[Le Callanish Stones, monumento megalitico sull’Isola di Lewis, Ebridi Esterne, Scozia. Foto di Gordon Williams da Unsplash.]Quand’ero più giovane e forse più spensierato di ora, la ricorrenza di Samhain o Samonios, popolarmente conosciuta come “Capodanno Celtico” e per tradizione ricadente oggi, 1 novembre, la festeggiavo sempre. Senza far chissà che e senza riferirmi alla celebrazione di Halloween (verso la quale non ho nulla in contrario, anzi!), semmai quasi sempre con un’escursione solitaria in Natura come espressione personale e manifestazione del senso principale che identifico nella ricorrenza, cioè quello di una riconnessione con il mondo naturale e con la sua dimensione vitale “sovrumana”, nel senso di posta oltre l’ordinaria esistenza umana. Probabilmente questo vi potrà sembrare un atteggiamento neopagano: be’, lo può ben essere, perché no? Il termine viene sovente usato con accezione dispregiativa in contrapposizione ai culti monoteisti; io invece trovo che sia una predisposizione preziosa, nel mondo di oggi, anche perché ben più naturale ovvero genuina di tante altre.
D’altro canto uno dei primissimi scritti letterari che composi, da ventenne o poco più, fu proprio un testo sul celeberrimo Calendario di Coligny e sul grande fascino del complesso, sorprendente sistema di computo del tempo in uso presso i Celti, strettamente legato ai cicli naturali e cosmici. Oggi, la costante ricerca della relazione con il paesaggio naturale e del suo senso culturale, declinato in ogni modo possibile, è parte fondante della mia quotidianità e della mia attività: sarò certamente meno spensierato di quanto avevo vent’anni, forse in certe cose sono diventato fin troppo razionale, ma Samhain resta sempre per me un momento simbolicamente importante e profondamente suggestivo che a mio modo celebro nella mente e nello spirito con immutata passione, proprio anche per rimarcare ulteriormente, attraverso la ricorrenza, quella personale relazione con la Natura che trovo imprescindibile per stare bene con me stesso, con il mondo che mi circonda e con ogni presenza che lo abita.
Dunque, fatemi rinnovare l’antica invocazione rituale tradizionale agli elementi naturali che si recitava nella notte di Samhain, ché ravvivare ogni tanto il proprio ancestrale spirito pagano è necessario, se non fondamentale:
Aria, Fuoco, Acqua, Terra,
Elementi di nascita astrale,
Vi chiamo ora, ascoltatemi!
Entro il Cerchio, esattamente formato,
Scevro da maledizione o rovina,
Vi chiamo ora, venite a me!
Dalla grotta e dal deserto, dal mare e dalla collina,
Con la bacchetta, la lama e il pentacolo,
Vi chiamo ora, siate al mio fianco!
Questa è la mia volontà, così sia!
Definizione dell’uomo: la creatura più prospera nella storia degli esseri viventi. In quanto specie, non ha nemici naturali: dissoda, costruisce, si espande. Dopo aver conquistato nuovi spazi, vi si affolla. Le sue città salgono verso il cielo. «Abitare il mondo da poeti» aveva scritto un poeta tedesco nel XIX secolo. Era un bel progetto, una speranza ingenua che non si era realizzata. Nelle sue torri, l’uomo del XXI secolo abita il mondo da coproprietario. Ha vinto la partita, pensa al suo avvenire, ha già messo gli occhi sul prossimo pianeta dove spedire gli esuberi. Presto gli «spazi infiniti» diventeranno la sua discarica. Qualche millennio prima, il Dio della Genesi (le cui parole erano state annotate prima che diventasse muto) era stato preciso: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta» (I, 28). Si poteva ragionevolmente pensare (senza offesa per il clero) che il programma era stato interamente svolto, che la Terra era stata «assoggettata» e che ormai era tempo di mettere a riposo la matrice uterina. Noi uomini eravamo otto miliardi. Restavano alcune migliaia di pantere. L’umanità non faceva un gioco corretto.
