La Valtellina e i suoi prodotti tipici (sì, ma di altri posti!)

Che le località turistiche siano il soggetto – e vengano fatte oggetto – di un marketing sovente aggressivo, il quale punta più alla costruzione di immaginari funzionali ai tornaconti turistici che a una reale valorizzazione dei luoghi, è una pratica diffusa e a volte opinabile ma in fondo comprensibile, almeno in considerazione degli scopi per i quali è elaborata. Che gli slogan con i quali il marketing turistico diffonde i propri messaggi e crea il suddetto immaginario con altrettanta frequenza si basino su vere proprie mistificazioni quando non di falsità belle e buone è qualcosa di inesorabilmente opinabile tanto quanto inaccettabile: perché finiscono per danneggiare i luoghi, le peculiarità identitarie e referenziali che generano il valore di essi e l’attrattività turistica virtuosa, la loro cultura e di rimando la storia sociale delle comunità che li abitano, le quali diventano mere comparse su un palcoscenico dal quale si offre al pubblico una narrazione falsata, inventata, anonimizzante. Una narrazione che trasforma quei territori in non luoghi esattamente come accade in altri modi e con pari nocività, anche se meno visibile e spesso travisata, alla lunga degradandone le potenzialità turistiche per sé stesse e rispetto ad altri luoghi assimilabili.

Il settore enogastronomico, ritenuto motivatamente uno dei principali nelle offerte turistiche contemporanee dei luoghi di pregio proprio perché tra quelli ritenuti capaci di custodire e offrire la cultura e le tradizioni locali, paradossalmente è il settore che forse più frequentemente di altri è soggetto a tali mistificazioni e a narrazioni convenzionali che diffondono falsità – convenzionali all’offerta turistica a chi la gestisce, appunto – ma lo fanno con notevole scaltrezza, così che il turista medio non possa capacitarsi d’essere preso per i fondelli in modi pur tanto palesi. D’altronde, come scrive l’esperto di marketing americano Seth Godin, «Raccontare bene storie, senza mai oltrepassare il labile confine tra bugie e frode, è quello che differenzia il buon marketing da quello inutile.» Ecco, un ottimo esempio al riguardo lo vedete lì sopra: è un’immagine tratta da un sito web di vendita di «prodotti tipici della Valtellina e dell’arco alpino». La didascalia così dice:

«Sapevi che la coltivazione di grano saraceno è rappresentativa per la Valtellina?
Attraverso i secoli il grano saraceno ha acquisito un ruolo significativo come prodotto storico, rappresentativo di un patrimonio di sapori culturali identitari.
Mentre altrove in Italia la coltivazione di questa pianta è quasi scomparsa, nella Valtellina, nonostante la notevole diminuzione della produzione locale, rimane un prodotto straordinario.
La farina di grano saraceno continua a essere l’ingrediente fondamentale per i tipici valtellinesi, divenuti celebri anche al di fuori dei confini con piatti come pizzoccheri, sciàt, polenta taragna e chisciöi.»

Peccato che, come denota sulla propria pagina Facebook l’amico Jonni Fendi, rinomato imprenditore vitivinicolo e agricolo valtellinese (del quale vi parlerò meglio prossimamente),

Per evitare mistificazioni sarebbe interessante sottolineare che attualmente in Valtellina produciamo (io compreso) nemmeno l’1% del grano saraceno che si utilizza nei piatti “tipici” valtellinesi. Difatti il 99% arriva su dei TIR targati Lituania, entra a Teglio, Chiavenna eccetera e poi diviene “magicamente” locale.

Dulcis in fundo, Jonni aggiunge che,

Nell’immagine c’è frumento o farro ma non grano saraceno…

Insomma, capite la sostanza dei fatti.

Di contro, è significativo notare che quel breve testo a corredo dell’immagine non è che dica grosse bugie: semmai non dice la verità su ciò di cui scrive. Ad esempio non dice della provenienza effettiva del grano saraceno “valtellinese”, afferma che la diminuzione della produzione locale è «notevole» ma non dice che lo è al punto da essere quasi scomparsa, dunque non mette in luce che, se pur «coltivazione rappresentativa», ovviamente non può più essere considerata tradizionale e identitaria e di conseguenza non dice che i piatti tipici valtellinesi in verità “tipici” non lo possono essere più se non in forza di una storia ormai confinata nel passato. D’altronde, come potrebbero essere considerati tali se il loro ingrediente fondamentale e maggiormente caratterizzante proviene da centinaia di km di distanza?

