Il bello del “brutto”

Mattina di pioggia, leggera ma costante, la temperatura fresca, le nubi basse che da una certa quota in su nascondono le montagne, nessuna speranza che a breve torni il Sole. La strada, solitamente assai trafficata, non a caso è quasi vuota.

C’è “brutto” insomma. Si dice così, in queste circostanze.

Per me è il momento ideale per una bella passeggiata attraverso luoghi inopinatamente quieti e deserti i quali, per le condizioni del momento, tornano a essere più genuini, più sinceri, più colorati e luminosi, con la pioggia che lucida e rinvigorisce la Natura circostante. Più accoglienti, per come si possa godere di una relazione con il paesaggio meno disturbata e per ciò più attenta.

Fermarsi ad ascoltare il ticchettio della pioggia sulle chiome arboree, il fluire dei torrenti, il canto degli uccelli nel bosco, respirare gli effluvi del sottobosco madido, osservare le forme degli elementi naturali d’intorno, a volte organicamente armoniose, altre volte morfologicamente tese, intuire, immaginare, percepire la generale coerenza ambientale, l’impressione di un antico, peculiare equilibrio ristabilito.

E la speranza che non smetta di piovere, almeno per qualche momento ancora. Per goderne ancora un po’ e dare maggior “volume” alla memoria del qui e ora, dello stare nell’essere e viceversa.

Certe persone non sanno quanto bello si perdono, quando c’è “brutto”. Già.

P.S.: clic.

Una cartolina dalla Val Poschiavo

«C’era in cima al pendio che declina in boschi e prati dal Sassalbo verso il lago di Poschiavo, un’alpe; la quale, fossero i sassi di cui una volta era ingombro, fossero le belle rocce del Sassalbo che vi risplendevano sopra, si chiamava (e ancora si chiama) Sassiglione. Lassù s’erano raccolti un bel giorno i pastori a fare il burro. Mentre se ne stavano a lavorar di lena, chi ad affaticarsi presso la zangola, chi a sbracciare ne’ tini dentro la bella pasta del burro che ben si rappigliasse, ecco arrivare una frotta di quei selvaggi. Come se fosse apparso il diavolo! I poveri restarono tutti senza fiato a guardare i musi d’orso dei sopraggiunti. Costoro invece come se fossero gente di casa, dan mano al latte, lo versano nelle zangole e in men che non si dica ne cavano il più bel burro biondiccio e compatto da far gola anche a un morto. Eppoi addosso al siero del latte, lo riversano nelle caldane, fanno fuoco, soffiano, mestolano e alla fine davanti agli occhi dei pastori intontiti ne vuotano gran copia di bella cera profumata e limpida. E cociando allegramente ripartano via all’improvviso come erano venuti. E gli uomini tant’erano spaventati e stupiti, nemmeno seppero ricordarsi dello strano gioco e, prova e riprova, essi non riuscirono mai a cavar dal siero del latte la preziosa cera delle api.»

Questa è una delle più suggestive leggende sul tema dell’Uomo Selvatico, che da qualche tempo sto indagando e studiando per il suo notevole valore emblematico rispetto all’ambito culturale montano. Uno dei tratti comuni di queste narrazioni vernacolari è la testimonianza della sapienza ancestrale posseduta dai selvatici, in particolare circa l’arte casearia, che trasmettono agli umani i quali si dimostrino amichevoli; la leggenda poschiavina offre una curiosa variante a tale narrazione.

La montagna dalle rocce chiare ritratta nella cartolina (la cui immagine viene da qui), è proprio il Sassalbo citato nella leggenda – oronimo che significa giustappunto “sasso bianco” – la cui mole domina buona parte della Val Poschiavo, uno dei territori della Svizzera italiana posti sul lato meridionale dello spartiacque alpino. La posizione della valle, sorta di ponte geografico, storico e culturale tra la regione culturale italiana e quella elvetico-germanica, ha probabilmente agevolato la generazione di narrazioni di matrice mitico-leggendaria con protagonisti streghe, santi, salvanchi (così vengono chiamati in zona i selvatici) e creature variamente fantastiche, delle quali la zona è oltre modo ricca. Se ne volete sapere di più, al riguardo, qui trovate un bel volume che tratta l’argomento.

Soglio in “fasce”

L’affascinante opera grafica qui sopra riprodotta è uno dei frutti del rilevamento compiuto nel 1983 a Soglio, il bellissimo villaggio della Val Bregaglia (sul quale ho già scritto qui), dagli studenti di architettura della scuola di ingegneria dei due semicantoni di Basilea sotto la direzione del noto architetto svizzero Michael Alder e pubblicato nel volume del 1997 Soglio: Siedlungen und bauten / Insediamenti e costruzioni (testo oggi fuori commercio, purtroppo).

