Piccola metaletteratura di strada

“Letteratura” di genere, be’… non giallo, nemmeno noir o rosa… rosso o bianco, ecco!

(Per chi non lo conoscesse, Carlo Porta è lui.)

Una lettera a Trenord

Spett.le Trenord (in “rappresentanza” di tutte le altre società di gestione delle reti ferroviarie regionali e locali – i treni dei pendolari, per intenderci),

personalmente non ho obiezioni a riservare una considerabile fiducia nei riguardi del vostro impegno e della vostra dichiarata buona volontà nel gestire e offrire il miglior servizio di trasporto ferroviario possibile ai vostri clienti, e ugualmente posso ben supporre che l’infinita sequela di disservizi pressoché quotidiani che invece colpisce i vostri convogli e le linee sulle quali viaggiano siano certamente causati, in primis, da una inopinata e sconcertante sfortunaccia nera – anche che il riscaldamento funzioni a fine luglio o che un treno il quale per regolare affollamento debba essere composto da – ad esempio – dieci vagoni risulti composto solo da cinque… sì, insomma, a volte a contare si sbaglia, non lo si può negare, che lo capiscano i pendolari ammassati negli altri cinque vagoni!

Tuttavia – mi permetto di osservare – sarebbe pure illogico non attenersi, nelle valutazioni più attente del caso, alla realtà di fatto constatabile quotidianamente, peraltro provata e regolarmente testimoniata dagli organi di informazione. Dunque, in base a questo sano e logico principio (tale anche solo in forza della sua obiettività), mi permetto pure di suggerire una soluzione ai citati disservizi che, anzi, possono essere convertiti in buone opportunità: una bella colmata di terra ben battuta lungo le vostre linee ovvero sopra di esse, sì che venga a formarsi un piano regolare e sufficientemente largo, e via con un adeguato numero di diligenze trainate da cavalli, come si faceva una volta. Un sistema di trasporto sicuro, dedicato, “veloce” quanto i vostri attuali convogli (in verità più per la lentezza dei secondi, che per le possibili velocità equine), bisognoso di minima manutenzione, economico (la biada per i cavalli costa molto meno che qualsiasi altro combustibile o energia motrice), confortevole (d’altro canto non ci vuole molto, viste le condizioni nelle quali viaggiano i pendolari sui vostri treni) e per di più ecologico ed ecosostenibile (si possono pure vendere gli escrementi lasciati dai cavalli lungo le linee come concime naturale).

Posto tutto ciò: che potreste desiderare di più? E similmente cos’altro potrebbero desiderare i vostri clienti pendolari? Sia chiaro, peraltro, che non rappresenterebbe affatto un ritorno al passato: certamente non nella sostanza del servizio, visto poi quanto invece sia inopinatamente primitiva, nei risultati ottenuti, l’attuale vostra infrastruttura ferroviaria col suo parco convogli viaggianti, il che renderebbe la soluzione proposta un progresso netto sotto molti aspetti.

Insomma, fossi in voi ci penserei. Guadagnereste pure un ritorno d’immagine notevolissimo, oltre a ritrovare l’apprezzamento pressoché incondizionato dei vostri clienti. Eppoi i cavalli sono animali così simpatici – sicuramente più di un locomotore guasto!

Questo è quanto. Mi auguro che vogliate prendere in seria considerazione tale proposta; finché ciò non avverrà, col cavolo che mi avrete come vostro cliente: ci tengo sia alla mia puntualità, sia alla mia salute nervosa.

Cordiali saluti.

L.

L’arte può redimere l’uomo?

Mi chiedevo se un’opera d’arte può essere uno strumento di redenzione. Insomma, uno fa un sacco di cose orribili, ma poi ecco che ti esce fuori con un capolavoro. Dio considera questo capolavoro sufficiente alla redenzione? Vai a sapere. Se Hitler, mi chiedevo, dopo tutto quello che aveva fatto, fosse saltato fuori con un’opera d’arte eccezionale, dello stesso livello della Cappella Sistina, il padre eterno gli avrebbe potuto concedere qualche sconto di pena? La mia risposta era no. L’arte non ha questo potere sovrannaturale. L’arte è fatta per gli uomini, a Dio dell’arte non frega nulla.

