[Cortina d’Ampezzo, luglio 2020: lavori per i Mondiali di sci 2021 e le Olimpiadi 2026. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com, in origine pubblicata qui.]
Si abbandona un paesaggio non tanto lasciandolo, ma lasciando che predomino interessi speculativi e sfruttamento indiscriminato, cioè per effetto di sciatteria intellettuale e scarsa lungimiranza, per la concentrazione dello sguardo su meri bisogni contingenti.
[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]
Analizzando i dati di bilancio pubblicati da quattro principali comprensori della Valle d’Aosta (Pila, Monterosa, Cervino e Courmayeur), è stato calcolato in un range da 9 a 19 kilowatt/ore pro-capite il consumo energetico a giornata di ciascuno sciatore. Un calcolo che esclude comunque viaggio, albergo e altri consumi, ma che si limita a spalmare sul numero medio di biglietti paganti il consumo di energia per gli impianti e l’innevamento artificiale. E se venisse aggiunto almeno anche il gasolio degli spazzaneve fa lo stesso: basta questo calcolo approssimativo, che indica nel valore energivoro di circa dodici cicli di routine di una lavatrice il consumo medio di ogni singolo sciatore, a rendere bene l’idea del problema.
Questo è l’incipit dell’articolo di Paolo MartaniLo sci alpino è un settore troppo energivoro: a breve ‘pagheremo caro, pagheremo tutto’, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 febbraio scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nella sua interezza. È un altro contributo interessante e concreto sulla realtà del turismo sciistico contemporaneo, tanto più in questo periodo di prezzi record dell’energia: una realtà che, purtroppo, sembra diventare ogni giorno di più surreale, ecco.
[Immagine tratta da qui e anche da qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo intitolato Costruire bene in montagna (si può) nel quale raccontavo l’esperienza sulle Alpi di Gion A. Caminada, uno dei più importanti e stimati architetti operanti nella regione alpina, prendendola a modello di come sui monti si possa costruire con stile innovativo, attenzione e coerenza culturale, sensibilità paesaggistica e con il più elementare tanto quanto prezioso buon senso. Caminada non è l’unico progettista virtuoso in tal senso, ve ne sono parecchi in attività e capaci di proporre cose veramente interessanti: cito tra i tanti Enrico Scaramellini, ad esempio (perché lo conosco direttamente ma ciò senza porre in secondo piano gli altri, italiani e non).
Di contro, purtroppo, costruire male in montagna si fae ancora troppo spesso, e di frequente senza che all’apparenza vi sia coscienza dei danni cagionati al territorio alpino e al suo paesaggio da parte dei promotori di tali opere, anzi, tutt’altro. Malauguratamente, secondo alcune fonti autorevoli che operano nella salvaguardia ambientale alpina un esempio grande e lampante al riguardo sembra lo stiano diventando le opere in realizzazione per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina del 2026. Di recente la CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, ente prestigioso e importante, ha pubblicato un dossier sul tema intitolandolo significativamente Olimpiadi invernali 2026: non c’è traccia di sostenibilità, che lascia ben poco spazio alla speranza di interventi nei territori montani che saranno sede delle gare realmente virtuosi, contestuali al paesaggio, sostenibili, ragionevoli, denunciando d’altro canto le ingenti somme di denaro pubblico che verranno spese per lavori del cui futuro post-olimpico non c’è alcuna certezza concreta, con il rischio che diventino ennesimi ecomostri sparsi sulle Alpi a danneggiare gravemente il loro paesaggio e la nostra relazione con esso.
