14 miliardi di Euro spesi bene (un altro post “populista”)

[Immagine tratta da www.ansa.it.]
Vi propongo un’altra riflessione “populista” e “demagogica” – e, sinceramente, se tale viene giudicata, sono fiero che lo sia.

La frana che sta interessando Niscemi, in Sicilia, è l’ennesima e non più necessaria dimostrazione di quanto il territorio italiano sia fragile e ovunque – sulle montagne, lungo le coste, anche in pianura – in balìa di numerosi dissesti idrogeologici, a volte naturali o causati dall’estremizzazione delle condizioni meteo climatiche, altre volte indotte da un’antropizzazione malfatta quando non palesemente sconsiderata del territorio. Su tali dissesti si interviene quasi sempre a danno fatto in modo emergenziale, con costi dell’ordine di miliardi di Euro (per le sole recenti mareggiate che hanno devastato le coste siciliane si stimano 2 miliardi di danni), mentre una ben più adeguata gestione idrogeologica (nonché urbanistica) del territorio nazionale ne eviterebbe molti, con notevole risparmio delle risorse pubbliche da un lato e maggior cura (anche estetica) del territorio e dei suoi paesaggi dall’altro.

Bene: posto ciò, si vorrebbero spendere 14 miliardi e rotti di soldi pubblici per la realizzazione di un ponte – quello sullo Stretto di Messina, certo – sostanzialmente inutile allo stato di fatto delle cose oltre che opinabile per mille diversi e validi motivi. Perché non utilizzare quella cifra così ingente – di soldi pubblici, ribadisco – per mettere preventivamente in sicurezza il territorio nazionale dal dissesto idrogeologico, il cui rischio peraltro aumenta in modo proporzionale all’evolversi della crisi climatica, mettendo dunque in sicurezza noi tutti che lo abitiamo e frequentiamo?

Quanti problemi al riguardo, quante situazioni di criticità si potrebbero sistemare e risolvere con 14 miliardi di Euro? O ci va bene di ammettere la realizzazione di un ponte “straordinario” al servizio di un territorio il cui dissesto è sempre più ordinario?

Ecco, “populismo” e “demagogia”. Infatti.

La pandemia continua. No, non quella dei ponti tibetani ma degli amministratori sconnessi


Come vedete dall’articolo qui sopra, purtroppo continua tale deleteria e desolante pandemia, che stavolta sta “colpendo” in Valle Camonica, già ai piedi dei contrafforti meridionali dell’Adamello e appena fuori dall’omonimo Parco Regionale.

No, non tanto la pandemia dei “ponti tibetani” e delle amenità turistiche similari, ma di alienazione, spaesamento culturale, dissonanza psicogeografica – un bias cognitivo che si può definire in vari modi – degli amministratori pubblici locali rispetto ai loro territori, dei quali evidentemente non capiscono le reali specificità e potenzialità pensando invece di valorizzarne la bellezza attraverso quelle banali attrazioni meramente ludico-ricreative.

A riprova di ciò basta leggere come tale nuova “giostra turistica” – che si aggiunge ad una già presente “panchina gigante” – viene definita: «un’opera unica e innovativa», «un’infrastruttura strategica», «un’immersione totale nella nostra natura incontaminata», eccetera. Affermazioni (sempre le solite ovunque si facciano infrastrutture simili, peraltro) palesemente immotivate e prive di nesso con la realtà effettiva delle cose, soltanto funzionali al tentativo di giustificare attrazioni che “valorizzano”, sì, ma esclusivamente se stesse nel mentre che invece degradano e abbrutiscono il luogo che le ospita.

Avranno successo inizialmente, è probabile, e i loro promotori se ne vanteranno a destra e a manca; poi, in breve tempo, verranno sempre meno frequentate (anche perché intanto, altrove, si sarà realizzato qualche ponte ancora più lungo, qualche passerella più alta, qualche panchinona più grande) per finire abbandonate in un luogo che non avrà goduto di alcuna sostanziale valorizzazione restando invece più deserto, banalizzato e, appunto, più degradato e brutto di prima. Oltre che più povero, visto che sovente quelle opere vengono realizzate con soldi pubblici, risorse sottratte a una reale, sensata e proficua valorizzazione del territorio locale o ai bisogni concreti della comunità ivi residente.