L’opera illustra le costruzioni nelle diverse fasce altitudinali del territorio comunale evidenziandone in maniera tanto immediata quanto chiara la relazione con la porzione di riferimento del territorio locale: dal basso in alto si passa dal fondovalle, dove è ancora presente la vite (800-900 m), alla zona dei castagneti (900-1100 m), dominata dal villaggio terrazzato. Al di sopra del paese seguono poi i monti bassi, la fascia inferiore di alpeggi sopra il limite di crescita delle latifoglie (1500 m), e i monti alti, la fascia superiore, appena al di sotto del limite di crescita delle conifere (2000 m), il massimo limite altitudinale dell’antropizzazione nel territorio di Soglio.

L’immagine (cliccateci sopra per ingrandirla) è tratta dalla voce “Soglio” del Dizionario Storico della Svizzera, che potete consultare qui.

In viaggio con le mucche, e con Calvino

Con la stagione primaverile ormai piena che conta a breve di raggiungere maggio e avanza rapida verso la calura estiva, sta tornando il tempo della transumanza e della prima monticazione verso i maggenghi. Giusto a proposito di pascoli e mucche e dell’articolo al riguardo che ho pubblicato qui qualche settimana fa, cercando sul web alcune cose sull’argomento mi è saltato fuori il seguente bellissimo racconto di Italo Calvino Un viaggio con le mucche, datato 1954 e compreso nell’antologia I Racconti pubblicata da Einaudi nel 1958, nel quale il grande scrittore rende perfettamente l’idea del transito degli animali diretti verso i monti e della dimensione di preziosa naturalità che si portano appresso. Ve ne propongo la prima parte, alla fine della quale troverete il link per leggerlo nella sua interezza (grazie al blog traalpiepascoli.wordpress.com che l’ha pubblicato.)

[Foto di CamDib, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

I rumori della città che le notti d’estate entrano dalle finestre aperte nelle stanze di chi non può dormire per il caldo, i rumori veri della città notturna si fanno udire quando a una cert’ora l’anonimo frastuono dei motori dirada e tace, e dal silenzio vengon fuori discreti, nitidi, graduati secondo la distanza, un passo di nottambulo, il fruscio della bici d’una guardia notturna, uno smorzato lontano schiamazzo, ed un russare dai piani di sopra, il gemito d’un malato, un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore. Finché comincia dall’alba l’orchestra delle sveglie nelle case operaie, e sulle rotaie passa un tram. Così una notte Marcovaldo, tra la moglie e i quattro figli che sudavano nel sonno, stava a occhi chiusi ad ascoltare quanto di questo pulviscolo di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse finestrelle, fin in fondo al suo seminterrato. Sentiva il tacco veloce e ilare delle donne in ritardo, la suola sfasciata del raccoglitore di mozziconi dalle irregolari soste, il fischiettio di chi si sente solo, e ogni tanto un rotto accozzo di parole di un dialogo tra amici, tanto da indovinare se parlavano di sport o di ragazze. Ma nella notte calda quei rumori perdevano ogni spicco, si sfacevano come attutiti dall’afa che ingombrava il vuoto delle vie, e pure sembravano volersi imporre, sancire il proprio dominio su quel regno disabitato. In ogni presenza umana Marcovaldo riconosceva tristemente un fratello come lui inchiodato anche in tempo di ferie a quel forno di cemento cotto e polveroso, dai debiti, dal peso della famiglia, dai salari scarsi o nulli.
E come se l’idea d’un impossibile vacanza gli avesse subito schiuse le porte d’un sogno, gli sembrò d’intendere lontano un suono di campani, e il latrato d’un cane, e pure un corto muggito. Ma aveva gli occhi aperti, non sognava: e cercava, tendendo l’orecchio, di trovare ancora un appiglio a quelle vaghe impressioni, o una smentita; e davvero gli arrivava un rumore come di centinaia e centinaia di passi, lenti, sparpagliati, sordi, che s’avvicinava e sovrastava ogni altro suono, tranne appunto quel rintocco rugginoso.
Marcovaldo s’alzò, s’infilò la camicia, i pantaloni.
– Dove vai?- disse la moglie che dormiva con un occhio solo.
– C’è una mandria che passa per la via. Vado a vedere.
– Anch’io! Anch’io! – fecero i tre bambini che sapevano svegliarsi al punto giusto.
Era una mandria come ne attraversavano nottetempo la città, al principio dell’estate, andando verso le montagne per l’alpeggio. Saliti in strada con gli occhi ancora mezz’appiccicati dal sonno, i bambini videro il fiume delle groppe bigie e pezzate che invadeva il marciapiede, e strisciava contro i muri ricoperti di manifesti, le saracinesche abbassate, i pali dei cartelli di sosta vietata, le pompe di benzina. Avanzando i prudenti zoccoli giù dal gradino ai crocicchi, i musi senza mai un soprassalto di curiosità accostati ai lombi di quelle che le precedevano, le mucche si portavano dietro il loro odore di strame e di fiori di campo e latte e il languido suono dei campani, e la città pareva non toccarle, tanto erano già dentro il loro mondo di prati umidi, nebbie montane e guadi di torrenti.