Quello è un testo di promozione turistica, simile a tanti altri, che corre lungo il «labile confine tra bugie e frode», come scrive Seth Godin. Ma quali impressioni e quale narrazione di “tipicità locale” può scaturire da una pratica del genere, quale immagine del luogo vi scaturisce? Quale valore culturale identitario si può tutelare in questo modo? Ovvero, di contro: che immaginario genera una narrazione di questo tipo, che vuole far credere cose infondate non solo con le parole ma pure con le immagini?

Purtroppo capita spesso che le località turistiche subiscano quest’onta narrativa e vengano messe in bilico, da chi ne gestisce le sorti commerciali, tra un’omessa realtà dei fatti da una parte e un mix di bugie, frodi e mistificazioni dall’altra, ben oltre qualsiasi limiti ammissibile anche in un’ottica di marketing spinto. Ma poi non ci si lamenti del fatto che molti luoghi turistici siano sempre più omologati ai modelli imperanti, sempre meno rappresentativi e ormai prossimi a poter essere definiti non luoghi! Già, perché in verità non solo le ruspe e il cemento ma pure le parole possono distruggere un territorio, la sua identità e il futuro di chi ci vive: è bene tenerlo presente.

Milano, la città-centro commerciale che svende se stessa e la propria identità

Qualche giorno fa, sono in auto, ascolto la radio. In un notiziario si parla di Merlata Bloom, a Milano.

[Immagine tratta da https://www.merlatabloommilano.com/ ]
«210 negozi, 43 ristoranti tutto sparso su 70mila metri quadrati è il nuovo lifestyle center di Milano!» si dice nel servizio del notiziario.
Ah, dico io, un nuovo centro commerciale!
«Un progetto di pianificazione urbana dal cuore verde!» dice il servizio.
Comunque un ennesimo centro commerciale, dico io.
«Un grande intervento di rigenerazione urbana, un “winter garden” caratterizzato da aree verdi interne e ampie aree finestrate!» dice il servizio.
Mettetela come volete, è in ogni caso un altro megacentro commerciale, dico io.
«Un luogo di incontro e condivisione, che ripensa il tempo libero, le occasioni di socializzazione, il benessere e il rapporto con la natura.» dice il servizio.
Un. Nuovo. Maxi. Centro. Commerciale, dico e ribadisco io.
Ecco.
Risultato:

[Per leggere l’articolo cliccate sull’immagine.]
La pianificazione e la rigenerazione urbana, il benessere, la natura… sì sì, come no.

Nuovamente, incessantemente, pervicacemente, Milano svende la propria anima al consumismo più spinto e sfrenato, mettendo sul mercato la propria identità a favore delle brame degli immobiliaristi, dei signori della gentrificazione, del cemento, del panem et commercium «accaventiquattro», come si dice oggi.

Come scrive Lucia Tozzi nel suo illuminante libro L’invenzione di Milano, quella in atto è «la privatizzazione della città pubblica, dei suoi spazi e delle sue istituzioni sociali e culturali» a danno innanzi tutto dei suoi abitanti naturali, i milanesi, che infatti se ne stanno andando dalla città, allontanati e espulsi dal suo corpo urbano. Ovvero, come scritto altrove sempre a proposito del libro, «Milano propone una grande illusione collettiva, una grande allucinazione, dove ciò che rimane è la disneyficazione delle città e la foodification.»

A ben vedere, il vero maxi centro commerciale, a Milano, è la stessa città, sottratta ai milanesi e svenduta ai forestieri – bravissime persone e piene di belle idee e buona volontà, sicuramente, ma che non c’entrano nulla con l’anima cittadina, con il Genius Loci meneghino, con la sua dimensione storica urbana.

D’altro canto, è bene rimarcarlo come fa “Milano Today” nell’articolo dal quale ho ricavato buona parte delle citazioni lì sopra, il nuovo centro commerciale “Merlata Bloom” è stato edificato

su un’area che fino a qualche anno prima di Expo era completamente agricola

nella città che è già la più cementificata d’Italia. Un primato del quale evidentemente va molto fiera e che vuole consolidare il più possibile. E intanto incombono le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, altra ottima occasione per ulteriori perversioni urbanistiche di vari ordini e gradi.

Be’, addio, meravigliosa Milano. Città tanto sublime nella forma architettonica, così degradata nella sostanza urbana e civica. Chissà, magari tornerai in te prima o poi. Magari invece no, e forse è giusto così.

Turismo in montagna: si può trovare un equilibrio tra “eccessivo” e “essenziale”?

(P.S. – Pre Scriptum: articolo pubblicato su “Il Dolomiti” sabato 9 settembre 2023 – vedi in calce al testo.)

«Salvaguardiamo la pace e la tranquillità di certe zone dallo squallore che vediamo nelle città…»

«Se la cena stellata serve a far rendere di più l’impianto e guadagnare due soldi al cuoco e a chi ci lavora non vedo il problema…».