Nella lettera aperta che la CIPRA ha sottoposto al CIO e al Comitato Olimpico Italiano, così si legge:
Le esperienze degli ultimi decenni hanno dimostrato che le Alpi non sono adatte ad ospitare questi grandi eventi, dannosi per l’ambiente e con gravi conseguenze per le comunità locali. Anche in occasione delle ultime Olimpiadi invernali tenutesi nelle Alpi – quelle di Torino 2006 – alle zone di montagna sono rimasti solo debiti e cattedrali nel deserto come la piste da bob e i trampolini per il salto con gli sci. […]
Il fatto che i Giochi si svolgeranno in diverse località (Milano, Valtellina, Cortina, Val di Fiemme) e il gran numero di strutture esistenti (per lo sport, i trasporti e gli alloggi) dovrebbero alleggerire il carico sugli ambienti montani interessati e mantenere un approccio economicamente responsabile nell’organizzazione dei Giochi. Ma, in realtà, non sarà così. Mentre alcuni aspetti dell’organizzazione dei Giochi da parte della “Fondazione Milano Cortina 2026” mostrano l’intenzione di rendere le Olimpiadi più sostenibili, un’attenzione simile non viene data agli impianti di gara, che saranno costruiti dalla società “Infrastrutture Milano Cortina 2026”. Almeno due delle quattordici sedi di gara sollevano seri dubbi sulla loro sostenibilità economica e ambientale: il rifacimento della pista di bob “Eugenio Monti” a Cortina e l’impianto per il pattinaggio di velocità su ghiaccio a Baselga di Piné, in Trentino. La nuova pista di bob di Cortina, voluta dalla Regione Veneto e dal Comitato Olimpico Italiano, è solo l’esempio più eclatante dell’insostenibilità dell’evento. I responsabili politici, locali e non, mostrano una mancanza di volontà di reinterpretare realmente il modello dei Giochi Olimpici in termini di sostenibilità. Oltre alle opere “essenziali”, ci sono numerose infrastrutture “connesse” e “di contesto” che avranno un impatto. Ne sono un esempio le strade e le circonvallazioni in paesi come San Vito di Cadore, dove verrebbero sacrificati ettari di prato, o i tre nuovi collegamenti sciistici proposti per Cortina-Badia, Cortina-Arabba e Cortina-Alleghe Civetta nel cuore delle Dolomiti. Vi è inoltre la nuova edilizia speculativa indotta dalle Olimpiadi, come il progetto previsto a Passo Giau per la costruzione di un albergo con un volume di 40.000 metri cubi a oltre 2.000 metri di quota, il tutto in un paesaggio unico dove esiste già un rifugio-albergo chiuso da dieci anni. […]
Potete leggere la “lettera aperta” nella sua interezza qui o cliccando sul link presente lì sopra nell’articolo.
Ora, posto che per mia natura non voglio assumere un atteggiamento totalmente ostruzionista già quattro anni prima dell’evento, sperando (ingenuamente, già) che vi sia ancora modo di porre rimedio ad almeno qualche intervento in atto – un po’ come si spera di visitare il Loch Ness in Scozia e d’improvviso veder spuntare dalle acque la testa del celeberrimo mostro, ecco – credo che alla base della questione vi sia una contraddizione ormai palese, che lascia la stessa pressoché irrisolvibile – almeno restando lo stato delle cose per come sono state realizzate e elaborate dal Novecento a oggi – e che si può riassumere in queste semplici domande: ma può essere sostenibile un evento come le Olimpiadi? O pretendere che lo siano è un po’ come volere la botte piena e la moglie ubriaca?
Torno dunque a leggere quanto appunta la CIPRA, in un altro passaggio del suo dossier:
La popolazione locale ha preso coscienza di questi effetti negativi. I referendum nei Cantoni svizzeri del Vallese e dei Grigioni, nel Tirolo austriaco, così come a Salisburgo e Monaco di Baviera/D, hanno dimostrato che gran parte della popolazione alpina non è più disposta a subire le conseguenze negative delle Olimpiadi invernali.
Già, perché forse il punto è proprio che Olimpiadi come quelle che si sono svolte fino a oggi, sulle Alpi e altrove nel mondo, non hanno più un senso logico e non possono più essere proposte ovvero vanno radicalmente ripensate. Ma c’è la volontà di farlo, di attuare questo necessario ripensamento, ove non vi sia la coscienza civica a imporlo? Vedremo, ma anche qui al momento la (mia) speranza pare solo una purissima ingenuità.
P.S.: delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 ho disquisito di recente anche qui.
Il comitato organizzatore ha inserito la pista nel programma ufficiale: qui, secondo le previsioni, si terranno le gare di bob, di slittino, di skeleton e forse anche di parabob, durante le paralimpiadi. Prima, però, la pista va ristrutturata. È un cantiere complesso e costoso, da oltre 60 milioni di euro, con conseguenze rilevanti per un ambiente particolarmente delicato come la montagna. Molte persone a Cortina si stanno chiedendo se ne valga davvero la pena. […]
Gli organizzatori e le istituzioni non vogliono sentire parlare di alternative. Giovanni Malagò, presidente del CONI, è stato piuttosto perentorio: la pista si farà con le modifiche previste, senza cambiare progetto, e Cortina ospiterà le gare in un impianto nuovo di zecca. «Sapete come si dice a Roma? Abbasta», ha detto, riferito alle rivendicazioni degli ambientalisti.
Citazioni tratte dall’articolo pubblicato martedì 16 novembre 2021 su “Il Post”, che potete leggere nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa a questo post.