Il gioco scorretto che l’uomo pratica fin dall’inizio della sua civiltà, e in modo crescente negli ultimi secoli, si chiama antropocentrismo. È un gioco dove egli pensare di vincere senza alcun dubbio sconfiggendo chiunque altro costringa a giocare con lui, e questa sua convinzione è così forte, e altrettanto immotivata, da non fargli rendere conto che probabilmente egli verrà sconfitto prima di qualsiasi altro giocatore. Ovvero, forse, l’uomo ha già perso da tempo, cioè proprio da quando ha cominciato a credersi indubitabilmente vincitore. Già.
P.S.: a breve, qui sul blog, potrete leggere la personale “recensione” del libro di Tesson, dal quale è tratto l’omonimo film.
L’imperitura e invariabile costanza che noi Sapiens (per semplicità comprensiva uso il termine al plurale, anche se so che è un errore) mettiamo nel cercare di ricondurre e interpretare ogni cosa che esiste al mondo intorno a noi, animata o no, a una visione rigidamente antropica quando non antropocentrica, seppur per alcuni versi è qualcosa di comprensibile temo che per tutti gli altri versi sia la riprova di come la cultura che anima la civiltà umana sia tanto funzionale ai suoi interessi evolutivi – e fin qui ci sta – quanto disfunzionale ai bisogni di tutto quello che vi sta intorno ovvero al mondo e a ciò che contiene, animato o no. In altri termini, è il principio di fondo in base al quale e sempre più nel tempo noi Sapiens siamo diventati disarmonici rispetto alla sfera vitale nella quale stiamo, disconnessi da essa, decontestuali, per molti aspetti antitetici al suo ordine naturale, nonché uno dei motivi per i quali siamo incapaci di comprenderne la realtà.
D’altro canto, come possiamo pretendere di capire il mondo che umanizziamo, antropomorfizziamo, che pensiamo in grado di esistere solo se sottoposto alle leggi e alle regole (o alle fregole) con le quali abbiamo organizzato la nostra civiltà, se a ben vedere – historia docet – non siamo nemmeno in grado di capire noi stessi e i nostri comportamenti? E di conseguenza come possiamo pensare di salvaguardare il mondo in cui viviamo se formalmente diciamo di volerlo fare ma sostanzialmente miriamo sempre e solo a salvaguardare noi stessi? Ma, appunto: sul serio pensiamo di saper salvaguardare noi stessi quando facciamo di tutto per rovinarci vicendevolmente?
Siamo in un cul-de-sac, chiaramente. Dal quale possiamo uscire solo nel momento in cui sappiamo – sapremo – riconnetterci e riarmonizzarci con tutto quanto abbiamo intorno riuscendo a comprenderne la realtà effettiva e peculiare. Che in parole povere si può riassumere con: ne usciremo quando ci toglieremo di mezzo dal centro del mondo nel quale ci siamo prepotentemente piazzati e dal quale sprezzanti di tutto non vogliamo spostarci. Senza per ciò metterci un passo indietro da ogni altra cosa dopo che abbiamo voluto stare per troppo tempo svariati passi avanti, ma ben più semplicemente e equamente, mettendoci a fianco di ogni altra cosa, di ogni altra creatura, entità, elemento, camminando nel tempo lungo vie diverse l’una dall’altra ma che puntano tutte nella stessa direzione, verso una medesima meta.
Ecco.
Troppo difficile, dite?
Uhm… Forse sì, troppo difficile per noi “Sapiens”. Già.
Zitto, zitto, piano piano, senza strepito e rumore – come si canta ne La Cenerentola di Rossini – in questi ultimi mesi il progetto “Monveso di Forzo Montagna Sacra per i 100 anni del Parco nazionale Gran Paradiso” (ne ho già scritto qui), nonostante la sua matrice per molti versi “rivoluzionaria” e le difficoltà di comunicarne la stra-ordinaria idea di fondo, che di contro ha generato numerose discussioni al riguardo, sta conseguendo notevoli risultati. Innanzi tutto, il progetto ha ormai raggiunto e superato le 1000 adesioni: cosa non da poco considerando che vi si può aderire compilando il form presente nella pagina sherpa-gate.com e non attraverso le più facili e immediate raccolte firme offerte dalle varie piattaforme on line atte a tale scopo. Forse poco o nulla cambia, ma sono convinto che quel mezzo secondo in più da dedicare all’adesione al progetto nella modalità prevista sia anche un segno di maggior comprensione e condivisione dello stesso e delle sue finalità. Inoltre, la “Montagna Sacra” di recente è approdata anche su “Geo”, la nota trasmissione di Rai3, con la presenza in studio di Toni Farina – uno degli ideatori originari del progetto – che, nel pur breve spazio concesso, lo ha presentato in modo completo e coinvolgente.
