La siccità della burocrazia (ma non sulle piste da sci)

[Immagine tratta da www.dissapore.com.]
A proposito di quanto ho scritto solo qualche giorno fa sulla realizzazione di bacini idrici per dotarsi di riserve d’acqua in vista di una nuova e probabile siccità ma nei posti sbagliati (ovvero dove non servono per ciò che dovrebbero principalmente servire):

(Il) cosiddetto “piano laghetti” punta a sostenere vecchi e nuovi progetti di invasi artificiali in tutte le regioni con l’obiettivo di evitare la dispersione di acqua e soddisfare il fabbisogno idrico.
Nonostante l’enfasi con cui era stato rilanciato lo scorso anno, finora i risultati del piano laghetti sono stati scarsi: ne sono stati fatti pochi e in ritardo rispetto alle previsioni iniziali. L’invaso di Castrezzato [in provincia di Brescia, n.d.L.] è la dimostrazione delle difficoltà dovute principalmente alla burocrazia: è il primo realizzato in Lombardia, sei anni dopo la legge regionale che aveva consentito di sfruttare le ex cave come bacini artificiali.

Da Cosa è questo “piano laghetti” contro la siccità, articolo pubblicato su “Il Post” in data 1 marzo 2023: lo potete leggere interamente cliccando sull’immagine in testa al post.

A leggerlo, ecco sorgere un’ennesima domanda spontanea: possibile che la realizzazione di bacini idrici in pianura venga resa tanto difficoltosa dalla burocrazia mentre quella dei bacini in montagna al servizio dell’industria dello sci e della produzione di neve artificiale sia così facilitata, vista la frequenza con la quale vengono realizzati un po’ ovunque?

Venerdì 3 marzo a Ciserano, con Davide Sapienza

Venerdì 3 marzo, alle ore 21 presso il Centro Civico di Ciserano (Bergamo), nell’ambito dell’ottava edizione del Festival “Tierra! Nuove rotte per un mondo più umano”, avrò nuovamente la gran fortuna di affiancare Davide Sapienza, nel suo appuntamento dal titolo La natura piccola ovvero in un nuovo, affascinante viaggio nell’ognidove che Davide ha scoperto, esplorato e mappato in tutti questi anni di produzione letteraria, geopoetica, culturale e intellettuale.

Non a caso uso il termine “ognidove”, che richiama il titolo de La Valle di Ognidove, uno dei suoi libri più originali e immaginifici: “La natura piccola” è proprio uno dei capitoli di quel libro, rieditato poche settimane fa da Lubrina Bramani Editore, che farà da filo rosso dell’incontro di Ciserano peraltro richiamando alcuni degli altri temi fondamentali nella letteratura di Sapienza, ulteriori dimensioni che esploreremo con la sua preziosa e illuminante guida.

In quel capitolo de La Valle di Ognidove, Davide racconta al lettore come la natura non tende alla grandezza, lavora con pazienza per ridurre le proprie dimensioni e creare spazi possibili adattandosi all’impatto sull’ambiente circostante. Ci sono eventi e sviluppi che paiono intraprendere una strada contro natura. In realtà anche quello è un disegno riconducibile sia agli eventi che riconosciamo come naturali, sia a quelli provocati dalla nostra presenza sul pianeta, poiché anche l’uomo è natura. La corsa selvaggia di un tronco caduto e scivolato ai margini di un torrente di montagna accade senza alcun tipo di giudizio morale e pensiero, pianificazione o discussione. È una forma di economia evoluzionistica naturale, mentre l’intervento dell’uomo che modifica il territorio risponde generalmente a scelte di convenienza e appropriazione di processi altrimenti diversi. Dove trovare il punto di equilibrio dopo tanto squilibrio?

Una domanda alla quale è ormai necessario trovare una risposta e non solo perché la realtà di fatto nella quale viviamo ci costringe ad affrontare sfide e a sviluppare resilienze impensabili fino a solo pochi anni fa (non solo riguardo il clima e l’ambiente, peraltro), ma pure perché – e soprattutto – il primo riequilibrio che dobbiamo trovare è quello con noi stessi, noi che siamo natura e ce lo scordiamo spesso, noi che “facciamo” il paesaggio al pari di ogni altro elemento che il territorio contiene ma poi quello stesso territorio lo modifichiamo, purtroppo spesso in modi deterioranti, e non capiamo che così roviniamo noi stessi e la nostra esistenza.