Sono due passaggi estratti dai commenti su Facebook dell’articolo de “Il Dolomiti” del 26 luglio scorso, intitolato “In montagna sempre più ‘attrazioni turistiche’ inutili”, dagli aperitivi alle cene stellate in cabinovia, il parere del Cai Alto Adige: “Serve un ‘ritorno’ all’essenziale” – cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo. Carlo Alberto Zanella, presidente della sezione altoatesina, nel commentare la cena stellata in cabinovia realizzata a Madonna di Campiglio, afferma che «In montagna abbiamo costruito panchine giganti e ogni tipo d’attrazione per turisti. Pur di accontentare un certo tipo di ‘clientela’ ci si inventa qualsiasi cosa. Così facendo, però, si va a perdere la vera essenza dell’esperienza in quota»: articolo  e dichiarazioni che, inevitabilmente, hanno scatenato la solita diatriba – con altrettanto solite ruvidezze verbali – tra pro e contro, la quale ancora oggi, a qualche settimana dalla pubblicazione, vedo rimbalzare sul web citata e commentata da molti utenti. D’altro canto è un tema di discussione che non nasce certo oggi e che avrà valore crescente nel prossimo futuro, viste le cronache al riguardo giunte dalle montagne italiane in questa estate ancor più che nelle precedenti – e chissà in quelle future, se l’andazzo resterà immutato!

In concreto, la denuncia del Cai Alto Adige fotografa una situazione ormai diffusa sulle nostre montagne, appunto, che se da un lato è propria del turismo contemporaneo in generale, per le cui modalità vigenti sembra che ogni cosa debba essere necessariamente spettacolarizzata, anche l’esperienza più naturale, dall’altro appare spesso priva del più logico senso del limite e di una consapevolezza culturale che, in un ambiente di valore assoluto come quello montano, dovrebbe rappresentare la base ineludibile di ogni cosa. La denuncia Cai è dunque giusta e necessaria e vada un plauso alla sezione altoatesina che ha una posizione ben chiara riguardo questioni, a differenza di altre sezioni e dello stesso Cai nazionale sovente più ambiguo – almeno fino a oggi. D’altro canto le osservazioni di quei due commenti antitetici sopra citati, relativamente al rispettivo punto di vista, sono parimenti comprensibili: è vero che la montagna troppe volte, e in modi francamente inaccettabili, imita la città ovvero da essa e dal suo modus vivendi consumistico si fa colonizzare, generando situazioni alienanti e culturalmente degradanti, ma è anche vero, posto il turismo e le sue infrastrutture come parte integrante e per certi versi al momento ineludibile– nel bene e nel male – che una fruizione intelligente di esse rappresenta un’opportunità valutabile quando non un’esigenza economica inevitabile, in relazione al sostentamento finanziario di chi le gestisce. Certo, qualcuno dalle posizioni particolarmente radicali potrebbe anche concludere che sia meglio falliscano, gli impianti e chi li gestisce, così da imporre lo smantellamento delle opere e la rinaturalizzazione del territorio: ma tale ipotesi, anche al netto delle problematiche conseguenti, parrebbe piuttosto utopica, per ora.

Il Cai Alto Adige ha ragione, ribadisco. Posto ciò chiedo: tra l’essenziale invocato dal suo presidente e l’eccessivo cagionato da certe iniziative turistiche ci potrebbe essere un equilibrio, un compromesso accettabile? Personalmente credo di sì, che ci possa essere e anzi che debba essere ricercato a prescindere, ovvero che si debba trovare il modo di ricondurre l’eccessivo all’essenziale per evitare le esagerazioni del primo ma senza pretendere la radicalità del secondo e ferma restando la più ampia e strutturata salvaguardia del territori, dell’ambiente naturale e del paesaggio relativo, patrimoni comuni di inestimabile valore che non possono essere né degradati da manufatti decontestuali e nemmeno banalizzati da visioni e immaginari creati ad hoc solo per farne un bene da mercanteggiare e vendere. Il che significa anche porre un limite al turismo di massa incontrollato nei territori di pregio come quelli montani – fenomeno che purtroppo fa gola a certi ambienti turistici, meramente convinti che «più turisti ci sono più soldi si fanno» (cosa sostanzialmente falsa che per di più ignora al contempo i tanti effetti collaterali dell’overtourism) – per riportarlo entro limiti nei quali la quantità venga sottoposta a parametri di qualità, turistica e ancor più culturale, della presenza nel territorio e della fruizione dei suoi paesaggi: una pratica che peraltro genera pure fidelizzazione con i luoghi e dà sostanza a un bacino turistico che può mantenersi costante nel tempo – in quantità e qualità, nuovamente – a vantaggio di tutti gli stakeholders locali.

