Il grande Ettore Castiglioni e un “piccolissimo” sindaco

Mi ha lasciato a dir poco sconcertato la lettura della notizia che a Ruffré, in provincia di Trento, è stata negata la posa di un monumento commemorativo a Ettore Castiglioni, uno dei più grandi alpinisti italiani di sempre nonché personaggio di grandissime doti intellettive e umane, nativo proprio della piccola località trentina. Ciò perché Castiglioni, che durante la guerra fu sottotenente degli Alpini, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 aderì al movimento partigiano e contribuii attivamente a mettere in salvo centinaia di ebrei perseguitati dalle leggi razziali e di antifascisti (tra i quali il futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi), mentre il sindaco del suo paese natale, protagonista del diniego, è membro attivo di un gruppuscolo neofascista attivo in Trentino/Sud Tirolo. Questo è quanto.

Mi ha lasciato sconcertato, appunto, e disgustato, constatare che nella nostra società civile ci siano individui come siffatto sindaco (!), così palesemente al di fuori da qualsivoglia margine democratico e di libertà d’espressione, e così pervicacemente sguazzanti in un passato fatto di disgustoso fango (e magnanimamente scrivo “fango”, non altri termini più turpi che tuttavia sarebbe perfettamente giustificati) che rifiuta di vivere il presente rendendosi antitesi di qualsiasi futuro – un elemento che qualsiasi società realmente civile dovrebbe rigettare, non certo eleggere a cariche istituzionali. Ognuno può sostenere qualsivoglia ideologia politica, anche la più sovversiva, ma nessuno può farlo negando e infangando la storia attraverso atteggiamenti ipocriti, retrivi e anticulturali. La presenza di individui come il suddetto sindaco è innegabilmente d’intralcio a qualsiasi buon progresso della società di cui tutti facciamo parte e della civiltà che ne deve animare la vita quotidiana – al di là, ribadisco, di qualsiasi ideologia e posizione politica: siamo al di là di ciò, appunto, oltre ogni pensabile margine di tolleranza civica.

D’altro canto, una personalità così alta e luminosa come quella di Castiglioni non subisce certo la bieca meschinità di certi personaggi dalle azioni tanti significative circa la loro reale natura, della quale peraltro finiranno per soccombere inesorabilmente. Per Ettore Castiglioni, invece, continuano a parlare le grandi imprese alpinistiche e la sua esemplare avventura umana, eternate nella storia e nel tempo a beneficio degli spiriti più grandi e liberi.

P.S.: qui potete vedere il trailer del film Oltre il Confine – La Storia di Ettore Castiglioni. Cliccando sull’immagine in testa al post potrete invece leggere l’articolo di Andrea Tognina Ettore Castiglioni, un alpinista in cerca di libertà, uscito su swissinfo.ch

INTERVALLO – Ardez (Svizzera), Biblioteca Chasa Plaz

All’interno di una casa storica nel villaggio di Ardez, in Bassa Engadina (Canton Grigioni, Svizzera), un progetto del giovane architetto grigionese Men Duri Arquint (realizzato nel 2011) risponde in maniera efficace alla richiesta programmatica di una piccola biblioteca privata, operando un singolare esperimento costruttivo. Nel fienile inserisce due scatole adiacenti collegate da un passaggio: una stanza dotata di scaffali per i libri e una sala di lettura con vista sulle montagne. Le scatole, strutturate da una maglia intrecciata di travi di legno massiccio, sono appese alla struttura del traliccio del tetto esistente e lasciano uno scenografico volume vuoto attorno.

Un bellissimo esempio di architettura contemporanea al servizio della cultura e, al contempo, della cura e conservazione d’una tipica tradizione edile di montagna, identitaria per un’intera regione alpina.

Cliccate sulle immagini per saperne di più, da un articolo tratto da espazium.ch

Il clima che cambia, l’indifferenza della castagna e quella dell’uomo

24 settembre. Autunno.
All’esterno, quasi 27°, all’interno oltre 25. Condizionatori ovunque in azione, per le strade gente in bermuda e canottiera; al Sole si suderebbe copiosamente se non fosse per il vento che, almeno qui, allevia dal calore che pare quello di piena estate, quasi.
Già: siamo in autunno e sembra luglio.