[I resti della Rocca di Cimbergo, risalente al XII secolo, nei pressi della quale arriverebbe il nuovo ponte tibetano sulla gola del torrente Re. Foto di Claudio Bertenghi tratta da www.turismovallecamonica.it.]
Ma per ottenere questa autentica valorizzazione dei luoghi servono visioni, idee valide, progetti a lungo termine, competenze, capacità, consapevolezza, volontà: tutte cose troppo complicate e seccanti per certa politica odierna. Si piazza velocemente un bel ponte tibetano, si spendono le risorse stanziate che sennò si rischia di perderle, ci si vanta sui media locali e poi chi s’è visto s’è visto. Tanto le probabili conseguenze deleterie, materiali e immateriali, se le gratteranno nei prossimi anni il territorio e la comunità residente, amen.

Appunto, il territorio: che direbbe la montagna, se in certi casi potesse dire la propria riguardo chi la amministra e ciò che le impone?

Trasformare le criticità in opportunità. La frana di Lanzada e una potenziale bella lezione per tutte le nostre montagne

Qualche tempo fa vi ho scritto della frana, “piccola” ma impressionante, caduta in Valmalenco sul versante montuoso ove transita la strada che da Lanzada sale verso Franscia e Campo Moro, rimasta gravemente danneggiata il che ha imposto l’isolamento della zona a monte, assai rinomata e frequentata sia in estate che in inverno anche grazie alla presenza di numerosi rifugi.

Al riguardo, su “montagna.tv”, Michele Comi offre una delle sue intriganti riflessioni su come l’evento, al netto degli evidenti disagi che genera (la strada non riaprirà che nella primavera prossima, se tutto va bene) e nella fortuna che non vi sono state vittime, può diventare l’occasione per ritrovare un rapporto più autentico con la montagna e dire addio al mordi e fuggi:

Ora che la strada è interrotta, possiamo provare a rallentare, rinunciare alla toccata e fuga giornaliera, prenderci il tempo necessario per attraversare la montagna dal basso. Due, tre giorni d’avventura. Un viaggio che parte dal fondovalle, attraversa i piani altitudinali uno dopo l’altro e ci rimette in sintonia con il ritmo dell’ambiente.

[Le zone di Campo Moro, con l’omonima diga, e di Campagneda sovrastata dal Pizzo Scalino, rimaste isolate a seguito della frana di Lanzada.]
In effetti, posto che la strada di collegamento alle zone di Campo Franscia e Campo Moro fu realizzata negli anni Cinquanta del Novecento e aperta al traffico privato negli anni Sessanta, è come se tutta l’area ora isolata sia stata rimandata indietro nel tempo di quasi un secolo, quando lassù vi si poteva giungere solo a piedi peraltro lungo mulattiere che in molti tratti rappresentano veri capolavori di ingegneria vernacolare, come la definisco io. In tal senso è ovviamente comprensibile la decisione di alcuni dei rifugi posti a monte della frana di chiudere fino a che la strada non verrà ripristinata, ma è altrettanto ammirevole la scelta dei gestori del Rifugio Zoia, a Campo Moro, di tenere invece aperto, sicuramente per le festività natalizie e poi in base alle circostanze del momento: chi salirà lassù potrà godere di una dimensione alpestre più unica che rara, di quieti e silenzi quasi impossibili da ritrovare altrove sulle nostre iper-antropizzate Alpi, di un’esperienza che, facilmente, diventerà indimenticabile. Chapeau ai ragazzi dello Zoia!

[Il Rifugio Zoia.]
In generale, mi viene da ampliare il principio delle riflessioni di Michele Comi a tutto il contesto montano, che quasi sempre tende a subìre troppo – suo malgrado – le difficoltà e le criticità che ne caratterizzano la realtà corrente. Credo che uno dei paradigmi da cambiare, in tema di vita nei territori montani, sia anche questo: comprendere se e come certe criticità sovente croniche delle quali la montagna soffre non possano essere trasformate in specificità e dunque in potenziali opportunità, in considerazione del fatto che la montagna è differente da ogni altro luogo e comunque non potrà mai godere degli stessi agi dei territori più urbanizzati se non attraverso stravolgimenti materiali e immateriali così profondi dei propri territori e della propria anima da rischiare non solo l’omologazione più banalizzante ma pure l’annientamento dell’identità peculiare, del senso stesso di essere «montagna» e, dunque, della propria esclusiva attrattività.

