Un libro per portarvi “oltre il confine”

Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino è un volume veramente importante e prestigioso sotto ogni aspetto, della cui realizzazione e dei qual contenuti è stato ed è per me un onore e un piacere fare parte. È dedicato a uno dei territori più emblematici della Lombardia e non solo, la Val San Martino, da sempre terra di confini (anche geomorfologici, visto che una vera “valle” non è) e alla sua storia di ieri, di oggi e di domani, narrati in un modo innovativo, multidisciplinare e coinvolgente con il supporto di un apparato iconografico per gran parte inedito e di altissima qualità, tanto da rappresentare un modello editoriale per opere di tal genere, “portando” la Val San Martino oltre il confine in ogni senso: geografico, culturale, narrativo e anche letterario, appunto.

Per quanto mi riguarda, il mio testo – del quale un “assaggio” lo vedete qui sopra – si intitola Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle: in esso accompagno il lettore attraverso la geografia locale ad indagare la presenza e l’essenza di un immaginario condiviso (e condivisibile) relativo al territorio della Val San Martino, che ne analizzi gli elementi identificativi e referenziali nonché definisca i “tratti” e la “personalità” di un peculiare Genius Loci, dal quale ne possa derivare una altrettanto peculiare identificazione di matrice culturale del territorio nello sguardo e nella rappresentazione di chi lo ha vissuto, lo vive e/o di chi ne è visitatore. L’obiettivo che si pone il testo è strutturare un immaginario rappresentativo della Val San Martino, assolutamente “calato” sulla sua dimensione ambientale con tutte le componenti materiali e immateriali, sulla sua geografia territoriale, sociale e umana. Un immaginario che a sua volta strutturi un’identità culturale in grado di rendere il territorio antropologicamente determinato e vivo: condizione fondamentale, questa, per intessere una relazione approfondita e consapevole tra gli abitanti/ospiti e il territorio stesso, e per il dialogo con il suo Genius Loci. Inoltre, nel solco dei temi geografico-umanistici sopra indicati, ho posto una particolare attenzione alla presenza storica dell’industria nel territorio della valle, il cui sviluppo nel corso del tempo ha strutturato in modo peculiare il suo paesaggio, sia in modo materiale che immateriale, e ha contribuito a caratterizzare la particolare relazione con esso da parte dei suoi abitanti, presentando aspetti culturali alquanto significativi anche in previsione futura. Il tutto in una prospettiva che si fonda nel passato, si sviluppa nel presente e si proietta nel futuro della valle e della sua comunità umana, che magari possa pure offrire una rinnovata visione geopolitica di essa ad uso e consumo dei suoi amministratori o di chiunque con la valle voglia in vario modo interagire.

Per saperne di più sul volume e per acquistarlo, potete consultare il sito web valsanmartino.it oppure la pagina Facebook ad esso dedicata. Su entrambi troverete inoltre tutti gli aggiornamenti relativi alle presentazioni del libro, agli eventi correlati, alla rassegna stampa e numerosi contenuti extra legati alle tematiche trattate.

Con la cultura c’è chi (forse) mangia e chi (ancora) no

[Cliccateci sopra, per ingrandire l’immagine e leggerla meglio.]
Il quotidiano veneto “Il Gazzettino” ha pubblicato lo scorso 10 novembre sulla pagina sopra riportata un articolo particolarmente critico circa la spesa pro capite della Regione Veneto – ovvio riferimento locale – per la cultura, d’altro canto corredando l’articolo con una tabella dalla quale si può evincere la spesa pro capite per la cultura di tutte le regioni italiane. Senza dubbio, insieme al Veneto, spicca il dato della ricca, operosa, industriosa e avanzata (almeno a parole) Lombardia, di pochissimo superiore a quello veneto – ma, stando a quanto scritto nell’articolo, nel 2017 sarebbe stata abbondantemente ultima.

Ora, il dato non certifica in automatico che nelle regioni di riferimento non si produca cultura o se ne produca molta di più/molta di meno rispetto alle altre, considerando in primis che molta della produzione culturale italiana si affida a investimenti privati o a altre forme di sostegno economico non amministrativo-politico. Tuttavia certifica senza alcun dubbio l’attenzione e la considerazione (o la mancanza) di certe amministrazioni regionali – e di certa politica che le regge – nei confronti della cultura, un ambito che in Italia risulta tanto necessario quanto troppo spesso negletto e quasi ostracizzato. Ciò peraltro in un’ottica del tutto super partes, visto come nella tabella le regioni virtuose e le regioni riprovevoli garantiscano una consona e forse nemmeno così sorprendente par condicio.

