TrumPutin

In fondo non c’è da sorprendersi più di tanto rispetto a quanto si è visto nel vertice di Helsinki tra gli attuali leader di USA e Russia, con il primo palesemente remissivo se non succube del secondo. Semplicemente, si è chiuso l’accordo in essere tra i due: prima la Russia ha dato una mano all’attuale presidente americano ad essere eletto, ora questi mette in atto lo scambio concordato e si pone al servizio – ovvero pone il proprio paese al servizio – del presidente russo. E tutti i precedenti attriti diplomatici, le dichiarazioni bellicose, le sanzioni? Ovviamente una messinscena funzionale a quanto visto a Helsinki.

Peraltro, di nuovo viene efficacemente dimostrato come tanti di questi “leader forti” che comandano (per ragioni sovente “bizzarre”) il mondo sono in verità politicanti assai deboli, la cui presunta forza, meramente fisica e mai politica, socioculturale o intellettuale, non è che il solo modo a loro disposizione per nascondere l’effettiva debolezza e mantenere il potere. I due di Helsinki sono ottimi esempi di ciò: quello americano si è ritrovato presidente della propria nazione un po’ come il pianista dell’orchestra di bordo d’una nave da crociera si potrebbe ritrovare capitano della stessa; riguardo quello russo, possono bastare le centinaia di giornalisti uccisi, stranamente quasi tutti suoi critici e oppositori – un po’ come vincere una partita a calcio eliminando fisicamente la difesa avversaria.

Insomma: c’era quasi da restare più tranquilli ai tempi della guerra fredda, verrebbe da dire! Certo, c’erano in circolazione più armi nucleari innescate, ma pure moooolte meno fake news. E meno fake leaders, ecco.

(Per conoscere la fonte dell’immagine in testa al post, cliccateci sopra.)

Una (prima) piccola/grande rivincita della geografia

Saul Steinberg, “View of the World from 9th Avenue”, copertina del “The New Yorker” del 29 marzo 1976.

Qualche giorno fa è uscito nella sezione Libri de Il Post un piccolo ma interessante articolo (clic) nel quale si mette in luce la particolare presenza crescente, sugli scaffali delle librerie, di guide, atlanti illustrati e, in generale, di pubblicazioni che tornano a narrare i luoghi del mondo anche attraverso le raffigurazione geo-cartografiche, proprio quando in altri ambiti – quello scolastico nostrano, ad esempio – la geografia è stata sciaguratamente eliminata, provocando un danno antropologico e culturale immane.

Dice, l’articolo:

“Forse è una reazione alla diffusione di Google Maps e Google Street, che rendono esplorabile ogni anfratto della Terra. La riproducibilità fotografica satellitare del mondo ha trasformato la cartografia in una scienza esatta, basata sulla visibilità assoluta […] ma questa visibilità ha rosicchiato il regno dell’immaginabile geografico, fin quasi a estinguerlo. La risposta di molti libri è stata quella di inventarlo da capo, riavvicinando paradossalmente e giocosamente la cartografia ai suoi inizi, quando le mappe erano infestate di mostri terrestri e marini.”

Per me, che di recente ho tenuto numerosi interventi pubblici parlando di mappe geografiche come opere d’arte (ovvero di camminare come pratica artistica) nonché dell’importanza della conoscenza e della connessione tra l’uomo e il territorio geografico, leggere di questa piccola/grande rivalsa della geografia rispetto all’imperare dei non luoghi contemporaneo mi apre il cuore e lo spirito. Conoscere il territorio, identificarsi in esso e fare che esso ci identifichi, comprenderne le peculiarità geografiche, saperlo leggere come un testo ecostorico assoluto, saperlo pure rappresentare, se non con tratti grafici quanto meno con le parole, la sensibilità e l’immaginazione (generando così l’equivalente paesaggio), ritengo sia qualcosa di imprescindibile per l’uomo che voglia realmente dirsi essere umano. Perché noi uomini siamo tali anche in forza del nostro legame con il territorio che abitiamo e col quale interagiamo, per pochi attimi o per lungo tempo: indebolire o addirittura rompere questo legame non genera soltanto fenomeni di alienazione e dissonanza cognitiva ma, appunto, non ci permette più di definirci umani. Diventiamo forestieri nel nostro territorio, che è poi manifestazione geografica (e non solo) locale dell’intero pianeta Terra. Non comprendere ciò, ribadisco, equivale a non poterci realmente definire abitanti di esso.