Le Alpi sono uno spazio naturale e culturale particolarmente sensibile che non si presta ai Giochi olimpici invernali. Il loro svolgimento assume attualmente dimensioni che non sono più compatibili con le regioni alpine, perlopiù articolate in spazi ristretti e frammentati. I requisiti posti dai Giochi olimpici invernali in termini di infrastrutture di trasporto, impianti sportivi e offerta alberghiera sono ormai così elevati che nelle Alpi non possono più esser soddisfatti. La dilatazione dei Giochi, con un numero sempre maggiore di competizioni, rappresenta un carico eccessivo per le località di svolgimento e le regioni circostanti. Gli impatti delle Olimpiadi invernali hanno superato una soglia che non è più accettabile, tanto per la natura quanto per l’uomo. […]
A queste condizioni il futuro delle Alpi può solo prospettarsi libero da Olimpiadi. In futuro i comuni e le regioni delle Alpi devono rinunciare a candidarsi per i Giochi olimpici invernali. Il lancio di dispendiose candidature, che sottraggono allo Stato e ai comuni ingenti risorse, indispensabili per garantire altri servizi, è da evitare in via di principio. In considerazione della indisponibilità del CIO a intraprendere una radicale inversione di rotta, le regioni alpine devono trarre le dovute conseguenze: Alpi libere da Olimpiadi – oggi e in futuro!
Citazioni tratte dalla Presa di posizione ufficiale della CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, prestigioso ente transnazionale che non può certamente essere semplicisticamente definito “ambientalista” – redatta in data 21 febbraio 2014 (più di sette anni fa, già) – e contenuta nel relativo “Dossier Olimpiadi”, che analizza in maniera approfondita il rapporto tra Giochi Olimpici e territori alpini.
Bene: confrontate e riflettete, liberamente.
Tanto, di Olimpiadi invernali milanocortinesi del 2026 e cose affini toccherà sicuramente tornare a disquisire. Spero positivamente, temo negativamente.
[Rendering del progetto di parco eolico del Monte Giogo, in Toscana. Immagine tratta da radiomugello.it, che qui offre un’articolata ricostruzione del caso in questione.]
La parola “compromesso” ha destato la mia curiosità, visto che nel mio articolo sopra linkato dissertavo proprio sulla difficoltà di costruire una relazione equilibrata tra il paesaggio inteso come elemento concettuale culturale e identitario del territorio e le infrastrutture antropiche in esso installate, sovente abbastanza imponenti da modificare la concezione e la percezione del paesaggio nonché la ancor più importante relazione antropologica con chi viva quel territorio e, appunto, ne elabori il paesaggio. Tuttavia, ripeto, avendo letto “compromesso” mi sono subito chiesto: bene, vediamo dunque come hanno gestito la questione, lì nel Mugello.
Innanzi tutto l’articolo de “Il Post” mi pare confermi quanto ho scritto io, ovvero che il tema specifico sia ben lungi dall’essere culturalmente ben approfondito e elaborato a sufficienza, e che i dibattiti fino a oggi intrapresi, nel complesso, restino ancora a un livello piuttosto superficiale e legato alle circostanze del momento o tutt’al più del futuro prossimo, senza una visione antropologica più lunga e maggiormente strutturata, sia in senso generale che nel dettaglio di alcuni elementi fondamentali – come il concetto di “ paesaggio” e cosa si debba intendere con il termine, per dirne uno. D’altro canto, nell’articolo stesso si evidenzia quasi subito che
Per come è andata finora, questo progetto sembra rappresentare meglio di altri il difficile compromesso tra la necessità di trovare nuovi modi per produrre energia e allo stesso tempo tutelare l’ambiente e il paesaggio.
Peraltro è altrettanto significativo leggere e constatare che tra le principali entità istituzionali atte alla gestione a alla salvaguardia del territorio sussistano pareri opposti sul progetto:
I comuni di Vicchio e Dicomano hanno dato il loro parere positivo al parco eolico, così come la Regione a cui spetta l’autorizzazione definitiva, mentre al momento la soprintendenza di Firenze si è detta contraria dopo aver presentato alcune richieste di modifiche che secondo l’AGSM renderebbero il progetto non sostenibile economicamente.
Nota bene: te credo che Vicchio e Dicomano hanno dato parere positivo al progetto, dato che, se verrà realizzato, si porteranno a casa il 3 per cento dei ricavi annui, circa 130mila euro. Per due comuni relativamente piccoli questi denari non sono coriandoli, senza dubbio; resta da capire se tali cifre rappresentino “compensazioni” legate alla realizzazione del parco eolico (dunque una indiretta amissione di impatto ambientale eccessivo che imponga delle reiterate “scuse” – finanziarie, nel caso) ovvero una sorta di – consentitemi la definizione molto “franca” – bustarella legale per assicurarsi il consenso degli enti primari del territorio – i comuni, appunto.
