[Foto di Anastasia Gepp da Pixabay]Ieri mi sono fatto una camminata in una località montana abitualmente assai frequentata da gitanti d’ogni sorta, grazie alla facilità dei percorsi, alla presenza di un grande rifugio e di una strada che lo raggiunge, seppur chiusa al traffico ordinario – e la giornata scorsa non ha fatto eccezione, con parecchie persone presenti nonostante qui non si fosse ancora in “zona gialla”, la quale comincia oggi.
Su dieci di esse – a voler fare una statistica a braccio eppure del tutto obiettiva – ce n’erano otto superfighe, allegre, atletiche, visibilmente sicure di sé che non indossavano la mascherina, nemmeno riposta al braccio o altrove, e due povere cretine, evidentemente sprovvedute, sfigate, giustamente scansate da tutti, con la mascherina indossata. Con tale proporzione generalmente estesa a tutti i presenti, ieri lì.
E io che osservavo la situazione con grande “ammirazione”, sorpreso da una così compatta consonanza d’intenti: tutta questa gente che si adopera per il ritorno più rapido possibile della zona rossa e del lockdown! Caspita, che partecipazione, che solidarietà: e poi dicono che gli italiani non sono un popolo coeso! Complimenti!
P.S.: se nel leggere ciò che avete appena letto vi è sorto il dubbio che quanto scritto manifestasse, pur in modo assolutamente flebile, del sarcasmo, sappiate che potrebbe non essere del tutto casuale.
[Sentieri di casa.]In questi mesi, durante le varie “colorature” più scure della mia regione e i relativi lock down, con le restrizioni agli spostamenti che comportano, non potendo praticare l’amato vagabondaggio per paesaggi tanto naturali quanto urbani lontani dalle mie parti mi sono dedicato – con il prezioso aiuto di Loki, il mio segretario personale a forma di cane il quale si dimostra pure un ottimo “segugio di sentieri” – ne sto approfittando per riscoprire itinerari appena fuori casa (nel senso letterale della definizione) e luoghi che facevano da meta alle passeggiate di quand’ero bambino con i genitori o i nonni. Una pratica che peraltro, in questi giorni di transito dall’inverno alla primavera, si rivela particolarmente piacevole, con le temperature diurne miti, la luminosità già da “bella stagione”, il bosco ancora assopito ma i prati già puntinati di innumerevoli e coloratissime fioriture – nonché, devo ammettere, l’assenza quasi totale di disturbi antropici, almeno in certe zone particolarmente “remote” seppur situate a poche centinaia di metri di distanza dalla “civiltà”.
In tal senso, sto cercando di trasformare questo periodo difficile dettato dal Covid-19, che possiamo definire come di “crisi”, in ciò che l’etimo della parola suggerisce: un momento di riflessione ovvero, per meglio dire nel mio caso, di rivalutazione e riscoperta, ricco di numerose sfumature positive e illuminanti. Ad esempio, riguardo come ogni luogo abitato e vissuto, anche geograficamente limitato, contiene sempre un proprio piccolo/grande mondo la cui esplorazione può veramente risultare interminabile, se vissuta con occhi sempre attenti, curiosi e sensibili. Formalmente, non c’è bisogno di andare chissà dove, per “esplorare” e scoprire cose nuove: si possono trovare nella terra più remota e sperduta a migliaia di km di distanza così come a pochi passi da casa. Come ho già scritto altrove, la cosa meravigliosa dell’infinito è che comincia appena oltre la punta dei tuoi piedi.
Inoltre, nel tornare ora a ripercorre cammini e visitare luoghi che frequentavo da bambino, e (anche) attraverso i quali si è formata la mia sensibilità verso la percezione del mondo d’intorno e l’elaborazione dei suoi paesaggi, mi sto nuovamente rendendo conto che il tempo è veramente qualcosa che passa solo perché noi pensiamo e crediamo che sia così, per una nostra convenzione alla quale decidiamo funzionalmente di sottostare. In verità, ha ragione la fisica contemporanea quando attesta che il tempo non esiste, sulla microscopica scala umana, se non in funzione dello spazio: in tal caso, cioè nelle circostanze delle quali vi sto scrivendo qui, lo spazio è quello vissuto, per poco o per tanto, e che proprio grazie al mio (nostro) vissuto diventa “luogo” dotato di un valore che il tempo non può scalfire.
In fondo anche per questo il luogo più limitato – quello dove magari viviamo, posto appena fuori la porta di casa, ripeto – può assumere le “sembianze” dell’infinito, come accennavo prima: ed è una peculiarità, questa, che proprio in questo periodo di difficoltà e confinamenti più o meno stringenti credo possa tornare assolutamente utile e piacevole se non parecchio sorprendente, già.
