Il «turismo selvaggio», ancora

Michele Comi, qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook, ha dedicato un prezioso e necessario ricordo a Antonio Cederna – personaggio tanto grande quanto poco rimembrato dai più – riproducendo un suo articolo del 1975 che fin dal titolo pare scritto oggi in riferimento all’attualità. Già, «le strade inutili del turismo selvaggio»: siamo ancora fermi lì, a quei modelli di presunto “sviluppo” dei territori montani che, nel mezzo secolo passato da allora, si sono rivelati totalmente fallimentari (lo erano già al tempo, ma l’esperienza storica al riguardo rendeva meno visibile tale verità) e oltre modo rovinosi per quelle comunità alpine a cui sono stati imposti, ma che una politica altrettanto fallimentare sia nel pensiero e sia nell’azione ma non nella spregiudicata volontà di accaparrarsi interessi particolari continua a perseguire e imporre, costruendosi intorno le circostanze ideali – un tempo la “valorizzazione agricola” citata da Cederna, oggi le Olimpiadi invernali del 2026, ad esempio – per continuare il proprio assalto alla montagna – e di nuovo la Valtellina è un territorio del tutto emblematico al riguardo.

Dopo mezzo secolo, insomma, e nonostante nel frattempo il mondo sia radicalmente cambiato – a volte in peggio, come dal punto di vista climatico – regna ancora la «speculazione di pochi privati perpetrata con soldi pubblici» ovvero dominano e si impongono paradigmi politici la cui tragica obsolescenza non solo non sviluppa le montagne, come i loro promotori sostengono, ma ne deprime le reali potenzialità socioeconomiche e ne affossa il futuro, oltre a degradare inesorabilmente l’ambiente naturale. Non si è ascoltato nessuno di chi già decenni fa aveva capito come sarebbero andate le cose, non si è imparato nulla dai tanti, troppi errori commessi, non si vogliono aprire gli occhi, guardarsi intorno, comprendere la realtà dei fatti, vedere e pensare al futuro. Niente di tutto ciò.

[50 anni trascorsi e nulla è cambiato, appunto. Immagine tratta da qui.]
Ripeto la solita domanda: è questa la montagna che vogliamo? È giusto lasciare il suo destino nelle mani di certi amministratori pubblici, dei loro sodali, e in balìa dei loro progetti speculativi? Così facendo siamo proprio sicuri che il futuro dei territori di montagna e delle comunità che li abitano sarà il migliore più proficuo possibile?

Rispondiamoci, e senza perdere troppo tempo. Non ce ne resta tanto, ormai.

P.S.: uno dei pochi a essersi ricordato di Antonio Cederna, lo scorso anno in particolare, nei 25 anni dalla scomparsa, è stato Gian Antonio Stella con questo articolo sul “Corriere della Sera”. Ringrazio Giuseppe Mendicino che lo ha recuperato e pubblicato sui social.

Teglio, lo sci, la neve e le nozioni scolastiche

[Immagine tratta da www.passioneastronomia.it.]
Lo insegnano alle elementari, nei primi rudimenti di scienze, che d’inverno cade la neve perché fa più freddo e ciò perché il Sole scalda meno rispetto all’estate e in forza della sua inclinazione sull’orizzonte crea ombre più lunghe a nord rispetto che al sud: per questo la neve che cade sui monti rivolti a settentrione si conserva più a lungo rispetto a quella che cade a meridione, versante che riceve la maggiore insolazione stagionale e si scalda di più.

Ecco. Sono nozioni scientifiche basilari, scolastiche appunto, che valgono ovunque meno che, evidentemente, sui monti sopra Teglio, in Valtellina. Dove è arrivata una bella batteria di nuovi cannoni per produrre neve artificiale che coprirà piste da sci in piena esposizione meridionale. Cioè dove il Sole scalda maggiormente, sì, dunque dove la neve si scioglie più rapidamente – proprio come si impara a scuola, già.

Forse che a Teglio soffrano di qualche malaugurata carenza scolastica nelle materie scientifiche?

Ironia a parte (inevitabile, d’altro canto), veramente viene da chiedersi il senso di un investimento che immagino certamente importante, sostenuto dal piccolo comprensorio sciistico valtellinese in base all’ovvio suo punto di vista meramente commerciale, nel tentativo di salvare qualcosa che a tutti gli effetti ha già la sorte segnata, cioè la pratica dello sci su pista a quote inferiori ai 2000 m (solo nella parte alta il comprensorio di Teglio supera quella quota) e, ribadisco, su versanti in piena esposizione meridionale, sui quali persino il manuale del bravo impiantista più ottimista (o meno lucido) in circolazione oggi consiglierebbe caldamente di lasciar stare e dedicarsi ad altro di più consono. Anche perché la zona è meravigliosa, tra le più belle del versante retico della Valtellina e potenzialmente dotata di infinite possibilità di frequentazione turistica sensata e consapevole: vederla così sottoposta ad un vero e proprio accanimento sciistico – pur in considerazione delle mire e delle aspettative turistiche dei locali che posso anche contemplare ma non comprendere – mi lascia alquanto perplesso. E lo dico, qui senza alcuna ironia o tono eccessivamente polemico, immaginando (o presagendo) la sorte di quegli investimenti e la loro utilità effettiva sia nel breve periodo e soprattutto nel medio-lungo periodo a favore del luogo e della sua comunità, pensando di contro anche alle suddette potenzialità turistiche alternative le quali, temo, resteranno sostanzialmente al margine per lasciare nuovamente spazio alla consueta, monopolistica, dogmatica opzione sciistica, al solito imposta come «l’unica forma possibile di sviluppo delle montagne»: un assioma che ormai appare più fantascientifico di un romanzo di Asimov.

