Facebook ha oggi circa 2,5 miliardi di utenti, Instagram circa 1 miliardo, WhatsApp 1,6 miliardi. Youtube ne ha circa 2 miliardi, WeChat 1,6 miliardi. La popolazione mondiale è attualmente di circa 7,7 miliardi di persone. Mentre osserviamo la pagliuzza di una economia di rete dai tratti ormai chiaramente monopolistici, impossibili da risolvere senza scelte di rottura, per altro previste dalle attuali leggi del mercato occidentale, sfugge a molti, e in special modo alla politica americana, la trave ben conficcata nel nostro occhio planetario. Quella secondo la quale Internet, un sistema nato e ottimizzato per decentralizzare i contenuti e che funziona egregiamente solo quando gli ambiti digitali saranno molti, differenti e debolmente connessi, si sta trasformando in un unico gigantesco canale broadband nel quale il flusso è sempre più spesso unico e controllato. […]Divide et impera, dicevano quelli. Unisci e impera, potremmo dire oggi. Con tanti cari saluti alla grande democrazia della rete Internet, apparentemente a disposizione di tutti ma, nei fatti, ormai nelle mani di pochissimi. Quasi sempre i peggiori.
(Da un ottimo e importante articolo di Massimo Mantellini dal titolo Unisci e impera, pubblicato nel suo blog su “Il Post” venerdì 21 agosto 2020. Potete leggerlo nella sua interezza – fatelo che merita alquanto, ribadisco – cliccando sull’immagine in testa al post. E siate sempre molto diffidenti, quando frequentate il web e i social network. Mooooolto.)
AHAHAHAHAH! Notevole trovata comica, non c’è che dire! Di quella comicità grottesca nella quale le “istituzioni” italiani sono maestre, indubbiamente.
È un po’ come se, a bordo di una nave piena di falle nello scafo che per questo imbarca acqua e affonda inesorabilmente, i marinai dell’equipaggio si mettano a discutere su quali mobili dell’arredamento di bordo buttare a mare perché ritenuti troppo pesanti e così colpevoli dell’inabissamento. I mobili, già, non i buchi nello scafo.
Veramente una gag comicissima, appunto!
Al netto delle considerazioni sui pro e sui contro al riguardo, nonché delle gran risate (personali, ribadisco), sul serio in Italia si pensa e si crede che sia un problema di quantità e non invece di qualità della rappresentanza politica? E che tra 900, 600 o 10 oppure cinquemila parlamentari, se comunque incapaci, impreparati e cialtroni (pare che la politica italiana attiri solo figure del genere, da tempo), le cose possano cambiare?
Be’, bisogna ammetterlo: gli italiani sono proprio un popolo “divertente”. Molto divertente.
P.S.: che poi, a buttare i mobili in mare, si finisce per inquinarlo, eh! Col rischio che, una volta colata a picco la nave e finiti in ammollo, ci si ritrovi pure immersi nell’acqua sporca. Ecco.
Gli scorsi 12 e 13 agosto sono stato l’ospite, insieme a Roberto Mantovani, dell’edizione 2020 di Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino, la rassegna organizzata a Breuil Cervinia-Valtournenche dall’Officina Culturale Alpes con il patrocinio del Comune di Valtournenche e del Consorzio Cervino Ski Paradise, che quest’anno aveva come titolo e tema guida un argomento tanto intrigante quanto fondamentale: Radici per il futuro. In tal senso, il mio intervento del 12 agosto nella sala consiliare del Municipio di Valtournenche – gremita da un pubblico attento e partecipe pur nell’ottemperanza delle norme Covid, vedasi le immagini pubblicate qui sotto…
Pubblico e oratori in sala (in alto, al tavolo, Elisa Cicco, assessore alla cultura del Comune di Cervinia-Valtournenche e Cristina Busin, presidente di Alpes)
Il pubblico presente in sala
Gli oratori: Luca, Roberto Mantovani, Don Paolo Papone
Luca, sì.
…e ringrazio veramente di cuore tutti i presenti! – era centrato su un tema e una disciplina che, per quelli che come me studiano la relazione tra luoghi (soprattutto montani) e genti che li abitano, risulta tanto fondamentale quanto affascinante, la toponomastica. L’intervento, contestuale al territorio nel quale la rassegna di Alpes si svolge annualmente, aveva il titolo Valtournenche, Breuil, Cervinia, Cervino, Gran Becca: i nomi dei luoghi raccontano la loro storia, e a breve renderò disponibile qui sul blog il relativo testo – ma già qui potete vedere una versione video della mia dissertazione.