[…] Si potrebbe arrivare a dire che l’Occidente stesso, per come lo conosciamo, è nato nei bar, intorno a tavolini con sopra un bicchiere di vino, oppure di whisky, o una tazza o tazzina di tè e di caffè, negli orari più diurni. In un certo senso è quello che fa il saggio A Rich Brew: How Cafés Created Modern Jewish Culture di Shachar Pinsker, un professore ed esperto di cultura ebraica della University of Michigan, un testo del 2018 molto ben recensito e vincitore di diversi premi. Pinsker riconduce ai bar non soltanto la “moderna cultura ebraica” del titolo, ma la nascita delle democrazie europee. «La democrazia non fu costruita nelle strade», ha scritto Adam Gopnik commentando il libro sul New Yorker, «bensì tra i piattini». Perché i caffè? In breve: perché i caffè, nel Diciannovesimo secolo, erano tra i pochi posti in cui ci si poteva riunire comodamente ed evitando gli occhi panottici dello Stato. E quindi discutere, lamentarsi, e all’occorrenza cospirare. Pochi luoghi, ad esempio, furono importanti per la vita politica e culturale europea quanto il Café Central di Vienna, inaugurato nel 1876, culla del Positivismo, che accolse ai suoi tavolini rotondi, tra gli altri, Theodor Herzl e Adolf Hitler, Josif Bros Tito e Vladimir Lenin. A proposito di storia e cospirazioni, c’è un aneddoto piuttosto famoso legato al Café Central: pochi anni prima della Prima guerra mondiale, si trovarono a discutere Viktor Adler, deputato socialdemocratico austriaco, e l’importante Leopold von Berchtold, ministro degli Esteri austroungarico. Adler intendeva mettere in guardia il conte von Berchtold: una grande guerra continentale, diceva, avrebbe favorito una pericolosa rivoluzione in Russia. Von Berchtold tuttavia trattò quell’ammonimento con arroganza, rispondendo: «E chi la farebbe questa rivoluzione? Forse il signor Bronstein che se ne sta seduto al Café Central?». Il signor Bronstein era effettivamente un giovane politico russo che passava le sue giornate al Café Central, esiliato per sempre dalla madrepatria, sovente giocando a scacchi. Di lì a poco tempo cambiò di nome, assumendo lo pseudonimo con cui diventerà celebre nel mondo, e con cui, effettivamente, farà la rivoluzione in Russia: Lev Trockij. […]
[Da un affascinante articolo di Davide Coppo intitolato C’era una volta il bar, pubblicato su “Rivista Studio” il 9 marzo 2021. Potete leggerlo nella sua interezza – e vi consiglio di farlo, io che poi non sono un così gran frequentatore di bar o, per meglio dire, non di quelli troppo “incasinati” – qui.]
“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”
Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern, che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.
P.S.: in verità pubblicai questo articolo quasi tre anni fa, nel maggio 2018, dunque prima dell'”uragano” provocato dal Covid e di tutto quanto di correlato è accaduto. Tuttavia, non so, ma a me pare che le parole di Rigoni Stern e le pur fugaci riflessioni che ne trassi allora siano del tutto valide anche oggi, proprio pensando a tutto ciò che è accaduto per il Covid. Già.
Visto che, nel periodo pandemico che stiamo vivendo, pare che ormai siamo pienamente entrando nella terza ondata, e giusto per sdrammatizzare (per quanto possibile) il momento, devo dire che a me, a sentire quella formula, “terza ondata”, viene soprattutto in mente il volume qui a fianco: un ottimo saggio che analizza il movimento letterario sviluppatosi nei primi anni ’90 del secolo scorso e denominato appunto “Terza Ondata” in quanto terza importante e significativa corrente italiana di letteratura sperimentale e avanguardistica dopo le prime avanguardie storiche di inizio Novecento e dopo la neoavanguardia del dopoguerra, quella che ebbe il proprio simbolo nel celebre Gruppo 63 (cliccate sull’immagine della copertina per saperne di più).
Peraltro, vi cito tale denominazione omonimica perché secondo molti, e io a costoro mi associo, quell’ondata letteraria degli anni Novanta è stata la terza e ultima, per come successivamente la produzione letteraria italiana, pur con alcune eccellenze ma anche con sempre maggiori degradazioni, non ha più organicamente raggiunto quei vertici qualitativi innovativi. Ecco, parimenti seppur con altra (se non opposta, nel principio) accezione, bisogna augurarsi che anche la nuova ondata pandemica ora in corso risulti la terza e ultima: perché se nel primo caso che sia stata l’ultima ondata è il segno di una realtà piuttosto desolante (quella del panorama letterario e editoriale italiano, già), riguardo quest’altra “terza ondata”, se effettivamente sarà l’ultima, ne scaturirà una realtà assolutamente entusiasmante. Almeno noi saremo guariti, insomma; la letteratura italiana invece no, temo – e chissà quando guarirà dal virus editoriale che l’attanaglia da lustri, ormai!