Mi sono chiesto, in queste settimane, il motivo di un consenso certamente lento al progetto – ma è bene così: la lentezza, di nuovo, è funzionale alla ponderata riflessione e alla maggior comprensione – tanto quanto costantemente crescente, al punto che molte delle critiche inizialmente rivolte all’iniziativa, dalle quali spesso sono sorti interessanti dibattiti, si sono poi rivelate punti di forza così come chi le aveva formulate è in numerosi casi diventato un sostenitore del progetto, a volte trovando da sé le risposte ai propri quesiti critici iniziali. Io stesso inizialmente ero affascinato dal progetto ma mi formulavo alcuni dissensi, dei quali col tempo ho compreso l’infondatezza e, anzi, mi sono serviti per generare in me una ancor maggiore forza rispetto al senso e alla sostanza della sua idea di fondo.
[La posizione geografica del Monveso di Forzo nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso.]Una delle obiezioni più frequentemente mosse al progetto della “Montagna Sacra” era stata fin dall’inizio quella di essere qualcosa di interessante ma eccessivamente “simbolico”, dunque inutile. Una vetta sulla quale si sceglie di non salire in mezzo a infinite altre sulle quali si può fare ciò che si vuole: a che serve? Sembrava una critica giustificata, in effetti. Poi è venuto l’anno 2022 con le sue stagioni “squilibrate” dettate da un clima inquietantemente bizzarro: un inverno avaro di neve, la primavera pressoché assente, l’estate precoce e caldissima che ha peggiorato la siccità (con la tragedia della Marmolada a fare da funesto esempio dello stato di fatto climatico) e l’autunno in corso altrettanto afoso e scarso di precipitazioni… un periodo che ha reso palese in moltissime persone, anche non così vicine al mondo della montagna, la delicatezza e la fragilità delle terre alte nonché la necessità evidente di averne una maggiore considerazione e una cura più attenta. Di contro, gli interventi discutibili di infrastrutturazione dei territori montani, principalmente ad uso turistico, non solo non si sono fermati ma anzi pretendono di andare ancora oltre i limiti già eccessivi finora raggiunti con lo sfruttamento delle montagne, generando di conseguenza un immaginario sempre più mirato ad un vero e proprio consumismo turistico di esse, ridotte a mero divertimentificio e private della loro cultura materiale e immateriale. Come fossero banali parchi di divertimento di una periferia cittadina allungatasi fino ai monti per “turisti” – o clienti/consumatori – alla costante ricerca di emozioni rapide e di sfondi da selfies.
Ecco: in tale situazione diffusa, la carica simbolica della “Montagna Sacra” perde la gran parte della sua presunta immaterialità per diventare la manifestazione di una visione assai concreta e potente, capace di trasmettere un messaggio tematico che di fronte a quanto sopra descritto si palesa non solo come una dichiarazione d’intenti ma veramente come un programma d’azione culturale, un mattone fondante d’una consapevolezza diffusa sempre più strutturata e acquisita verso la salvaguardia ambientale rispetto alla realtà climatica che già stiamo affrontando e che probabilmente nei prossimi anni si farà più problematica. Tutto ciò senza pensare a ulteriori iniziative come quella al Monveso di Forzo, anzi: è importante che vi sia un’unica montagna ben identificata e definita a fare da emblema concreto e referenziale dei temi alla base del progetto, una “nozione culturale a forma di montagna”, visibilissima, contemplabile come e quanto si voglia, potente nella sua matericità e in grado di diventare l’icona riconoscibile di un nuovo modo di relazionarsi culturalmente con le montagne e in genere con l’ambiente naturale.
Una relazione della quale, appunto, abbiamo sempre più necessità: per questo c’è bisogno della “Montagna Sacra” e del pensiero forte che vi scaturisce. Credo che anche per questo le adesioni, pur senza alcun sollecito, stiano aumentando così regolarmente: perché certe verità appaiono tali magari non subito ma inesorabilmente con il tempo e offrono punti fermi che, nel mondo liquido e banalizzato di oggi, appaiono di importanza capitale e valore oltre modo prezioso.