Questo (serve dirlo?) non significa che gli abitanti dei territori montani debbano essere condannati a vivere in maniera meno agiata rispetto a quelli dei contesti cittadini, ma significa che non si può sempre pensare di infrastrutturare le montagne a (bieca) imitazione delle città solo perché così si rende la vita più comoda ai turisti, che invece devono finalmente tornare a comprendere che, ad esempio, un rifugio di montagna innanzi tutto non è un albergo e, ancor più, che per essere ciò che è deve richiedere di essere raggiunto in maniera consona e equilibrata al luogo in cui si trova: con una bella e rinfrancante camminata su un vero sentiero, con l’adeguata attenzione al territorio che si attraversa, portandosi in spalla uno zaino con tutto ciò che occorre alla frequentazione autentica dei territori in quota… così come con la considerazione che il villaggio nel quale si alloggia non è un quartiere periferico di una grande città ma un luogo che proprio in ciò che non ha sa offrire molto di ciò che manca alle città. Che non sono negozi parcheggi locali notturni discoteche o che altro ma la dimensione montana vera, il silenzio, la tranquillità, il cielo stellato senza inquinamento luminoso, la magia del bosco, la fatica del sentiero e la soddisfazione di averlo percorso fino alla meta, le chiacchiere scambiate con altri escursionisti lungo quel sentiero, la visione sfuggente di un selvatico, le multiformi geografie alpestri e la vastità dei panorami da lassù visibili… insomma, non credo serva continuare perché chiunque potrebbe andare avanti per ore.

[Uno dei Laghi di Campagneda con il Pizzo Scalino.]
Trasformare le criticità in opportunità, senza piangersi addosso e/o aspettare che la politica intervenga o altri soggetti facciano “cose”, quasi sempre calandole dall’alto senza interlocuzione con le comunità, ma riflettere, meditare, analizzare, capire come le proprie specificità montane possano e sappiano rendere i luoghi speciali, ognuno a suo modo unico e dotato di proprie potenzialità geografiche, economiche, sociali, culturali delle quali poter fruire e poi offrire ai visitatori come valori aggiunti del luogo. Sarebbe una piccola/grande rivoluzione per le nostre montagne, di sicuro non semplice da mettere in atto ma altrettanto certamente più difficile da dirsi che da farsi se mancano la visione necessaria e almeno la volontà di provare di cambiare quelle carte – sempre le stesse, in effetti – fino a oggi sul tavolo montano.

Un esempio significativo al riguardo lo offre lo stesso Michele Comi nel proprio articolo su “montagna.tv” in merito a quanto accaduto in Valmalenco:

Provare a pensare che un singolo minibus può trasportare gli occupanti di molte vetture e liberare dai parcheggi intere cataste di lamiere, oltre ad esporre molto meno le persone ai pericoli di crollo, che non potranno mai essere del tutto eliminati. È un inizio semplice, concreto. Perché non provare ad agire sui comportamenti, e non soltanto sulle opere di contenimento e difesa?

[Il Gruppo del Bernina riflesso in un laghetto nella Valle di Scerscen.]
Ecco. Godere di questi mesi di silenzi profondi e salvifici, lassù oltre la frana di Lanzada, e capire come farne un privilegio peculiare del luogo non facendoci più andare così tante autovetture private come prima, invece che una calamità perché le autovetture private non ci possono andare come prima. Cambiare paradigma, prospettiva, visione, consapevolezza. È difficilissimo da fare solo se non vogliamo farlo. Se invece volessimo, chissà, potrebbero aprirsi dei mondi straordinari che avevamo a portata di mano ma non eravamo capaci di vedere.

A che punto è l’emblematica questione del collegamento sciistico tra Colere e Lizzola?

È ormai passato un anno da quando il “caso Colere-Lizzola” – cioè il progetto da oltre 70 milioni di Euro di collegamento tra i due comprensori sciistici sulle Prealpi bergamasche posti in gran parte sotto i 2000 metri di quota e in zone variamente sottoposte a tutela ambientale – è scoppiato in tutto il suo fragore, echeggiato sulla stampa locale e nazionale nonché nei vari incontri pubblici organizzati al riguardo dai soggetti che si sono mossi contro il progetto e a tutela dei territori montani coinvolti. Qui trovate i numerosi articoli che anch’io gli dedicato.

Un caso che è diventato rapidamente emblematico al pari di altri (Monte San Primo, Vallone delle Cime Bianche, Tangenzialina dell’Alute, le varie infrastrutture olimpiche, eccetera) circa la più opinabile turistificazione delle montagne, in forza dell’enorme investimento previsto – per la gran parte pubblico – a fronte della limitatezza e dell’attrattività del comprensorio sciistico rispetto ad altri ben più grandi e strutturati posta alla stessa distanza da Milano (ovvio bacino d’utenza primario della località), della sua vulnerabilità agli effetti della crisi climatica, del territorio coinvolto estremamente pregiato e delicato, dei bisogni ben diversi e insoddisfatti utili alla quotidianità delle comunità locali, e così via.

