Sarà veramente un enorme piacere per me ritornare a Milano, sabato 8 novembre prossimo, per la premiazione dei vincitori della XVII edizione del Premio Marcello Meroni, e di farlo da proponente, insieme alla cara amica Annamaria Gremmo (già vincitrice nel 2023), del candidato nominato vincitore del premio per la sezione “cultura”: Giovanni Baccolo. Scienziato, docente e ricercatore con notevoli esperienze nello studio dei ghiacciai, dell’ambiente e dei climi alpini e montani, autore di due libri e di decine di pubblicazioni su riviste internazionali nonostante l’ancora giovane età, ma pure in quanto grande appassionato di montagne e natura, Giovanni possiede la rara dote di rendere comprensibili e avvincenti a chiunque temi scientifici sovente complessi, in ciò rappresentando un divulgatore culturale di eccezionale valore nonché un prezioso educatore alla conoscenza e alla sensibilità verso i territori montani e i loro ambienti meravigliosi e fragili. Doti la cui importanza diffusa – non solo tra i frequentatori delle montagne – è inutile rimarcare, posta la complessità della crisi climatica in divenire e di contro la consapevolezza per molti versi ancora carente nei riguardi di un tema così fondamentale per il nostro futuro.
[Giovanni in missione nel nord della Groenlandia, agosto 2022.]Anche per questi motivi sono felice che la giuria del Premio Meroni abbia deciso di accettare la candidatura mia e di Annamaria Gremmo decretando Giovanni Baccolo vincitore. È un premio quanto mai meritato e assolutamente significativo che riconosce tanto il valore scientifico e culturale quanto quello umano di Giovanni. E per “induzione” anche il valore ambientale (e non di meno culturale, a loro volta) dei ghiacciai delle nostre montagne, così messi a dura prova dal riscaldamento globale.
Il Premio Marcello Meroni, a ricordo e testimonianza dello stile, delle passioni e degli interessi di Marcello Meroni, è organizzato dalla Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Silvio Saglio” della Sezione SEM del CAI e dalla Scuola Regionale Lombarda di Alpinismo ed è dedicato a persone “eccezionalmente normali” che si sono contraddistinte per aver portato a termine iniziative di puro volontariato legate alla montagna e caratterizzate da originalità, valenza sociale, dedizione e meriti etici e culturali.
Il premio ha il patrocinio del Club Alpino Italiano, del Comune di Milano, di ARCUS dell’Università Statale di Milano e dell’Università della Montagna UNIMONT.
Dunque siete tutti invitati a Milano, sabato 8 novembre dalle ore 9,15 presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, in Piazza della Scala, per la presentazione aperta al pubblico e gratuita che sarà condotta da Luca Calvi, altra figura assai nota del mondo della montagna italiana. Ogni altra informazione utile sull’evento la potete trovare nella locandina lì sopra pubblicata.
Ovviamente, se sarete presenti, fatevi riconoscere!
In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.
COSA SIGNIFICA IN CONCRETO UN RISCALDAMENTO DI 1.5°C O DI 2°C PER IL MONDO PER ALPI?
È ormai certo che l’obiettivo di limitare il riscaldamento climatico a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, fissato dall’Accordo di Parigi del 2015, non sarà raggiunto. Anzi, in Svizzera, paese alpino per eccellenza e dunque emblematico circa il clima nelle Alpi, la temperatura media è già aumentata di 2,8°C, ben oltre il limite suddetto. Cosa comporterà nei prossimi anni tale scenario? La testata “Swissinfo.ch” prova a dare qualche risposta al riguardo in questo articolo.
IL TURISMO DELLA NEVE VALE 11 MILIARDI (MA È SEMPRE PIÙ CARO)
Il 27 ottobre su “La Stampa” si fa il punto del turismo della neve ovvero delle luci e delle ombre che lo caratterizzano: presenze in aumento ma più straniere che italiane, rincari continui (in media il 7,2% in più nell’anno corrente, «aumenti spesso ingiustificati» sostengono molti), vacanze più brevi, necessità di destagionalizzare i flussi e di puntare sul turismo sostenibile anche se, alla fine della fiera, lo sci la fa sempre da padrone – nonostante la crisi climatica, già.
IL PRESENTE “SQUILIBRATO” E IL FUTURO INCERTO DELLE DOLOMITI
Sul quotidiano “Alto Adige” lo scorso sabato 25 ottobre è uscita una bella intervista a Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, nella quale analizza “a tutto tondo” la realtà attuale delle Dolomiti, tra impatto delle Olimpiadi, turismo insostenibile, i giovani che se ne vanno anche dai ricchi Trentino e Alto Adige, la Fondazione Unesco che dovrebbe tutelare i “Monti Pallidi” e invece è sempre più evanescente. Cliccate sull’immagine per leggerla.