Evidentemente, per qualche alto funzionario della politica italiana (regionale e non solo), il famigerato «con la cultura non si mangia» resta non solo un motto suggestivo ma pure un principio ineludibile e fondante i propri atti pubblici – ma questa è una considerazione personale, e lascio a voi ogni riflessione sulla tabella e su quanto riportato nell’articolo.

P.S.: la pagina de “Il Gazzettino” è stata pubblicata sulla pagina Facebook dell’amico Luca Radaelli e da lì io l’ho presa.

“Oltre il confine. Narrare la Val San Martino”

Giovedì 11 novembre, a Calolziocorte (Lecco), si terrà la prima presentazione di un volume veramente importante e prestigioso sotto ogni aspetto, della cui realizzazione e dei qual contenuti è stato ed è per me un onore e un piacere fare parte: Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino, un volume dedicato a uno dei territori più emblematici della Lombardia (e non solo) e alla sua storia di ieri, di oggi e di domani, narrati in un modo innovativo, originale e multidisciplinare. Un’opera che si attendeva da molto tempo il cui valore e la sostanza editoriali rappresentano a loro modo un punto di arrivo tanto quanto di partenza, per opere di tal genere, portando la Val San Martino oltre il confine in ogni senso – geografico, culturale, narrativo, letterario.

Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino delinea, in modo originale ed inedito, l’identità storica, territoriale e culturale della Val San Martino attraverso una serie di narrazioni, elaborate da autorevoli e appassionati ricercatori grazie alla loro veste di studiosi e al particolare legame instaurato da ciascuno con il territorio oggetto di studio, che originano da peculiari e diversi punti di vista con lo scopo di ricostruire una visione organica, multidisciplinare e autentica della valle nei suoi aspetti storici, antropologici, ambientali, etnografici, letterari, geografici, enogastronomici, religiosi, artistici, musicali, economici, industriali, genealogici, sociali e molto altro.
Una “terra di mezzo” distesa lungo l’Adda, per quasi quattro secoli estremo limite del dominio veneziano di terraferma e oggi cerniera tra Bergamo e Lecco posta a cavallo fra Lombardia orientale e occidentale, da sempre crogiolo di passaggi, incontri/scontri e contaminazioni culturali che l’hanno nel tempo forgiata, dandole una fisionomia peculiare e originale di terra di confine ma, al contempo, aperta e proiettata – ieri come oggi – verso l’esterno e i più ampi orizzonti e, dunque, oltre il confine.
L’iniziativa editoriale è dedicata alla comunità di riferimento della valle, erede e prima beneficiaria di questo prezioso patrimonio, ma anche ai frequentatori provenienti da ogni luogo che lo apprezzano per le sue caratteristiche e a chi, incuriosito, lo vuole conoscere ed esplorare nella sua essenza più sincera. Si rivolge altresì alle realtà culturali, istituzionali ed imprenditoriali desiderose di raccontare la propria terra d’origine per promuoverla in giro per il mondo e, in quest’ottica, si inserisce la traduzione integrale del volume in lingua inglese.

Oltre il confine. Narrare la Val San Martino è curato da Fabio Bonaiti e Pierluigi Donadoni e pubblicato dall’editore Marcianum Press. Contiene testi di Laura Accorsi, Gian Luca Baio, Fabio Bonaiti, Gianni Colombo, Pierluigi Donadoni, Renato Ferlinghetti, Augusto Fumagalli, Carlo Greppi, Sara Invernizzi, Matteo Nicodemo, Stefano Perico, Claudio Prandi, Gabriele Rinaldi, Luca Rota, Giovanna Virgilio.