[Continua qui.]

Costruire bene in montagna (si può)

[Immagine tratta da caminada-architekten.ch.]

Nei cantoni Berna, Grigioni e Vallese ci sono tante stalle e fienili sparsi nel paesaggio montano. Ormai non li usa più nessuno: non accolgono né mucche né attrezzi del contadino. Cosa farne? Lasciare che la natura se ne impossessi, demolirli oppure trasformali in case di vacanza?
«Dipende dal tipo di stalla», dice l’architetto grigionese Gion A. Caminada, professore al Politecnico federale di Zurigo ed esperto in materia. La questione centrale a cui bisogna rispondere è la seguente: dove si trova la stalla? In un villaggio, in un prato o in un pascolo?
«Anch’io posseggo alcune stalle a Vrin. Mio padre era contadino», racconta Caminada. «Anche se non le usano più, gli abitanti del posto cercano di preservarle perché hanno una relazione con queste costruzioni». Nell’ambito della sua attività di architetto, Caminada ha ristrutturato stalle, ad esempio a Fürstenau dove ha trasformato una stalla nella pensione ‘Casa Caminada’.
L’architetto non ha alcun dubbio sul destino delle stalle nella natura: devono sparire se non vengono più usate dagli agricoltori. «I nostalgici sostengono che sono una caratteristica del paesaggio svizzero. Ma duecento o trecento anni fa non c’erano ancora. Il territorio era coperto da foreste». Il paesaggio intatto non esiste. È un’idea dell’essere umano. Chi converte i fienili in abitazioni non preserva un patrimonio culturale; lo distrugge. «La cultura è più di un’immagine».

Swissinfo” ha pubblicato qualche giorno fa un interessante articolo dal titolo Si può trasformare una stalla in una casa di vacanza? e il cui sottotitolo enuncia il tema, di grande importanza per i territori alpini (e non solo), che tratta: «Molte persone sognano di avere una casa in montagna. Le possibilità di acquistarne una sono poche e poi non è proprio alla portata di tutti. Nelle Alpi ci sono innumerevoli stalle e fienili vuoti e in disuso. E allora ci si chiede se sia meglio demolirli o ristrutturarli

[Uno scorcio del villaggio di Vrin, nel Canton Grigioni. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Dall’articolo, che potete leggere nella sua interezza qui, ho tratto e pubblico lì sopra i passaggi con gli interventi di Gion A. Caminada, architetto svizzero tra i più importanti e apprezzati nel campo della progettazione in aree montane. L’esperienza di Caminada risulta alquanto emblematica anche per come si sia manifestata, tra le altre cose, nella gestione del processo rigenerativo sociale, economico, urbanistico e di rimando culturale del villaggio svizzero di Vrin, in Val Lumnezia, dove Caminada è nato e del cui paesaggio antropico, dagli anni Ottanta-Novanta in poi, è diventato una sorta di nume tutelare, ripensando gli spazi pubblici e della vita sociale, ristrutturando abitazioni e edifici di lavoro, contribuendo a sostenere filiere economiche circolari basate in loco e ridefinendone l’estetica architettonico-urbanistica tra salvaguardia della tradizione e possibilità d’innovazione. Il tutto per attivare una rivitalizzazione dell’anima del luogo così da rigenerare conseguentemente la sua vitalità sociale, contrastando i fenomeni di spopolamento e abbandono delle attività lavorative locali ovvero creando opportunità concretamente valide per restare a vivere e lavorare nel piccolo villaggio, oltre a salvaguardare l’identità culturale del luogo dandole solide basi contemporanee che custodiscono il passato e sostengono il futuro.

[Immagine tratta da www.reddit.com.]
Qui potete trovare un approfondimento sul lavoro di Gion A. Caminada in generale e nello specifico nel territorio di Vrin, tratto dalla rivista internazionale di architettura e paesaggio “ArchAlp”. Nelle immagini qui presenti vedete invece alcuni dei progetti più significativi di Caminada in località delle Alpi.

[Immagine tratta da www.constructivealps.net.]
Un’esperienza assolutamente significativa, insomma, che può senza dubbio diventare un modello di intervento teorico e pratico, con gli ovvi e dovuti adattamenti ai vari contesti locali, per qualsiasi territorio alpino e montano, e per questo da tenere ben d’occhio.