Ora, per dimostrare quanto i toponimi siano affascinanti elementi narrativi del rapporto che lega l’uomo con il mondo che abita, soprattutto quando scaturiscano dal secolare sapere vernacolare, vi voglio raccontare una curiosa antinomia che ho potuto rilevare di recente, leggendo altri documenti sul tema.
[Foto di Andrew Bossi, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte qui.]Nel mio intervento di Valtournenche, tra le altre cose, ho raccontato come la montagna principale della zona nonché forse la più famosa e iconica vetta del pianeta, il Cervino, un tempo fosse semplicemente indicata dai locali come il o le (francese) «Tor», un termine di origine prelatina e di genere maschile che non c’entra nulla con l’origine dell’attuale termine “torre” (turris, sostantivo femminile) il quale spesso, nell’oronomastica, indica cime montuose particolarmente slanciate e affusolate. Tor indica genericamente “il monte”, nel senso della vetta per eccellenza, la più alta, evidente e imponente per un dato territorio. L’abate Joseph-Marie Henry, uno degli ultimi preti-alpinisti-scienziati valdostani, in un articolo del 1938 scrive che «Il Tor per eccellenza è il Cervino, quello che ha dato il nome a tutta la valle posta ai suoi piedi: Vallée du Tor, Vallis Tornina, Vallis Tornaca, Valtournenche».
Dunque, una montagna (sostantivo femminile) identificata con un genere (toponomastico) maschile.
[Foto di Massimo Macconi (presunto), pubblico dominio, fonte qui.]Bene: in Valtellina c’è un altro monte certo meno celeberrimo del Cervino ma a sua volta assai rinomato e imponente, anche solo per il fatto che si eleva dalla piana del fondovalle valtellinese, posto a circa 200 m di quota, per oltre 2400 metri fino ai 2609 m della vetta, al punto che secoli addietro il suo versante settentrionale veniva considerato da alcuni la più alta parete delle Alpi. È il Monte Legnone, che domina isolato la bassa Valtellina ove essa confluisce nel bacino del Lago di Como, e che un tempo dai locali veniva chiamato «la Pizza», evidentemente una singolare declinazione al femminile del termine “pizzo” che soprattutto nelle Alpi Centrali indica molte vette montuose – grazie anche al corrispettivo “piz” presente negli idiomi di genesi germanica e romanza. Ercole Bassi, illustre personaggio valtellinese, alpinista nonché compilatore di guide e grande conoscitore del Legnone, a fine Ottocento scrive che «La Pizza è uno di quei monti il cui aspetto maestoso e imponente, più attira lo sguardo, più alletta ed invita a salirlo.»
Dunque, un monte (sostantivo maschile) identificato con un genere (toponomastico) femminile.
Curioso e affascinante, vero?
Lo è, questo insolito contrasto toponomastico, proprio anche per come nelle due identificazioni antitetiche si possa intuire la particolare e differente relazione dei locali con le loro montagne più identitarie, forse per i montanari della Valtournenche di maggior soggezione verso una montagna così gigantesca, paurosa e apparentemente irraggiungibile, mentre per quelli valtellinesi di segno più “matriarcale” per un monte pur imponente ma meno ostico e, data la minor altitudine, più sfruttabile per ricavarne risorse atte alla sussistenza quotidiana. Ma, sia chiaro, sono soltanto mere speculazioni, queste mie, certamente più emozionali che scientifiche le quali tuttavia aiutano a evidenziare, ribadisco, il gran fascino che sa offrire la toponomastica.
Tornerò ancora in futuro a parlarvene, senza dubbio.
Il #54 del magazine “Artribune” (nonché il sito, qui) ospita un interessantissimo articolo di Fabio Servolo dedicato ai font tipografici “di protesta”, ovvero a come l’efficacia della critica politica, sociale e culturale più o meno militante derivi anche dalla forma grafica con la quale può e deve essere manifestata, in una necessaria e quanto più potente espressione di coerenza – di pensiero e d’azione fin dalla scrittura, appunto – che, se ben eseguita, può essere veramente rivoluzionaria, riconferendo al pensiero e alla sua manifestazione scritta tutta la predominanza culturale (nel senso più ampio del termine) che compete loro.
Vi cito di seguito le prime righe dell’articolo, facendone un invito che vi porgo alla lettura dell’intero testo così interessante e intrigante, ribadisco.
[Il font Greta Grotesk elaborato dal designer newyorkese Tal Shub ispirandosi ai caratteri scritti sul celeberrimo cartello «Skolstrejk för klimatet» di Greta Thunberg. Fonte dell’immagine: “Artribune”, qui.]