Insomma: mi sembrano soldi buttati via per inseguire una chimera, l’ennesima di un comparto che sta ormai raschiando il fondo del proprio barile (o forse lo ha già sfondato) negando(si) pervicacemente l’evidenza dei fatti e al contempo dimostrando la più sconcertante incapacità di comprensione della realtà e della necessità di concepire e sostenere scelte alternative, innovative e consone alla situazione corrente – climatica, economica, culturale, sociale – per la frequentazione delle proprie montagne. Forse per propria consapevole e sconcertante volontà, forse per mera alienazione o forse per altri motivi: sia quel che sia, ad andarci di mezzo nel modo più pesante sono e saranno le montagne e chi ci vive. Per loro, con tali andazzi, anche in pieno Sole il buio potrebbe diventare inevitabile.

P.S.: le immagini dei canoni sono tratte dalla pagina facebook.com/alpe.teglio; la mappa con indicati gli impianti rispetto all’esposizione geografica è ricavata da map.geo.admin.ch.

Una gara di sci “storica” (per quanto è dissennata!)

Dal prossimo fine settimana, tra Zermatt e Cervinia lungo il Ghiacciaio di Ventina, sarebbe dovuta andare in scena la “Matterhorn Cervino Speed Opening”, la prima gara transfrontaliera della Coppa del Mondo di sci. Un evento che è già stato definito “storico”: verissimo, infatti non s’è mai vista una gara tanto dissennata nella storia dello sci. È da settimane che il ghiacciaio, in condizioni pessime dopo l’inverno avaro di neve e l’estate caldissima, viene letteralmente stuprato per poter creare le condizioni adatte alla gara: pendii rimodellati per farci passare il tracciato, crepacci tappati dalla neve trasportata dalle ruspe, cannoni in azione per cercare di innevare la parte bassa della pista nonostante le alte temperature, decine di mezzi inquinanti in azione a oltre 3000 m di quota… una roba sconcertante e indegna, vista la realtà climatica che stiamo affrontando, i dati scientifici inoppugnabili che la provano e la faticosa costruzione di una consapevolezza ambientale diffusa che ci possa far affrontare senza conseguenze troppo pesanti i cambiamenti climatici in corso. Evidenze peraltro rimarcate da molti addetti ai lavori dello sci, come ad esempio il discesista francese Johan Clarey che non usa mezzi termini al riguardo: «Penso che questa gara non abbia senso e sono convinto che questo appuntamento non abbia futuro. E’ sufficiente osservare le condizioni dei ghiacciai, che peggiorano ogni anno, e questa discesa richiede enormi risorse, dall’utilizzo degli elicotteri ai crepacci da tappare. Una manifestazione senza senso e contro ogni logica ambientale».

Peraltro, al momento in cui sto scrivendo queste mie osservazioni – sabato 22 ottobre, a una settimana dall’evento – le gare restano in dubbio, viste le condizioni climatiche e ambientali difficili che rendono facile l’annullamento completo: tanta allucinante distruzione per nulla, nel caso, ovvero la manifestazione paradosso ancora più grande, più folle e irritante. In ogni caso, vada come vada, risulta sconcertante constatare come, per inseguire mere chimere turistico-commerciali dai vantaggi assolutamente presunti e ben poco certi, si decida di calpestare bellamente qualsiasi buon senso ambientale, paesaggistico, culturale, civico, facendo d’un colpo carta straccia di tutte quelle belle parolone – “green”, “sostenibilità”, “difesa dell’ambiente”, “salvaguardia delle montagne”… – che con tanta frequenza vengono profuse dai media in queste occasioni e il cui senso concreto diventa sempre più evanescente e antitetico a se stesso.

[Mezzi assolutamente “green” e “ecosostenibili” al lavoro sul ghiacciaio, a oltre 3500 m di quota, per preparare la pista. Frame da un video pubblicato sulla pagina Instagram “L’occhio del Gigiàt“.]
Ma che senso ha una gara del genere tra ghiacciai sofferenti, crepacci aperti, temperature troppo alte? Perché l’interesse e il tornaconto di pochi deve essere sempre messo davanti all’interesse collettivo? Ovvero, perché un patrimonio di tutti noi come la montagna, così prezioso, delicato e sofferente, può essere bellamente messo a disposizione delle insensate pretese di pochi? Veramente la montagna è diventata tutto questo, uno scenografico luna park da utilizzare per siffatti biechi eventi mediatici utili solo a rivenderla poi con un bene di consumo (di lusso)?