La natura è “piccola” e l’uomo è grande, eppure è la natura a rappresentare la grandiosità del mondo mentre gli uomini la piccolezza: dobbiamo tutti quanti trovare un equilibrio tra queste realtà, senza alcun dubbio, il nostro ognidove armonico dove ritrovarci e ritrovare la strada migliore da percorrere insieme al mondo che abbiamo intorno.

Appuntamento dunque a venerdì sera, ore 21, a Ciserano; trovate le info utili nella locandina in testa al post – cliccateci per ingrandirla – oppure qui. Sarà un incontro, un dialogo, un viaggio veramente e profondamente affascinanti, statene certi!

Oggi, al Liceo Frisi di Monza


Vi ricordo che l’incontro è libero e aperto a tutti, dunque, se potete e volete partecipare, credo (spero!) che ne uscirà qualcosa di parecchio interessante!

Cliccate sull’immagine per saperne di più.

Artavaggio, nemo propheta in patria

P.S. (Pre Scriptum): per chi l’abbia perso e ne fosse interessato, ripropongo di seguito l’articolo sulla questione dello sviluppo turistico dei Piani di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco – ma le cui osservzioni possono ben valere per molte altre località similari) pubblicato martedì 21 febbraio su “Valsassina News”. Come sempre, con la speranza di poter contribuire ad attivare un dibattito approfondito e consapevole riguardo il luogo, le sue peculiarità e il suo miglior futuro possibile, turistico e non solo.

Da Per una rigenerazione dell’Appennino Tosco-Emiliano: turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale nel Parco Regionale Corno alle Scale, CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo, Università di Bologna (Campus di Rimini), marzo 2020, pagg.134-135:

«Se l’obiettivo primario è quello di investire sulla stazione sciistica, è bene seguire le best practice di stazioni sciistiche di piccole-medie dimensioni che hanno messo in atto recentemente delle strategie di rivitalizzazione del turismo (WTO, 2018). […] Emerge dunque la necessità di ampliare il portfolio di attività invernali per creare nuove opportunità di spesa per i visitatori, tenendo presenti i cambiamenti nelle loro preferenze e in una prospettiva di medio-lungo termine. In questo senso, la visione preferita registrata dai turisti oggetto della nostra indagine è quella che vede il rinnovamento e l’ammodernamento degli impianti, ma legandoli al potenziamento di forme di turismo diverse. ln questa direzione può essere utile ricordare le recenti esperienze di:
Valsassina in Lombardia, una stazione sciistica a bassa quota vicino a Milano, dove l’offerta dei tre piccoli resort che compongono la stazione è stata differenziata, dirigendola verso segmenti di mercato diversi. Il primo resort, di maggiore altitudine (Piani di Bobbio), è dedicato allo sci alpino in inverno e alla MTB in estate; il secondo (Piani di Artavaggio) è specializzato in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie; il terzo (Pian delle Betulle) è focalizzato sull’estate e offre un parco avventura.
– Cervinia in Valle d’Aosta, a fronte di una diminuzione nelle precipitazioni nevose, ha attuato un efficientamento degli impianti, riducendone il numero e aumentando la capacità degli ski-lift.
– Allgäu in Bavaria (Germania) ha un’ampia varietà di attrazioni naturali e culturali, ma si è posizionata come destinazione di wellness, promuovendo la cura che prende il nome da Sebastian Kneipp, originario di quella località.»

Tra gli innumerevoli documenti che abitualmente studio in tema di territori montani e loro frequentazione, qualche giorno fa mi è ricapitato tra le mani il report sopra indicato, dedicato all’area appenninica citata ma veramente ben strutturato e ricco di analisi alquanto interessanti e utili anche a molte altre zone montane che godono di una frequentazione turistica – o che la subiscono.

In esso, nel passaggio citato, i ricercatori del Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna citano tre casi evidentemente considerati indicativi riguardo il tema in questione, tra i quali c’è quello della Valsassina, portata a esempio di una riqualificazione diversificata delle proprie aree montane in forza dell’evoluzione climatica e socioeconomica degli ultimi decenni e, dunque, indicata come modello potenziale di rigenerazione post-sciistica di successo.