Dunque, dopo la pubblicazione del progetto di collegamento definitivo, lo scorso anno, e le varie iniziative di sensibilizzazione e di opposizione ad esso, qual è ad oggi il punto della situazione?

Lo delinea dettagliatamente il recente comunicato stampa delle associazioni che si stanno muovendo contro il progetto, cioè Orobievive, TerreAlt(r)e, Valle di Scalve bene comune, Lipu, APE, Legambiente Bergamo, FAB/Flora Alpina Bergamasca e Italia Nostra, che vi propongo di seguito, ringraziando di cuore Angelo Borroni che me l’ha inviato.

A che punto è il collegamento sciistico Colere-Lizzola?

A maggio 2024 RSI, la società che gestisce il comprensorio di Colere, presenta il progetto di collegamento sciistico delle stazioni di Colere e di Lizzola.

A luglio 2025 le relazioni economica-finanziaria e legale, redatte dai consulenti incaricati dagli stessi Comuni, evidenziano le carenze del progetto che pretende la quota prevalente di investimenti effettuata con denaro pubblico, riservandosi per 60 anni la eventuale redditività dell’impresa.

Questi pareri confermano tutte le obiezioni che in questi mesi sono state indicate dai cittadini di buon senso e dalle associazioni, senza dimenticare la devastazione ambientale che coinvolgerebbe anche la Val Conchetta e l’alta Val Sedornia, finora non antropizzate, compromettendone la bellezza e pure la fruibilità turistica estiva, che viene raccontata come “destagionalizzazione”.

Questo progetto acquisisce di fatto la certificazione di non poter stare in piedi.

Le Amministrazioni devono di fatto prendere atto che il collegamento sciistico non è economicamente e giuridicamente sostenibile: il Comune di Colere ha votato contro la richiesta di RSI di allargare alla Val Conchetta la convenzione già in essere; nel Comune di Valbondione l'inserimento del progetto di collegamento sciistico fra le Opere di Pubblica Utilità viene paradossalmente votato dalla minoranza con l’astensione della maggioranza.

Nel frattempo occorre sottolineare che viene negato l’accesso agli atti per conoscere l’evoluzione del progetto. Il Comune di Colere ha inserito nel suo sito una sezione che dovrebbe comprendere il materiale relativo ai rapporti Comune-RSI, ma in realtà molti documenti non sono pubblicati; invece il Comune di Valbondione nega semplicemente tutte le informazioni dopo ormai più di un anno dalla richiesta.

E la stazione di Colere, come sta?

Il bilancio 2024/2025 di RSI srl, società di gestione della stazione di Colere, è ulteriormente peggiorato rispetto al 2023/2024, in quanto:

a) lo stato patrimoniale fotografa una situazione sicuramente non solida dell’impresa, dove i debiti pesano per oltre il 60% del valore delle strutture e dei beni;

b) il conto economico dice che i costi di gestione sono aumentati, mentre gli incassi sono diminuiti, in quanto gli accessi invernali hanno continuato a calare (da 76000 nel 2023/2024 ai 70000 nel 2024/2025);

c) le perdite di esercizio passano da 328.000 a 1.449.000 Euro, gravate dai costi di gestione, cioè consumi energia elettrica, gasolio e acqua, dai costi per il personale, dal peso degli ammortamenti e soprattutto dagli oneri finanziari, che ammontano a 1.143.000 Euro, dovuti all’indebitamento bancario che ha raggiunto i 18.526.000 Euro, la quota prevalente dei debiti pari a 22.737.000 Euro.

Nel frattempo RSI continua a spendere con la ristrutturazione dell’albergo Pian del Sole al Polzone (costo 8 milioni), con il completamento dell’impianto di innevamento artificiale delle piste e con ulteriori edifici.

Questi interventi si aggiungono ad aggravare la passività nel prossimo bilancio con l’espansione dei costi, con il peso degli ammortamenti e di eventuali ulteriori oneri finanziari.

Ma il progetto non va in soffitta, anzi!

RSI, che ha già in tasca l’opzione di rilevare la società che gestisce Lizzola, ha manifestato l’interesse per la stazione di Spiazzi di Gromo, rendendosi disponibile a integrare il finanziamento (6,6 milioni), già assegnato dal Ministero del Turismo alla locale società di gestione IRIS per la sostituzione della seggiovia Vodala, con la prospettiva di rilevare interamente la società.