Per saperne di più sul progetto della “Montagna sacra” cliccate qui, dove troverete anche il form per sottoscrivere il progetto. Ogni adesione in più è importante, se frutto di una consapevolezza acquisita sul senso e sugli scopi del progetto; ma, ribadisco, credo che chiunque, interessandosene anche rapidamente, potrà facilmente comprendere il valore del progetto e farlo proprio.
[Immagine tratta da www.passioneastronomia.it.]Lo insegnano alle elementari, nei primi rudimenti di scienze, che d’inverno cade la neve perché fa più freddo e ciò perché il Sole scalda meno rispetto all’estate e in forza della sua inclinazione sull’orizzonte crea ombre più lunghe a nord rispetto che al sud: per questo la neve che cade sui monti rivolti a settentrione si conserva più a lungo rispetto a quella che cade a meridione, versante che riceve la maggiore insolazione stagionale e si scalda di più.
Ecco. Sono nozioni scientifiche basilari, scolastiche appunto, che valgono ovunque meno che, evidentemente, sui monti sopra Teglio, in Valtellina. Dove è arrivata una bella batteria di nuovi cannoni per produrre neve artificiale che coprirà piste da sci in piena esposizione meridionale. Cioè dove il Sole scalda maggiormente, sì, dunque dove la neve si scioglie più rapidamente – proprio come si impara a scuola, già.
Forse che a Teglio soffrano di qualche malaugurata carenza scolastica nelle materie scientifiche?
Ironia a parte (inevitabile, d’altro canto), veramente viene da chiedersi il senso di un investimento che immagino certamente importante, sostenuto dal piccolo comprensorio sciistico valtellinese in base all’ovvio suo punto di vista meramente commerciale, nel tentativo di salvare qualcosa che a tutti gli effetti ha già la sorte segnata, cioè la pratica dello sci su pista a quote inferiori ai 2000 m (solo nella parte alta il comprensorio di Teglio supera quella quota) e, ribadisco, su versanti in piena esposizione meridionale, sui quali persino il manuale del bravo impiantista più ottimista (o meno lucido) in circolazione oggi consiglierebbe caldamente di lasciar stare e dedicarsi ad altro di più consono. Anche perché la zona è meravigliosa, tra le più belle del versante retico della Valtellina e potenzialmente dotata di infinite possibilità di frequentazione turistica sensata e consapevole: vederla così sottoposta ad un vero e proprio accanimento sciistico – pur in considerazione delle mire e delle aspettative turistiche dei locali che posso anche contemplare ma non comprendere – mi lascia alquanto perplesso. E lo dico, qui senza alcuna ironia o tono eccessivamente polemico, immaginando (o presagendo) la sorte di quegli investimenti e la loro utilità effettiva sia nel breve periodo e soprattutto nel medio-lungo periodo a favore del luogo e della sua comunità, pensando di contro anche alle suddette potenzialità turistiche alternative le quali, temo, resteranno sostanzialmente al margine per lasciare nuovamente spazio alla consueta, monopolistica, dogmatica opzione sciistica, al solito imposta come «l’unica forma possibile di sviluppo delle montagne»: un assioma che ormai appare più fantascientifico di un romanzo di Asimov.
Insomma: mi sembrano soldi buttati via per inseguire una chimera, l’ennesima di un comparto che sta ormai raschiando il fondo del proprio barile (o forse lo ha già sfondato) negando(si) pervicacemente l’evidenza dei fatti e al contempo dimostrando la più sconcertante incapacità di comprensione della realtà e della necessità di concepire e sostenere scelte alternative, innovative e consone alla situazione corrente – climatica, economica, culturale, sociale – per la frequentazione delle proprie montagne. Forse per propria consapevole e sconcertante volontà, forse per mera alienazione o forse per altri motivi: sia quel che sia, ad andarci di mezzo nel modo più pesante sono e saranno le montagne e chi ci vive. Per loro, con tali andazzi, anche in pieno Sole il buio potrebbe diventare inevitabile.
P.S.: le immagini dei canoni sono tratte dalla pagina facebook.com/alpe.teglio; la mappa con indicati gli impianti rispetto all’esposizione geografica è ricavata da map.geo.admin.ch.