PIÙ DI 12.000 FIRME CONTRO IL TRAFFICO NELLE ALPI SVIZZERE
«Le Alpi devono essere protette dal traffico e questo senza ulteriori indugi». La pensano così anche le 12mila e 266 persone che hanno risposto all’appello di Pro Alps, firmando la petizione «che ricorda al Consiglio federale il suo mandato: proteggere le Alpi dal traffico e attuare l’articolo costituzionale sulla protezione delle Alpi» dicono i responsabili di Pro Alps, che da tempo lotta sul tema (cliccate sull’immagine per saperne di più). Sarebbe una petizione, questa, molto necessaria anche in Italia: ma avrebbe successo oppure verrebbe ignorata?
SE FRANA L’ANIMA DEI LUOGHI DI MONTAGNA
Con un articolo sul sito web dell’associazione Sostenibilità Equità Solidarietà, Dante Schiavon riflette sul presente e sul futuro delle zone di montagna turistificate prendendo spunto dalla emblematica situazione dei passi dolomitici, paradossale riproduzione in quota del caos degli ambiti urbani e prova del «superamento di ogni limite senza che nessuno faccia niente per tutelare la bellezza dei luoghi» consumandone l’anima peculiare. Potete leggere l’articolo cliccando sull’immagine qui sopra.
A quanto ha scritto di recente l’amico Alberto Marzocchi sul “Fatto Quotidiano”, nel disegno di legge presentato di recente che punta a modificare la “legge sulla caccia” in vigore, ci sarebbe un “regalo” a favore dei bracconieri:
Grazie alla norma che consente alle doppiette di segnare i capi uccisi solo quando lasciano il terreno di caccia (e non, come ora, appena uccidono un volatile) permettendo loro – in assenza di controlli – di tornare a casa col bagagliaio pieno di uccelli morti ma il carniere immacolato.
In pratica, a quanto mi pare di capire, si concede loro una fuga “legale” dal crimine appena commesso.
Come ho detto altre volte, io non sparerei a un altro animale nemmeno sotto tortura ma, in tutta onestà, non posso dirmi così avverso all’attività venatoria quando razionalmente regolata e praticata in modo sostenibile per l’ambiente e la fauna – ma concordo pienamente sul fatto che non debba essere ampliata, come invece prevede lo stesso disegno di legge sopra citato, e come pensa la stragrande maggioranza degli italiani. Tuttavia, sempre in totale onestà, rispetto a tali circostanze ritengo il bracconiere contemporaneo una delle figure umane più infami*, soprattutto quando il crimine sia perpetrato ai danni di specie protette come spesso avviene, alla quale io comminereila stessa pena massima prevista per l’omicidio doloso. E non vado oltre. Altro che “favori”!
Ergo, a qualsiasi iniziativa che invece possa determinare per i bracconieri qualche tipo di beneficio sarò sempre radicalmente avverso tanto quanto a chi la proponga, e inviterò sempre chiunque a esserlo. Il bracconaggio è una vergogna schifosa da relegare per sempre alle parti più oscure della storia passata: promuovere il pur minimo atto che può servire a perseverarla rappresenta una pura e semplice complicità nel reato.
*: si evitino commenti “benaltristi”, per favore, i quali nel caso dimostrerebbero che chi li pronuncia non ha capito nulla del senso della questione e lo renderebbero formalmente accondiscendente.
Ovviamente i gestori dei comprensori sciistici, spalleggiati dalle aziende che realizzano gli impianti di innevamento artificiale, sostengono che non vi sia spreco di acqua:
«La neve artificiale è composta esclusivamente da acqua e aria, senza l’aggiunta di altre sostanze. Grazie a un processo di atomizzazione, gocce d’acqua vengono raffreddate e trasformate in cristalli di neve tramite l’uso di appositi generatori. Questo procedimento permette di replicare un fenomeno naturale, garantendo però maggiore prevedibilità e sicurezza per la stagione sciistica. L’acqua, quindi, non viene sprecata né inquinata: viene semplicemente trasformata in neve e restituita all’ambiente con il disgelo primaverile.» Così ad esempio scrive l’ANEF, l’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari, che rappresenta buona parte degli impiantisti italiani.
[Cannoni già in azione sulle piste di Madonna di Campiglio a inizio ottobre, visti dal satellite Sentinel-2. Immagine di Alessandro Ghezzer.]Le associazioni ambientaliste la pensano inevitabilmente in maniera opposta. Ecco ad esempio cosa sostiene Legambiente:
«Il sistema di innevamento artificiale non è una pratica sostenibile e di adattamento, dato che comporta consistenti consumi di acqua, energia e suolo in territori di grande pregio. In particolare, l’associazione ha fatto la seguente stima: considerando che in Italia il 90% delle piste è dotato di impianti di innevamento artificiale il consumo annuo di acqua già ora potrebbe raggiungere 96.840.000 di m³ che corrispondono al consumo idrico annuo di circa una città da un milione di abitanti.»
