo rispetto a chi non legga del tutto o soltanto saltuariamente.
A ben vedere l’elenco di tali vantaggi potrebbe continuare ancora a lungo: basterebbe una rapida ricerca sul web per infoltirlo a non finire. In ogni caso, a lato di ciò, personalmente non perdo mai occasione di rimarcare come il libro sia sotto tutti i punti di vista l’oggetto culturale per eccellenza: per accessibilità, diffusione potenziale, rapporto qualità/prezzo (salvo certa produzione odierna di natura assai consumistica, ovviamente) ed efficacia culturale e formativa. Per godere della bontà dei libri basta recarsi in una libreria o affidarsi ai negozi on line e rapidamente possiamo entrare in possesso di opere e scritti letterari che, in certi casi, arrivano a cambiarci la vita o, quanto meno, a illuminarci e ispirare la nostra visione delle cose del mondo.
Per tale motivo la lettura è una pratica semplicemente fondamentale per l’uomo, quand’esso si voglia definire (e mostrare) “intelligente”. A volte trascurata, minimizzata, banalizzata, da qualcuno purtroppo ignorata o rifiutata, eppure è sempre a nostra disposizione, anche per chi verso di essa dimostra di non nutrire alcun interesse e dunque di non comprendere la sua grande importanza.
D’altro canto, sovente banalizzato è anche l’esercizio della scrittura letteraria, che in molti casi oggi pare non essere più così correlato, a mio modo di vedere, a una regola assolutamente basilare dello scrivere: l’aver qualcosa di interessante da dire e da raccontare. Una regola solo apparentemente scontata, quando invece scrivere senza comunicare nulla è un po’ come dire di aver visitato una città senza essere mai scesi dall’auto con la quale ci si è giunti. Come scrisse acutamente Karl Kraus, «Il pensiero è ciò che manca a una banalità per essere un pensiero.»
(Ecco, questo è l’incipit di un testo inedito – uno di quelli scritti un po’ di tempo fa e poi lasciati lì, a “maturare”, in attesa di evoluzioni narrative o editoriali che forse arriveranno domani, forse tra un mese, forse mai – nel quale, nonostante le apparenze, non disquisisco di lettura. O meglio: sì, disquisisco di lettura ma non di libri. Anzi, qui invero sì, disquisisco di lettura di libri ma, per tutto il restante testo, scrivo della lettura di qualcosa che è completamente diverso dai libri eppure totalmente scritto, esattamente come un libro. E come un libro in grado di raccontare infinite e affascinanti storie, già. Be’, insomma, magari più avanti vi dirò di più. Forse.)
Quindi, dite che ora, con il coronavirus in circolazione e tutto il cancan emergenziale che giustamente è stato messo in piedi, finalmente ci si deciderà acomminare l’ergastolo a quelli che per sfogliare qualsiasi cosa cartacea che abbiano tra le mani continuano compulsivamente a leccarsi le dita per inumidirle di saliva, così inumidendo disgustosamente pure ciò che hanno in mano – proprio come già osservavo qualche tempo fa qui?
Be’, ok, sì… se non proprio l’ergastolo, qualche altra punizione esplicitamente educativa, ecco, che faccia capire loro quanto sia cafonesca quella loro abitudine oltre che, vista la cronaca, del tutto inaccettabile in futuro. Se almeno tali persone non si vogliano palesare come potenziali agenti patogeni (di virus e di maleducazione, una “malattia” a sua volta, purtroppo) piuttosto che come persone civili o semplicemente a modo. Che sarebbe già tanto, sia chiaro.
(Nell’immagine: un poster diffuso dal Dipartimento per la Salute Pubblica della Nuova Zelanda, anno 1950 circa.)