La protesta non va solo pensata, va anche scritta. Il modo in cui le parole prendono forma deve trovare uniformità con l’ideologia che viene promossa. In assenza di aderenza fra contenuto e forma, tutto verrebbe a meno. E chi vuole scrivere un pensiero controcorrente è facile preda dei cacciatori di incoerenza. Scrivere la protesta è uno sforzo costante. Ambiente, politica, libertà individuale, femminismo. Non abbiamo ancora dato tutto, ma la direzione sembra essere quella giusta.
L’anno appena trascorso [2019. n.d.s.] è stato visivamente prolifico e dovrebbe senz’altro esserci di ispirazione per i prossimi dodici mesi. Chi si occupa di comunicazione, nello specifico chi si muove nel mondo della progettazione tipografica, ha avuto molte occasioni per farsi vivo.
Il disegno delle lettere richiede grande rigore, si tratta di individuare un modulo e ripeterlo con coerenza su tutto l’alfabeto. Ma questo schema ha bisogno di libertà poetiche. Se il type design è una disciplina fortemente progettuale, ci sono casi in cui diventa più simile a un atto romantico. Si preferisce raccontare una storia, prima di trovare la perfezione delle forme. In questi casi l’ispirazione può arrivare osservando un gesto, lontano dai manuali […]
[Immagine tratta da qui.]Le ferie agostane appena (per me) trascorse, pur nella stranezza insolita che le ha contraddistinte rispetto agli anni scorsi – il periodo pandemico che stiamo vivendo le avrà rese strane e insolite anche a molti di voi, immagino – hanno indubbiamente confermato la manifestazione in me di una specie di “patologia” (virgolette, eh!) che potrei definire sindrome da vacanza totale, la cui sintomatologia riassumerei brevemente così: quando sono in vacanza, e per fare che la vacanza sia realmente percepita come tale, non riesco a fare quasi nulla delle cose che usualmente faccio nei restanti 350 giorni dell’anno. E con quel “quasi” intendo solo cose fondamentalmente necessarie e indipendenti dal periodo e dal momento.
Anche per questo, nelle due settimane che per me rappresentano l’unico periodo di vacanza che la vita quotidiana mi concede, salvo pochi altri giorni occasionali e dipendenti da mille circostanze, tendo a “sparire” mostrando senza dubbio un alto e per taluni deprecabile livello di asocialità che tuttavia serve a salvaguardare l’altrettanto alto (be’, più o meno) livello di socialità che posso e devo manifestare nel resto dell’anno. Riprodurre anche una minima e banale attività ordinaria, ad esempio frequentare continuativamente i social, tende a vanificare in me, piuttosto rapidamente, la gradevole, gradita e indispensabile sensazione di essere in vacanza e, appunto, di non dover fare le solite cose – anche quando piacevoli – almeno per due settimane all’anno. Insomma, per me la vacanza deve essere veramente “vacanza” cioè assenza, da più cose ordinarie possibile e non ultimo nel senso materiale del termine: come sparizione, ribadisco. [1] Non riesco proprio a fare diversamente. Abbasso la saracinesca tra me e il mondo, ci appendo il cartello «CHIUSO PER FERIE» (senza date di riapertura, non si sa mai) e arrivederci al mio ritorno. Poi, ovvio che la saracinesca ha uno spioncino per guardare fuori, l’importante è che da fuori nessuno possa guardare dentro, senza il mio assenso.
Per tali motivi, la mia vacanza ideale è da trascorrere o totalmente in viaggio in paesi e territori lontani, non solo geograficamente (cosa che ho sempre cercato di fare appena mi è stato possibile, negli anni scorsi), o totalmente restandomene a letto a dormire. Per due intere settimane, sì. Ovvio che, fino ad oggi, ho preferito la prima opzione ritenendo la seconda un po’ troppo statica, ma chissà che non cambi opinione, in futuro.
In ogni caso, sia chiaro, ammiro molto chi invece anche durante le proprie vacanze riesca a rimanere operoso nelle sue solite attività quotidiane. Credo sia certamente molto più dinamico di me e, almeno in quel periodo, più capace di far fruttare il proprio tempo – sperando che riesca comunque a riposarsi, anche. A meno che la principale attività svolta durante l’anno sia frequentare una sala slot o starsene davanti alla TV senza perdersi alcun talk show oppure altro di assimilabile: nel caso, a costoro consiglierei una vacanza di durata annuale, da queste attività.
[1] Con due sole eccezioni: camminare in Natura e leggere libri.