Per fare un esempio tra i tanti possibili, citando il caso di Madonna di Campiglio che ha fatto da “ispirazione” al Cai Alto Adige per le sue considerazioni: si vuole offrire ai turisti la cena stella in cabinovia? Va bene, ma solo se tale iniziativa venga inserita in una proposta nella quale il turista, nello stesso contesto, non solo abbia l’opportunità di mangiare prelibatamente ma pure di imparare qualcosa sul territorio e sulle montagne sorvolate e raggiunte dall’impianto, dunque che possa portarsi a casa non soltanto una mera e pur suggestiva esperienza a favore della pancia ma anche una a favore della mente e dell’animo, quanto mai importante proprio per la più autentica valorizzazione del territorio in questione e al contempo per la fidelizzazione turistica ad esso. D’altro canto una cena stellata su un impianto di risalita in sé è un evento da non luogo, autoreferenziale, ripetibile ovunque senza bisogno di contestualizzazione geografica e culturale: può portare turisti meramente interessanti alla novità ma non porta alcun beneficio di medio-lungo termine per la località. E questo è un principio che vale per qualsiasi altra pratica turistica che pretenda di conseguire risultati meramente commerciali eludendo quelli culturali, ovvero ciò di cui ha bisogno la montagna per strutturare uno sviluppo durevole nel tempo.

L’essenzialità non è il non fare nulla, come chi sostiene certe iniziative turistiche vorrebbe far credere, ma è fare cose, qualsiasi esse siano, che posseggano un’essenza, un’anima, un senso benefico per il luogo, un contenuto che arricchisca l’esperienza sensoriale e culturale dei visitatori riguardo il valore del luogo. È una cosa fondamentale, questa, irrinunciabile per un turismo di qualità in territori di qualità come sono quelli montani che non possono e non devono in nessun modo essere ridotti a non luoghi turistici ovvero in prodotti da vendere e consumare. Se ciò accadesse – e purtroppo accade, in certe località – sarebbe (è) un autentico crimine morale.

Una montagna di slogan pubblicitari

È comprensibile che chi gestisce il turismo in montagna ci costruisca sopra un apposito marketing dal quale ricavarci allettanti slogan per attrarre clientela. Non è comprensibile, anzi, è inammissibile che attraverso questi slogan sia veicolata una visione prettamente consumistica della montagna, esattamente come se il suo territorio sia assimilabile a quello di un litorale marino attrezzato o a una città ricca di attrazioni e divertimenti. Come se fosse il turismo a stabilire l’identità e il valore culturale delle montagne e lo faccia attraverso i numeri degli utili che intende conseguire: così che, si tratti di un alpeggio a 2000 m di quota, di una spiaggia sul mare o del centro storico di una città, l’importante è ricavarci più tornaconti possibile. Ne scaturisce una inevitabile diseducazione dei turisti, convinti a forza di slogan che in montagna si possa andare come in qualsiasi altro luogo turistico, che ci si possa fare ciò che si vuole, che tutto sia a disposizione, usufruibile, consumabile, basta pagare un biglietto e amen. E che a tale situazione si possano tranquillamente adattare i propri comportamenti, perché l’importante non è conoscere il luogo nel quale ci si trova ma trovare più sollazzo possibile per se stessi.

D’altro canto in quota ci si arriva in auto su larghe strade asfaltate, si lasciano in megaparcheggi uguali a quelli dei centri commerciali fuori città, si sale in comode funivie senza nemmeno togliersi le infradito, i sentieri sono spianati come nei giardini pubblici, per attraversare il ponte tibetano c’è la coda come in metropolitana e al rifugio c’è pure la “cena gourmet” come nei migliori ristoranti cittadini… quindi che differenza fa?

E se sull’alpeggio a 2000 m di quota non ci sono cestini fa nulla, si butta il fazzoletto di carta o il mozzicone di sigaretta in terra che tanto qualcuno prima o poi raccoglierà e pulirà, sarà pur compreso nel prezzo pagato un tale servizio, no? D’altro canto è solo un mozzicone, solo una pallottola di carta in mezzo a tutta quella «natura incontaminata» come dice l’ennesimo slogan… che sarà mai?

P.S.: il disegno in testa al post è di Michele Comi, come al solito un’ottima ispirazione per riflettere sui temi inerenti la frequentazione contemporanea delle montagne.

Notare molte cose del paesaggio ma vederne poche

Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.201; orig. Der Gotthard, 1897.)

Già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel “turista”, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale, senza che si crei un’autentica relazione (reciproca) con i luoghi visitati e i loro paesaggi. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludico-consumistica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile sia al visitatore e sia al luogo visitato (salvo qualche fugace e illusorio tornaconto per il commercio locale).