Per quanto mi riguarda, il mio testo si intitola Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle: in esso accompagno il lettore attraverso la geografia locale ad indagare la presenza e l’essenza di un immaginario condiviso (e condivisibile) relativo al territorio della Val San Martino, che ne analizzi gli elementi identificativi e referenziali nonché definisca i “tratti” e la “personalità” di un peculiare Genius Loci, dal quale ne possa derivare una altrettanto peculiare identificazione di matrice culturale del territorio nello sguardo e nella rappresentazione di chi lo ha vissuto, lo vive e/o di chi ne è visitatore. L’obiettivo che si pone il testo è strutturare un immaginario rappresentativo della Val San Martino, assolutamente “calato” sulla sua dimensione ambientale con tutte le componenti materiali e immateriali, sulla sua geografia territoriale, sociale e umana. Un immaginario che a sua volta strutturi un’identità culturale in grado di rendere il territorio antropologicamente determinato e vivo: condizione fondamentale, questa, per intessere una relazione approfondita e consapevole tra gli abitanti/ospiti e il territorio stesso, e per il dialogo con il suo Genius Loci. Inoltre, nel solco dei temi geografico-umanistici sopra indicati, ho posto una particolare attenzione alla presenza storica dell’industria nel territorio della valle, il cui sviluppo nel corso del tempo ha strutturato in modo peculiare il suo paesaggio, sia in modo materiale che immateriale, e ha contribuito a caratterizzare la particolare relazione con esso da parte dei suoi abitanti, presentando aspetti culturali alquanto significativi anche in previsione futura. Il tutto in una prospettiva che si fonda nel passato, si sviluppa nel presente e si proietta nel futuro della valle e della sua comunità umana, che magari possa pure offrire una rinnovata visione geopolitica di essa ad uso e consumo dei suoi amministratori o di chiunque con la valle voglia in vario modo interagire.

Come detto, la presentazione di Oltre il confine. Narrare la Val San Martino si terrà giovedì 11 novembre, alle ore 18.00, presso la sala Conferenze dell’Istituto Caterina Cittadini, in Piazza Regazzoni n°2 a Caloziocorte, nell’ambito della rassegna “Estate di San Martino” 2021 – 30ª edizione. La prenotazione è obbligatoria fino ad esaurimento posti. All’interno è necessario l’uso della mascherina; l’ingresso è con Green Pass. Le prenotazioni possono essere effettuate direttamente dal sito valsanmartino.it, nel quale troverete il form da compilare, oppure alla mail oltreilconfine@valsanmartino.it. C’è anche una pagina Facebook dedicata al volume e costantemente aggiornata, nella quale troverete molte altre informazioni e dettagli al riguardo.

“Grandi seghe” alpine

[Immagine tratta da duepertrefacinque.it, fonte qui.]
Il Resegone è senza dubbio uno dei gruppi montuosi più famosi delle Alpi lombarde e non solo: certamente per essere stato citato e così immortalato ne I Promessi Sposi manzoniani ma, in primis, per la particolare morfologia identificata fin dal toponimo: “Resegone”, italianizzazione del lombardo resegun, “grande sega”, per come l’infilata delle sue cime ne ricordi il profilo della lama.

Tuttavia c’è un’altra montagna nelle Alpi che può contendere al Resegone il “titolo” di «grande sega alpina»: è il Churfirsten, nel cantone di San Gallo in Svizzera, il qual profilo a sua volta ricorda chiaramente quello del classico utensile per tagliare, seppure in tal caso il toponimo ha origini diverse – potete ben constatare nelle immagini sopra e sotto l’analogia morfologica dei due gruppi montuosi.

[Foto di Janik Fischer da Unsplash.]
Ma un minimo di indagine geografica in più permette di trovare diverse altre analogie, tra Resegone e Churfirsten, per certi versi alquanto sorprendenti. Eccone alcune:

  1. Sono entrambi gruppi montuosi prealpini: il Resegone delle Prealpi Bergamasche, il Churfirsten delle Prealpi di Appenzello e San Gallo.
  2. Entrambe vengono considerate montagne geologicamente giovani.
  3. Le rispettive “seghe” hanno un numero di “denti” quasi uguale: il Resegone ha nove cime principali e ne conta quattordici con quelle secondarie; il Churfirsten ne ha sette principali e tredici in totale con le secondarie.
  4. Le varie cime di entrambi i gruppi montuosi hanno altezze piuttosto regolari: tra la vetta più alta e più bassa del Resegone c’è una differenza di 316 metri, sul Churfirsten la differenza è di 230 metri.
  5. Posta la loro morfologia, sia il Resegone che il Churfirsten rappresentano rinomati siti per l’arrampicata, con decine di vie di ogni difficoltà.
  6. Entrambi i gruppi montuosi sovrastano un lago: quello di Como (ramo di Lecco) il Resegone, il Walensee per il Churfirsten, bacini prealpini con caratteristiche a loro volta simili.
  7. Sia il Resegone che il Churfirsten nel passato hanno fatto da confine naturale a domini differenti: il Resegone era posto tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, il Churfirsten tra i territori controllati dall’Abbazia di San Gallo e dal Vescovado di Coira.
  8. Entrambe sono montagne “suburbane”, trovandosi molto vicine a grandi città e a distanze sorprendentemente simili: tra il Resegone e la città di Milano ci sono poco meno di 84 km, tra il Churfirsten e la città di Zurigo ce ne sono 87…

[L’infilata di punte del Resegone da Est.]