In ogni caso, vediamo quale è il “compromesso” proposto per il progetto del Mugello:
La soprintendenza ha chiesto di eliminare tre turbine su otto per limitare il taglio degli alberi durante i cantieri. In vista della prossima conferenza dei servizi, in programma il 26 luglio, l’azienda sta lavorando a una soluzione che prevede la rimozione di una sola pala eolica: l’impianto passerebbe da otto a sette turbine. «Abbiamo proposto di togliere la pala che sarebbe stata installata nel punto meno produttivo, distante dal crinale e senza nessuna strada di accesso», dice l’ingegnere Marco Giusti, direttore di progettazione e ricerca dell’AGSM. «In questo modo si dovrebbe perdere solo l’8 per cento della produzione di energia elettrica ed evitare metà del taglio degli alberi previsto». Con questo compromesso, l’obiettivo è arrivare a un accordo tra tutte le istituzioni. Giusti è convinto che questo progetto sia stato fatto “a regola d’arte”.
In pratica, la soluzione “a regola d’arte” ovvero il compromesso (ma mi verrebbe più da definirlo “ripiego” o “scappatoia”) è totalmente legato alla definizione di una mera (seppur importantissima, sia chiaro) questione ambientale; salvo dettagli ulteriori che nel caso sono ben felice di poter ricevere da chi li abbia, non mi sembra che tale “compromesso” contempli anche una riflessione (meglio sarebbe una concreta valutazione) circa l’aspetto culturale e antropologico di una realizzazione del genere – si veda al riguardo lo Studio di Impatto Ambientale del progetto in questione. Sia chiaro: la cosa non mi sorprende più di tanto, dal momento che riflessioni e valutazioni del genere sono pressoché assenti – anzi, per meglio dire, sono chimeriche – nei dibattiti intorno a progetti di questa portata. Eppure, non ragionare su come l’elaborazione culturale del paesaggio verrà modificata dall’installazione delle grandi pale eoliche, ovvero su come verrà alterata (non è detto in peggio, voglio precisarlo) l’identità di luogo di quella zona e dunque, di conseguenza, come varierà l’appropriazione culturale del luogo in senso identitario per i suoi abitanti, credo rappresenti una mancanza non indifferente, soprattutto se si vuole affrontare una valutazione complessiva di tali grandi antropizzazioni non solo riguardo lo spazio ma pure riguardo il tempo, e non un tempo prossimo ma il più possibile proteso al futuro. Potrebbe sembrare, di primo acchito, una discussione sul sesso degli angeli; in verità, la storia degli ultimi due secoli di antropizzazione e di territorializzazione dei luoghi naturali, soprattutto quando di pregio come quelli rurali-montani, è ricolma di casi di sottovalutazione della portata culturale e antropologica delle opere eseguite, sia di minima e pur evidente importanza fino a certi grandi interventi che hanno letteralmente stravolto il carattere e l’identità dei territori in questione, stravolgendo in tal modo pure la relazione con essi dei loro abitanti fino a causare conseguenze psico-sociali ben rilevate e rilevabili quali spaesamento, alienazione, perdita del legame identitario e della relazione storica (ovvero, per dirla in modo più suggestivo, del dialogo con il Genius Loci del territorio). Tutte circostanze che poi si ritrovano alla base dei fenomeni di spopolamento e di degrado socioeconomico e paesaggistico dei territori in questione i quali fenomeni, una volta avviati, è quasi impossibile arrestarli se non nel giro di qualche generazione e solo con un gran lavoro di rialfabetizzazione antropologica vero i territori e i luoghi nonché con una riscoperta dell’identità di essi – sempre che col tempo non sia siano definitivamente trasformati in “non luoghi”.
Tutto ciò, lo ribadisco una volta ancora come ho fatto in quel mio articolo sul Parco Eolico del Gottardo, senza voler esprimere giudizi, ora, sulla bontà o meno di tali opere: non sto dicendo che le grandi pale eoliche abbruttiscano e guastino i territori ove vengono installate e nemmeno che viceversa li rendano più belli, affascinanti o futuristici. Voglio solo caldeggiare la necessità di una più approfondita riflessione sulla realizzazione di queste grandi infrastrutture, lontana dalle mere strumentalizzazioni ideologiche, dalle fascinazioni tecnologiche o dalle considerazioni estetiche ma pure dalle più rudimentali convenienze economiche; una riflessione di natura primariamente culturale, al fine di capire e aver la piena consapevolezza circa cosa accade, al paesaggio di pregio, quando in esso si piazzano un tot di enormi pale eoliche alte 160 metri e più, e cosa di conseguenza accade dentro chi quel territorio abita, vive e riconosce come geografia identitaria e referenziale.
Per il momento, ripeto, una riflessione del genere non la vedo ancora e credo sia un peccato, questa mancanza.