Tra i due “litiganti” c’è un terzo che è necessario ascoltare, non fosse altro che per l’autorevolezza sperimentale, cioè basata su dati e rilievi certi, delle proprie affermazioni al riguardo, ed è il mondo scientifico. In tema di risorse idriche montane Carmen de Jongè una delle massime autorità europee: è professoressa di idrologia all’Università di Strasburgo e da oltre 35 anni conduce ricerche sulla scarsità d’acqua e sui pericoli naturali nelle regioni montane di tutto il mondo.
Bene: la professoressa de Jong ha espresso le proprie idee ben chiare sul tema in questo articolo (con intervista audio annessa) pubblicato sul sito web della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi: in base ai propri studi e al lavoro pluridecennale svolto sul campo, de Jong critica il turismo sciistico alpino sostenendo che è stato raggiunto un punto di svolta pericoloso. Il consumo di acqua per l’innevamento artificiale è elevatissimo; spesso si attinge persino alle falde acquifere, con gravi conseguenze per l’uomo e la natura. E più della metà di quest’acqua va persa.
[Foto di moerschy da Pixabay.]Nel corso dell’intervista (della quale trovate la trascrizione in inglese qui) de Jong afferma:
«Ormai quasi nessuna stazione sciistica può funzionare senza innevamento artificiale. E penso che la maggior parte degli sciatori e dei turisti non sappia che questa massa bianca è composta da acqua e che è molto, molto complicato portare quest’acqua sulle piste da sci. Non si tratta semplicemente di acqua che esce da un cannone sparaneve o da una lancia, ma dietro c’è un’infrastruttura immensa, davvero immensa e molto complessa, che viene ampliata e modificata continuamente.
L’innevamento artificiale viene preparato ogni notte nelle grandi stazioni sciistiche con veicoli diesel e, naturalmente, si produce sempre più neve, non solo perché la superficie coperta da neve si è ampliata, ma anche a causa del cambiamento climatico, poiché la neve deve essere reintegrata spesso, rimane al suolo per meno tempo, quindi naturalmente serve più acqua e tale acqua non è più disponibile localmente, motivo per cui vengono costruiti sempre più bacini idrici, anche a quote molto alte, dove i bacini idrografici sono semplicemente troppo piccoli per riempirli. Questo significa che gran parte dell’acqua deve essere pompata da valle e il problema non è solo questo: in alcuni casi non ce n’è nemmeno abbastanza e si pompa acqua direttamente dalle falde acquifere. Quindi, a mio parere, avendo lavorato in questo settore per molto tempo, abbiamo raggiunto un punto di svolta molto pericoloso, dove stiamo arrivando al nocciolo della questione, all’acqua di falda sicura che molti comuni utilizzano anche per l’acqua potabile.
Poi ci sono le controargomentazioni delle stazioni sciistiche, che dicono, sì, consumiamo risorse idriche ma l’acqua rimane nel suo ciclo, la stiamo solo usando, e non è vero che la vegetazione ne viene danneggiata. Sono tutte argomentazioni fastidiose perché non scientifiche. Non è vero che l’acqua rimane al 100% nel ciclo perché ne evapora molta di più rispetto a quanto farebbe se rimanesse nel sistema naturale. L’acqua deve evaporare quando nevica, fa parte del processo. Inoltre l’acqua evapora anche nei grandi bacini idrici, che si riscaldano, e naturalmente ci sono anche perdite lungo il percorso, spesso tubature difettose e così via. Anche l’SLF (l’Istituto svizzero per lo studio della neve e delle valanghe, n.d.L.) ha pubblicato uno studio su questo argomento qualche anno fa: da esso emerge che in media circa il 35% dell’acqua viene perso, ma questa percentuale può arrivare anche al 60%.
Ciò significa che le valli alpine o i pendii sottostanti si stanno letteralmente prosciugando. E io ho già lavorato su esempi molto specifici, su alcune specie vegetali che si sono estinte: vi stiamo ancora indagando.
E alla domanda finale dell’intervista circa il futuro delle stazioni sciistiche alpine, de Jong rimarca:
Di futuro ce n’è molto poco. Per quanto riguarda il turismo sciistico alpino, continuerà ancora per qualche anno e poi finirà molto rapidamente. Stiamo assistendo a un aumento delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici, anche più di quanto previsto dai modelli, e penso che lo sci finirà molto rapidamente per vari motivi, ma soprattutto per quanto riguarda la questione dell’acqua e della sua disponibilità.»
Ecco, questo è il punto della situazione in tema di neve artificiale e acqua. Ognuno può trarre le proprie considerazioni ovvero proporre ulteriori osservazioni di qualsiasi sorta, che siano ben argomentate e comprovate.