P.S.: per saperne di più sull’illustrazione di Steinberg in testa al post, cliccate qui.

Col braccio fuori dal finestrino

Ora: so benissimo che dire a quelli che d’estate guidano la propria autovettura col braccio fuori dal finestrino che non possono ovvero non dovrebbero farlo è un po’come dire ai piccioni – o a similari specie di volatili – di non defecare sulla macchina appena uscita dall’autolavaggio. E so altrettanto bene che rimarcare a quelli che d’estate guidano la propria autovettura col braccio fuori dal finestrino che tale comportamento è punibile dal Codice della Strada comporta niente più che un’alzata di spalle, posto quanto qui ci si diverta a rispettare il meno possibile le regole civiche. Ma se a tutto ciò – ovvero a quelli che d’estate guidano la propria autovettura col braccio fuori dal finestrino infischiandosene di norme civiche, buon senso, sicurezza e quant’altro – si aggiunge pure l’andare a 35 all’ora su strade extraurbane, come se le strade stesse fossero a loro uso esclusivo e come se dietro non vi fosse una lunga colonna di altri automobilisti che vorrebbero andare un po’ più spediti, magari per proprie inevitabili ragioni di fretta, mentre quelli, del tutto imperturbabili, continuano a guidare come se fossero accomodati su una sdraio a motore sì da godersi l’arietta fresca sulle gote, beh… ecco, cari automobilisti col braccio fuori dal finestrino, sappiate che de da un lato il vostro comportamento fa cadere le braccia o, in alternativa, fa levare le braccia al cielo, dall’altro vi meritate numerose multe un tanto al braccio o, sempre in alternativa, qualcosa di più concreto elargito a pieno braccio. E non cercate alcuna solidarietà, è inutile: tanto, nel caso, ce ne resteremo con le braccia incrociate.

Ecco.

Quei “pii sciacalli” in Thailandia

Ricordate il post di martedì scorso con quella domanda (che ovviamente supponevo di natura retorica) su quanto tempo sarebbe passato prima che dalla vicenda del salvataggio dei ragazzi dalla grotta in Thailandia ne fosse tratto un film, un TV-movie, un serial, una docufiction o che altro?
Ecco, la risposta è già arrivata. Altro che mesi o settimane, come proponevo – peraltro ben sapendo di sbagliare in eccesso:

La rivista di cinema Variety dice che la casa cinematografica Pure Flix Entertainment, specializzata in film di orientamento cristiano e per famiglie, sta cercando di ottenere i diritti per fare un film sull’operazione di salvataggio. Michael Scott, dirigente della società, vive in Thailandia per lunghi periodi e dice di aver assistito e aiutato durante le operazioni, e che sua moglie era cresciuta con Saman Kunan, il sommozzatore morto giovedì scorso durante i preparativi per l’estrazione.
(Da questo articolo de Il Post).

Film di orientamento cristiano”. Ecco, amen!
Beh, quanto meno ora non abbiamo solo la risposta alla mia suddetta domanda ma sappiamo pure l’orientamento confessionale degli “sciacalli” di turno. Prevedibile, d’altronde.
Sia chiaro, mi auguro di sbagliare e di essere fin troppo sarcastico sulla vicenda. Non che non possano mai essere lecite narrazioni di questo tipo: ovvio che dipenda molto da come siano svolte e con quali fini (culturali o meno). Ma da un fatto che ha ricevuto una copertura mediatica globale e in real time come raramente è avvenuto prima, con tanto di cronache ora per ora, continui live dal luogo degli accadimenti, analisi tecniche e scientifiche di ogni sorta e quant’altro, il dubbio che ne venga tratta la solita bieca e ipocrita spettacolarizzazione commercial-cinematografica assai utile a fare soldi da parte di chi la realizza sulle spalle di tutti i coinvolti nella vicenda stessa è assolutamente forte. Almeno per quanto mi riguarda.