[L’infilata di punte del Churfirsten da Sud.]
…E chissà, potrebbe ben essere che ce ne siano ancora altre, di analogie tra i  gruppi montuosi in questione! In ogni caso, senza dubbio si tratta di due “grandi seghe” che in fondo, piuttosto di “tagliare” e “dividere” qualcosa, uniscono (prima morfologicamente e poi emblematicamente) due territori delle Alpi relativamente lontani e differenti ma resi singolarmente simili da due montagne così peculiari, dalla loro geografia e dal paesaggio che ne scaturisce.

Di sicuro ce ne sono altre di “grandi seghe” in giro per le Alpi: se ne conoscete e vorrete raccontarmi ciò che ne sapete, sarò ben felice di esserne edotto: una prova ulteriore di come i paesaggi montani, con tutta la loro insuperabile varietà geografica e al contempo con la scoperta delle affinità che presentano, possano essere sempre affascinanti e sorprendenti.

Una Venezia molto… veneziana

Venezia è una delle città più belle e uno dei luoghi più suggestivi del mondo, inutile rimarcarlo. Sovraccarica di iconologie, di simbolismi, di immaginari a volte troppo superficiali e francamente inutili (se non dannosi) per uno spazio antropizzato così particolare e delicato, è facile intuire che Venezia sia tra i luoghi più raffigurati in assoluto, in ogni modo ovvero con ogni media lo si possa effigiare tentando di fissare almeno una minima parte del fascino urbano, delle sue architetture e dei monumenti, degli angoli più caratteristici, del rapporto con l’acqua che penetra (nel)la città e viceversa, del suo paesaggio unico.

Una delle più belle e intense rappresentazioni di Venezia che abbia mai visto l’ho intercettata qualche giorno fa grazie a un articolo di “Artribune” (lo potete leggere anche on line qui): è dell’artista tedesco Gerhard Richter e si intitola Venedig (Treppe), un olio su tela del 1985:

Al di là delle note critiche sull’opera, che potete leggere qui, trovo che in questo dipinto Richter abbia perfettamente reso visibile la dimensione di sospensione in cui vive Venezia, dalla quale trae il suo fascino inimitabile tanto quanto l’inquietudine rispetto al proprio precario equilibrio geografico. Le prospettive ideali che l’opera possiede, fornite dalle linee nette e dalle partizione che creano – terra/acqua, acqua/cielo, luce/ombra, presenza/assenza – e di contro la particolare tecnica pittorica che rende l’idea di un’immagine fotografica sfocata nonché l’assenza di ciò che rende Venezia immediatamente riconoscibile a chiunque, ovvero i suoi celeberrimi monumenti o le vedute dei canali i quali però sono anche gli elementi principali dell’immaginario turistico-commerciale che per certi versi deturpa il fascino cittadino, fanno dell’opera un fermo-immagine super dimensionale della realtà di Venezia, che viene analizzata nel profondo da un punto di vista alternativo e al contempo viene ammantata di un onirismo delicato e enigmatico. In effetti nella raffigurazione di Venezia di Richter è assente un altro elemento immancabile in città: l’umanità, la quale però, come accennato, le conferisce “vita” in modi a volte soverchianti e generanti nel suo paesaggio (nel senso antropologico del termine) una sorta di rumore di fondo. Richter invece pone nel proprio scorcio veneziano una sola figura umana (è la moglie, per la cronaca) così togliendo quel disturbo antropico e riportando la relazione tra il luogo e le persone entro una dimensione ben più profonda e meditativa, quella che probabilmente abbisognerebbe un luogo così speciale come Venezia e che rimanda all’altra relazione naturale tra lo spazio antropizzato e l’ambiente della laguna, una comunione tra terra e acqua che vivo di un equilibrio certamente precario eppure secolare, probabilmente armonico se non fosse per una presenza umana invece sovente dissonante.

D’altro canto Gerhard Richter ha prodotto una vastissima serie di opere dedicate al paesaggio, sia antropizzato che naturale, interpretato e raffigurato in modi originali e intriganti. Venezia è protagonista di altre sue notevoli opere ma lo sono anche le montagne, per cui tornerò più avanti a parlarvi di Richter e della sua arte. Potete comunque da subito approfondire la sua conoscenza dal sito ufficiale, assai ricco di notizie e di contenuti su ogni aspetto del suo lavoro.

P.S.: l’immagine dell’opera è presente su molti siti web; io l’ho tratta dal citato articolo di “Artribune”.