Nonostante le evidenze che certificano un incerto futuro per lo sci da discesa, nonostante le incontestabili condizioni climatiche sfavorevoli, nonostante i pareri contrari di tutti i consulenti tecnici (incaricati dai Comuni, su indicazione di RSI) e di tutti i responsabili tecnico/finanziari dei Comuni, i rispettivi Sindaci persistono nel voler portare avanti l'assurdo progetto. Come se si trattasse solo di rimuovere o aggirare fastidiosi ostacoli messi in campo da chissà quali nemici del progresso e non da pareri competenti e responsabili. Ma la parte pubblica, quella che dovrebbe rappresentare l'interesse di tutti noi, davvero intende gettare decine di milioni in progetti elitari e senza prospettive, che sottraggono risorse alle necessità prioritarie delle aree montane?

Ecco, questo è ad oggi lo stato di fatto della vicenda.

In chiusura, il comunicato accenna alle domande presentate da entrambe le società di gestione degli impianti di Colere e di Lizzola al bando del Ministero del Turismo per i comprensori sciistici di recente assegnazione (ne ho scritto qui.): 10 milioni sono stati richiesti da parte di Lizzola per la sostituzione delle proprie tre seggiovie attuali con unica cabinovia, una soluzione pensata per il collegamento ma che penalizza le piste di Lizzola; altri 10 milioni sono invece stati richiesti da Colere per la sostituzione di una delle seggiovie (la “Ferrantino”) del proprio comprensorio. Bene, come si evince dalle graduatorie pubblicate, il bando ministeriale ha respinto la richiesta di RSI (Colere), non ammessa perché la società non rientra nei parametri finanziari, mentre quella di Lizzola è stata classificata 31°, formalmente esclusa dall’assegnazione dei fondi ma in posizione potenzialmente funzionale a un eventuale ripescaggio. In ogni caso l’apposito provvedimento della Direzione ministeriale competente che sancisce la graduatoria definitiva non è stato ancora pubblicato, dunque questo aspetto dovrà essere rivisto prossimamente.

Dunque «ai posteri l’ardua sentenza»? No, niente affatto: per tutte le circostanze in corso il caso di “Colere-Lizzola” credo si risolverà presto e mi auguro in modi assolutamente positivi per il territorio locale e la comunità che lo vive.

Dove portano i ponti? (Su “Orobie Extra”!)

Dopo essere stata trasmessa su “BergamoTV”, trovate on line (e qui sopra) la puntata di “Orobie Extra” – la trasmissione curata e condotta da Cristina Paulato che approfondisce alcuni dei temi più interessanti toccati dal magazine “Orobie” nella rubrica Scenari (la vedete lì sotto, sul numero di ottobre) – dal titolo “Dove portano i ponti?” alla quale ho avuto il privilegio di partecipare per portare il mio pensiero e confrontarmi al riguardo con Walter Balicco, assessore al Turismo del Comune di Dossena nel cui territorio è stato realizzato uno dei ponti tibetani più noti delle montagne lombarde.

Come si afferma nella presentazione della puntata, «Di ponti tibetani, anche sulle montagne lombarde ormai c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sono infrastrutture utili allo sviluppo o modelli lontani dall’ambiente e dalla cultura dei luoghi? Nascono tutti con la stessa finalità: promuovere il territorio, rilanciare il turismo e di conseguenza le economie locali. E almeno inizialmente sembrerebbero anche riuscirci. Il problema semmai è in prospettiva. E soprattutto sul modello di sviluppo che si intende sposare.»

Prospettiva e modello di sviluppo, si rimarca giustamente, ovvero: è una questione innanzi tutto culturale, che concerne l’idea di montagna che vogliamo elaborare e, di conseguenza, i modi con i quali ci vogliamo relazionare con il suo paesaggio, sia in senso turistico che residenziale, nonché con il tempo quale dimensione prospettica di sviluppo che in montagna più che altrove deve essere elaborata diacronicamente, non certo sul presente con lo sguardo soltanto al passato. Altrimenti, oltre alla lunaparkizzazione dei territori montani vi imporremo la museificazione. E la fine certa, inesorabilmente.

Se vi va dategli una visione alla puntata di “Orobie Extra” – la cui redazione ringrazio di cuore per la considerazione che ripongono regolarmente in me e nelle mie opinioni – e poi, come al solito, se volete dirmi che ne pensate a me fa sempre piacere saperlo.