(Maurizio Cattelan, in Francesco BonamiMaurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata, Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1a ediz.2011, pag.107.)

Oscar Peer, “Il ritorno”

Prima o poi la vita impone a chiunque qualche forma di ritorno: a un luogo, a una situazione quotidiana precedente, a un passato che torna presente, a persone più o meno care, a un’idea o a un sogno. Ritorni verso condizioni che si sono lasciate per scelta libera o forzata, per buone cause o decisioni sbagliate oppure perché la vita stessa ha presentato imprevisti che le hanno cambiato drasticamente il corso. Ritorni che non sempre si presentano facili, anzi: di frequente la condizione vitale imposta dal “ritorno” appare ostica, tribolata, inquieta anche perché priva di quei riferimenti che prima, nel bene e nel male, ne marcavano e definivano la dimensione quotidiana e poi sono cambiati o non ci sono più, sostituiti da altri verso i quali la relazione è difficile. In effetti, quello del ritorno non è mai uno stato riferito direttamente e unicamente a chi ne è soggetto, al contrario: coinvolge l’intero ambiente sociale in cui si torna, al punto che il “ritornante” vi si ritrova non solo spaesato ma pure sottomesso e alienato.
E non c’è molta differenza, nella sostanza, tra ritorni affrontati e vissuti in ambienti differenti, ad esempio in una grande città dalla quale si era partiti oppure in un piccolo villaggio di montagna. Semmai, in questo secondo caso la sociologia alla base della situazione appare più condensata nella dimensione della comunità e dunque più evidente nella sua sostanza – nel bene e nel male, di nuovo.
Il momento della ricomparsa del contadino Simon in un piccolo villaggio dei Grigioni, dopo tre anni trascorsi in prigione per un omicidio colposo (ha scambiato un compaesano per un cervo, durante una battuta di caccia, e lo ha ucciso) è proprio ciò che racconta Oscar Peer ne Il Ritorno (Edizioni Casagrande, 2006, traduzione dal romancio di Marcella Palmara-Pult; orig. Accord, 1978.), forse il romanzo più famoso e suggestivo dello scrittore svizzero di lingua romancia []

(Leggete la recensione completa de Il ritorno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“Carlo Mollino, architetto” di Luciano Bolzoni, lunedì 20/05 a Milano!

«Carlo Mollino era un genio. Il suo gusto eclettico conduce lungo un viaggio, fluido come la sua mente, durante il quale andiamo a scoprire una visione moderna che passa dalle auto veloci alla scultura, una specie di arredamento fatto di cerchi concentrici, quel suo battito di ciglio che creò il posto a sedere al teatro dell’opera dove, con soggezione e gratitudine, anche io mi sono accomodata.»

Vi ho già fatto cenno qualche giorno fa, qui sul blog, del nuovo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino, architetto. Nel frattempo ho ricevuto la mia copia: è un volume bellissimo, ricco di illustrazioni, densissimo di nozioni, narrazioni, aneddoti, riflessioni, percezioni, intrecci, storie di incontri. Che poi sono diventate testimonianze preziose e intriganti, come quella da cui è tratta la citazione in testa a questo post, della leggendaria Patti Smith. E il bello è che non l’ho ancora letto (lo farò a breve e, ovviamente, ve ne darò conto) ma è uno di quei volumi che già tenere in mano è, come dire… appagante, per quanto si può essere consci di avere tra le mani un’opera preziosa e importante.

Carlo Mollino, architetto, edito da Silvana Editoriale, sarà presentato in prima assoluta lunedì prossimo 20/05, alle ore 18, presso la libreria Mondadori di Piazza Duomo a Milano. Un appuntamento da non perdere (è targato Alpes: una garanzia di altissima qualità) per un libro imperdibile. Ergo, se siete in zona o potete esserci, non mancate!