È una situazione che qualsiasi spirito sensibile non può che definire inquietante, segno drammatico del cambiamento climatico in atto il quale, il timore sorge spontaneo, è forse ben più presente di quanto si creda, o di quanto ci facciano credere.
Inquieta questo clima così inopinato, e inquieta quella percezione di indifferenza verso un cambiamento tanto radicale e stravolgente che a volte colgo palese in molte persone. Un’indifferenza in parte dovuta anche al senso di impotenza che facilmente sorge (purtroppo ci risulta ancora difficile concepire che il singolo individuo, nel suo apparente “piccolo”, possa fare qualcosa contro un tale cambiamento planetario – concezione del tutto sbagliata, ça va sans dire) ma, io credo, derivante pure dall’impressione che ai potenti del mondo in primis (salvo rare eccezioni) la cosa non interessi più di tanto, o comunque non a sufficienza da prendere iniziative veramente radicali, efficaci e concrete al fine di cercare di mitigare l’effetto antropico sul clima. Il cambiamento climatico è questione già evidente adesso ma i cui effetti saranno via via più deleteri nel futuro, tra 10, 20 o 100 anni, ovvero ben al di là dell’attuale orizzonte politico-elettorale: così, non solo ci si permette ancora di tergiversare sui punti e sulle virgole di trattati e di trattatelli, durante i vari summit sul clima, ma addirittura finisce che leader antiscientisti e negazionisti (i quali, per quanto mi riguarda, in forza di tali posizioni dovrebbero essere messi al bando dalla scena politica) salgono al potere, arrecando ulteriori danni ai propri paesi e facendo perdere tempo prezioso all’intero pianeta nella messa in atto delle azioni per il contenimento del cambiamento climatico.
Sempre che, sia chiaro, non si sia già superato il punto di non ritorno, come qualche scienziato ritiene. Di certo, ribadisco, siamo solo all’inizio della manifestazione degli effetti del cambiamento climatico. Il peggio deve ancora venire – e non è una semplicistica affermazione catastrofista, questa, ma un palese dato di fatto: basti pensare alle Alpi che, al momento, di ghiacciai ne hanno ancora (e i ghiacciai sono i più importanti serbatoi di acqua potabile per i territori prossimi alla catena alpina) ma, se le previsioni scientifiche si rivelassero corrette, tra soli 100 anni non ne avranno praticamente più.

Poi, ieri, durante uno dei miei frequenti vagabondaggi montani, mi sono ritrovato in un bosco di vecchi castagni e la mulattiera che ho percorso era in diversi tratti tappezzata di ricci aperti, con il loro prezioso contenuto di castagne mature ben in vista – la foto in testa al post ne è valida testimonianza, spero.
Vedendoli, mi sono ritrovato a pensare che, a quanto pare, la castagna se ne frega dei cambiamenti del clima: lei il proprio buon ciclo biologico lo sta attuando come sempre, nonostante la temperatura che nulla ha a che vedere con l’autunno – stagione della quale da sempre la castagna è simbolo primario.
Di conseguenza, ho pensato e penso pure che, in effetti, la Natura sa perfettamente adattarsi a cambiamenti climatici pur così poco naturali come quelli in corso. Il tempo della Terra (cit. Davide Sapienza) consente il giusto ritmo di adattamento, la necessaria resilienza, la capacità di rimettere le cose in un ordine naturale, appunto. L’uomo invece no, non saprà mai fare tutto ciò, il suo tempo forzatamente ultraveloce e sempre affannosamente alla rincorsa del nulla consumistico non gli consente nessuna resilienza e nessun adattamento, per il semplice motivo che l’umanità ha bisogno di ciò che la Terra offre in relazione a un ben determinato range climatico. Insomma, ad esempio: se non ci saranno più ghiacciai sulle Alpi ci sarà molta meno acqua nei fiumi e nei laghi, molta meno nelle falde acquifere e dunque negli acquedotti pubblici e nelle tubature per l’irrigazione agricola – sperando poi che pure le precipitazioni atmosferiche non diminuiscano. La vita umana quotidiana e ordinaria ne sarà inevitabilmente compromessa, almeno per sotto molti aspetti: e come farà l’uomo ad adattarsi in breve tempo a ciò se non saprà come recuperare l’acqua che per millenni ha avuto a disposizione, e sulla qual ampia disponibilità ha costruito e consolidato un certo modus vivendi?