Ovvero, in parole semplici: uno dei centri accademici di studi sul turismo più importanti in Italia indica, nello specifico, i Piani di Artavaggio come caso virtuoso e emblematico di stazione ex sciistica riconvertita e rigenerata (come anche io con i coautori Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo raccontato sulla guida Dol dei Tre Signori, il cui itinerario escursionistico transita proprio da Artavaggio) e invece, purtroppo, gli amministratori locali vorrebbero riportarci lo sci costruendo impianti e infrastrutture conseguenti, degradando il luogo e la sua storia recente facendola andare al contrario come fosse ferma a sessant’anni fa.

Non solo: nel frattempo si sta diffondendo un significativo fenomeno, lungo le Alpi italiane, attestato da numerosi articoli degli organi di informazione. Molte località sciistiche, o ex-sciistiche, che per un motivo o per l’altro non hanno aperto gli impianti di sci (per problemi finanziari delle società a cui fanno capo, assenza di concessioni, mancanza di gestori, eccetera) e per le quali tale chiusura è stata considerata da alcuni come «una catastrofe», «la morte della località», «la fine dell’economia locale» e via di questo passo, stanno invece vedendo un notevolissimo afflusso di gitanti, con parcheggi stracolmi, ristoranti e rifugi a pieno regime, scialpinisti e ciaspolatori un po’ ovunque, famiglie con bambini che si godono la sicurezza e la tranquillità di una gita sulla neve priva dei pericoli e dei disturbi che impianti e piste da sci inevitabilmente genererebbero, se aperti.

In pratica, dove un tempo si sciava e ora non più, e dove per questo qualcuno credeva ci sarebbe stato il “deserto”, c’è invece più gente di quando gli impianti erano funzionanti e più di altre località nelle quali i comprensori sciistici sono aperti. Cioè, sta accadendo quello che già da anni si constata ai Piani di Artavaggio, che dunque in tal senso risultano un modello turistico virtuoso (e profetico, appunto) divenuto col tempo esemplare per tante altre località montane rimaste senza impianti e piste da sci.

Ecco perché fin da quando è stato reso noto il progetto di “ritorno” dello sci ad Artavaggio e di costruzione dei relativi impianti e infrastrutture, ho subito affermato che era ed è una follia. Persino un prestigioso ente accademico di ricerca “forestiero”, ma che elabora studi scientifici per l’intero territorio montano italiano e non solo, ha ritenuto emblematico elevare la località valsassinese a esempio e modello, come detto: posto ciò, è veramente un gran peccato che gli amministratori locali non lo capiscano, non vedano e non percepiscano questa realtà. È un peccato che, come sembra, ignorino – o vogliano scientemente ignorare – il grande valore e il prestigio che Artavaggio si è costruita negli ultimi anni, e che invece minaccino di farla ritornare a essere un’anonima, banale, trascurabile stazione sciistica, che dilapiderebbe in breve tempo il patrimonio di consensi costruito negli anni e per giunta resterebbe a costante rischio di fallimento – economico, turistico, ambientale, culturale.

Mi piacerebbe moltissimo dirimere tali inquietudini e i relativi dubbi – che so hanno come me tanti altri frequentatori di Artavaggio e delle montagne della Valsassina. Perché, ribadisco, non c’è solo in gioco la mera questione “sci sì/sci no”, ma l’intero territorio e il suo buon nome, la storia virtuosa costruita negli ultimi anni, l’ambiente naturale e il paesaggio, l’apprezzamento di molti estimatori della sua bellezza e delle sue peculiarità, il suo futuro e quello della comunità residente. Bisogna proprio sperare che tutto questo lo vogliano finalmente comprendere, quelli che hanno nelle mani il destino di Artavaggio. Per il bene del luogo e di tutti.

Alle 17, su Radio Gwen

Vi ricordo l’appuntamento di oggi, dalle 17 alle 18.30, con la puntata numero 5 di “Edizione Straordinaria” su Radio Gwen, dedicata al tema del riscaldamento globale in montagna e a tutto quanto ne consegue. In onda con me ci saranno Marco Gaia di MeteoSvizzera, Stephan Romer, direttore marketing di Monte Tamaro, e Maurizio Dematteis, autore del libro Inverno liquido.

Per saperne di più sul programma date un occhio qui; per ascoltarlo, cliccate sul pulsante lì sopra.

Ci sentiamo più tardi, dunque!