Cosa vogliamo fare, dunque, delle nostre montagne?

Nel frattempo, in Valle Camonica…

[Tratto da sciaremag.com, 30/06/2022.]
EVVIVA! Stanziati altri tot milioni di Euro per nuovi impianti sciistici, per l’innevamento artificiale, per il turismo sciistico! Evitiamo lo spopolamento, sviluppiamo l’economia montana, aiutiamo i paesi delle valli alpine e i loro residenti! Salviamo le montagne, sììììììì!!!

[Tratto da “BresciaOggi”, 16 ottobre 2022.]
N.B.: si veda anche cosa scrivevo qui e anche qui, al riguardo.

Le Olimpiadi invernali? In mezzo al deserto, ovvio!

Farebbe già ridere così, la cosa: gare da sci in mezzo al deserto arabico, una gag alla Monty Python, uno scherzo bello e buono… Invece viene più da piangere, a leggere la notizia che il Consiglio Olimpico d’Asia ha assegnato i Giochi Olimpici Asiatici del 2029 all’Arabia Saudita.

Proprio così, funivie e piste sui monti in mezzo al deserto dove farà anche freddo, data la notevole escursione termica tipica di queste regioni, ma di nevicate ne avvengono ben poche e assai scarse. D’altro canto, sono montagne dominate da uno dei regimi più ricchi, influenti e illiberali di questa parte di mondo: un paese dove di libertà civili ce ne sono ancor meno che di precipitazioni nevose, ecco… ma sappiamo bene che tutte queste cose a certi megaeventi “sportivi” internazionali non interessano per niente – Mondiali di calcio in Qatar docet!

Vien proprio da inquietarsi parecchio di fronte a questa notizia, e non solo per lo stato di fatto politico del paese che ospiterà l’evento. I Giochi si terranno a Trojena, una località che non esiste ancora e che dovrà essere edificata ex novo, così come piste, impianti, infrastrutture e, ovviamente, la neve, prospettando un evento che sarà totalmente artificiale, ancor più che le recenti e già (in tal senso) preoccupanti Olimpiadi invernali di Pechino con le loro strisce di neve sparata o trasportata in loco distese su pendii montuosi aridi e marroni. Il tutto, ribadisco, appena sopra le dune del deserto arabico e a poche centinaia di km dal Mar Rosso. Nonché, ovviamente, quel tutto già ora sancito come “green”, “ecosostenibile”, eccetera. La solita solfa, insomma.

Ciò che rende inquietante tale notizia è il palese atteggiamento cinico e di sfida nei confronti dell’ambiente naturale e dei cambiamenti climatici. Poco conta, in fondo, che nessun altra località abbia presentato la propria candidatura per ospitare i Giochi (ma tu guarda, che simili eventi siano più una fregatura che un’opportunità l’hanno capito anche in Asia come in Europa – ad eccezione dell’Italia, certo): pensare di inventarsi un resort sciistico dove nulla di naturale permette di realizzarlo, per di più nell’epoca di drammatici cambiamenti del clima che stiamo constatando e vivendo, è veramente un oltraggio dissennato e pericoloso al pianeta, è l’arrogarsi il diritto e la libertà di poter e voler fare qualsiasi cosa dell’ambiente naturale pur di ottenere i propri biechi tornaconti, è un fregarsene altamente della necessità di non peggiorare la situazione in corso – anche culturalmente – ed è la creazione di un nuovo “precedente”, dopo quello di Pechino e ancor più insensato, che mina alla base la costruzione di un sentimento comune e condiviso a livello globale nei confronti del clima, della salvaguardia del pianeta e della necessaria resilienza che dovremo attuare per non subire le conseguenze del riscaldamento globale in maniera troppo tragica. E fa venire i brividi constatare che tale boriosa e alienata sfida alla Natura venga da un ente istituzionale di matrice politica (come lo sono tutti i comitati olimpici, nazionali e internazionali) che invece, insieme a ogni altro, dovrebbe guidare e governare il cambiamento culturale necessario agli scopi appena citati.

È un atteggiamento che si può constatare un po’ ovunque, nel mondo, in occasioni di questi mega-eventi sportivi, e purtroppo anche alle nostre latitudini sud alpine: non serve citare al riguardo la questione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, no?

Ma veramente sono diventati tutto ciò, i “Giochi Olimpici”? Veramente li si vuole sempre più trasformati in uno strumento di dominanza geopolitica e di distruzione della Natura? Su serio lo sci sta diventando uno sport così finto, così irrazionale e grottesco, così nemico delle montagne?