Non dovremmo dimenticare mai che, se l’uomo ha un bisogno a dir poco imprescindibile della Terra – di una “certa” Terra e di un buon clima su di essa – e delle risorse naturali da essa fornite per vivere al meglio, la Natura non ha invece alcun bisogno dell’uomo. Anzi, visti i danni che la “civiltà” umana ha arrecato al pianeta, soprattutto negli ultimi due secoli, sarebbe solo un gran vantaggio se ne potesse fare a meno. D’altro canto siamo animali, restiamo animali, anche questo il saccente homo technologicus contemporaneo dovrebbe ricordarselo più spesso: siamo parte di un sistema biologico generale che, più contribuiamo a danneggiare, più ci si ritorcerà contro. La castagna il suo ciclo biologico lo sa ben preservare, nonostante tutto; noi il nostro no, quantunque ci crediamo ormai assurti al rango di invincibili “semidei” – ma poi bastano due giorni di pioggia forte o di neve per mandare in crisi profonda la nostra presuntuosa civiltà…
È questa, in fin dei conti, la più grande e paurosa inquietudine che sorge, in chi come il sottoscritto, guarda il calendario e, accanto, la temperatura segnalata dal termometro, e poi spera che un vero inverno prima o poi venga ancora, alla faccia di tutti quelli che credono sia tanto piacevole poter girare in bermuda e infradito nel pieno dell’autunno.

La Svizzera (e la “Svizzeritudine”), secondo Gottfried Keller

Seldwyla, secondo l’antica parlata, indica una località solatia e deliziosa, che si trova da qualche parte in Svizzera. Essa è ancora circondata da alte mura e torri, come lo era trecento anni fa, ed è rimasta sempre lo stesso nido; l’originale e profondo intendimento di questo insieme è stato consolidato dalla circostanza, che gli stessi fondatori della città, si erano posti a una buona mezz’ora da un fiume navigabile, con il chiaro segno, che non se ne sarebbe fatto nulla. Ma essa è sistemata bene, nel mezzo di verdi monti, troppo esposti a mezzogiorno, cosicché il sole la può investire appieno, ma neppure un alito di vento la sfiora. Così vi cresce attorno alle antiche mura un buon vitigno, mentre più in alto sui monti si estendono zone boscose, che costituiscono il patrimonio della città; perciò è questo stesso un emblematico e curioso destino, che la comunità sia ricca ma la cittadinanza povera e precisamente che nessuna persona di Seldwyla abbia qualcosa e nessuno sappia, di che cosa essi da secoli vivano.

(Gottfried Keller, Kleider machen leute (“Gli abiti fanno le persone”) in Die Leute von Seldwyla (“La gente di Seldwyla”), 2a ed. 1873-1874.)

Gottfried Keller in un disegno di Karl Stauffer-Bern del 1887

Quella descritta da Keller, scrittore “nazionale” svizzero per eccellenza ovvero uno dei più significativi in senso assoluto della letteratura elvetica (ma pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano), è una località immaginaria, Seldwyla, che tuttavia compendia in modo letterariamente efficace i principali caratteri della Confederazione e delle sue genti: il paesaggio montano e boscoso (patrimonio della città così come della Svizzera reale, innegabilmente) e la cura agricola delle terre (i vitigni) ma pure la difesa di esse (le alte mura e le torri), la concretezza degli abitanti (il fondare la città a mezz’ora da un fiume navigabile) così come una certa condizione sociale, e socioeconomica, che per certi versi è emblematica anche per la contemporaneità elvetica. Come si può leggere su Wikipedia nella voce dedicata alla novella da cui è tratto il testo qui citato, “Persone di poche parole, gli abitanti di Seldwyla, ridono raramente e non perdono tempo ad immaginare storielle divertenti ed altre amenità. Essi non vogliono saperne di politica, che, secondo loro, conduce spesso a guerre, che loro, essendo da poco arricchiti, temono più del diavolo.

Ecco: svizzeri, appunto. Oggi che è il 1° di agosto, la Festa Nazionale Svizzera, anche di più.