Ah, ma tanto il denaro è del diavolo lo sterco, no? Mica di altri!

P.S.: per la cronaca, la situazione “potenziali sciacallaggi mediatici” è comunque in progress, vedi qui.

Gran finale per “Una Montagna di Eventi”: domenica 15 luglio al Pertusino con il “teatro canzone” di Luca Radaelli!

Non si poteva che mettere in scena – nel senso più autentico dell’espressione – un gran finale per Una Montagna di Eventi, la rassegna culturale realizzata dalla Pro Loco di Carenno (Lecco) al fine di (ri)valorizzare il meraviglioso territorio montano locale e metterne in luce il prezioso valore del patrimonio di cultura, tradizioni, socialità, umanità ivi presente – rassegna che ho avuto l’onore di curare. Dopo tre appuntamenti di eccezionale valore e di altrettanto successo di pubblico e consensi, che hanno rappresentato e valorizzato la bellezza della montagna locale (e non solo) attraverso tre differenti arti – il cinema, con la proiezione del film I Tesori della DOL di Carlo Limonta in notturna nei boschi, la musica con l’emozionante concerto del baritono Giuseppe Capoferri a Forcella Bassa e quindi la letteratura con lo scrittore e giornalista Roberto Mantovani a Colle di Sogno – l’ultimo appuntamento della rassegna sarà un coinvolgente spettacolo nella forma del “teatro canzone” in uno dei luoghi più ameni della montagna carennese.

Domenica 15 luglio alle ore 17.00, presso lo storico ex Albergo del Pertusino, a 1200 m di quota, Luca Radaelli, mirabile attore, regista, sceneggiatore, direttore artistico di Teatro Invito, metterà in scena Ma mi voeuri cuntà, un concerto/spettacolo sul filo tra canzonetta e letteratura, tra teatro e divertissement, tra satira e nostalgia, che rievoca l’eccitante atmosfera della Milano negli anni ’60/’70: la Milano di Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Dario Fo, Nanni Svampa, Giorgio Strehler, Alda Merini, la Milano dei milanesi che cantavano le gesta di personaggi come la Rita, el commissari, la Nineta, il Cerutti, l’Armando… Canzoni che peraltro facevano da immancabile “colonna sonora” delle loro gite domenicali e delle villeggiature sulle montagne di Carenno, con la città meneghina in bella vista nel panorama visibile da lassù, allora come oggi. Un evento divertente, coinvolgente, spettacolare… insomma: imperdibile!

Per l’occasione, il Pertusino sarà raggiungibile anche grazie a un’escursione lungo il percorso della Valle dei Muratori del Museo Cà Martì, con visita guidata alle varie tappe del percorso a cura degli operatori del museo e successivo pranzo al sacco presso l’ex Grande Albergo / ex Convento del Pertüs, con prosecuzione poi fino al luogo dello spettacolo. La partenza è fissata alle ore 9.30 presso la sede del Museo Cà Martì.

In conclusione dell’evento, a tutti i presenti verrà offerto dalla Pro Loco di Carenno un succulento rinfresco e saranno disponibili alla vendita i gadget e le pubblicazioni dell’associazione.

Un autentico gran finale, appunto, per una rassegna il cui grande successo ha realmente rimesso in luce la bellezza emblematica e il patrimonio di cultura dei monti di Carenno e della Dorsale dell’Albenza. E lo spettacolo di domenica 15 luglio al Pertusino con Luca Radaelli ne sarà ulteriore affascinante e dilettevole conferma. Una volta ancora: un evento imperdibile!

Per qualsiasi informazione sull’evento di domenica 15 luglio potete consultare il sito web della Pro Loco di Carenno, qui (ove trovate anche i recapiti social), oppure chiedere direttamente allo scrivente. Per scaricare la locandina dell’evento in formato pdf, invece, cliccate qui.