Quelli che vogliono continuare a sciare dove non è più logico farlo e quelli che no

«La neve artificiale è ormai indispensabile sulle piste da sci e anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 viene utilizzata. Qualche purista potrebbe storcere il naso, ma con il cambiamento climatico dobbiamo abituarci ad avere un ‘aiutino’ se si vogliono praticare gli sport invernali.»

Questo è l’incipit di un recente articolo del quotidiano on line “Torinoggi.it” (quello lì sopra) e trovo manifesti bene il “pensiero” alla base di certo turismo contemporaneo, non solo sciistico-invernale. Siccome c’è il cambiamento climatico che sta cambiando la montagna ma si vuole continuare a praticare gli sport invernali, bisogna accettare l’aiutino della neve artificiale. Logico. Oppure no? Forse che viceversa, a pensarci bene, la vera logica sta nel fatto che siccome in molte località montane il cambiamento climatico non consente più di sciare come una volta, non ha senso continuare a volerlo fare?

Sì ma «l’economia», «l’indotto», i «posti di lavoro», «lo spopolamento delle montagne» eccetera? Confutazione logica, all’apparenza. Oppure no? Forse che, invece, sia proprio l’economia dello sci, quando venga imposta in modalità monoculturale, a bloccare tutte le altre attività turistiche che non siano legare alla neve artificiale con le loro economie e dunque lo sviluppo generale dei territori?

Ecco un caso recente di una località che seguo da tempo, Teglio, in Valtellina:

Da anni si cerca di rilanciare il piccolo comprensorio sciistico locale, ma le condizioni meteo-climatiche e ambientali del luogo non lo consentono. Tre anni fa sono stati persino acquistati numerosi nuovi cannoni sparaneve, rimasti sostanzialmente inutilizzati (con conseguente gran spreco di soldi, inutile dirlo). Ma ecco che, magia delle magie, si spengono gli impianti di risalita e il posto si riempie di gente come mai negli ultimi anni!

Quindi, la domanda sorge spontanea: è più logico di pretendere di voler sciare anche quando le condizioni per farlo non ci sono più e dunque costringendosi a utilizzare mezzi artificiali (e a sostenere le ingesti spese conseguenti) oppure è più logico godersi la neve naturale, quando c’è, facendo tutto quello che si può fare senza dover dipendere da alcun “aiutino”?

[Gli inutilizzati cannoni di Teglio e un’immagine degli sbancamenti di qualche estate fa lungo le piste per la realizzazione del nuovo impianto di innevamento artificiale.]
E quindi vogliamo vedere che, se in molte località montane – non dico ovunque, ma in molti posti sicuramente – finalmente si sostenessero, finanziariamente e politicamente, le attività invernali non sciistiche al pari di quelle sciistiche si potrebbe generare più economia, più indotto, salvaguardare i posti di lavoro e contrastare veramente lo spopolamento di quei territori di montagna?

Ecco. Dunque per cosa è realmente il caso di storcere il naso?

[L’efficace slogan che compare sulla home page del sito web dell’Alpe Teglio. Cliccateci sopra per visitarlo.]
P.S.: a Teglio spero lo abbiano definitivamente capito che è il caso di spegnere per sempre i propri impianti di risalita (e vendere quei cannoni sparaneve inutilizzati, la cui visione è parecchio irritante), per portare avanti con impegno il percorso di ridefinizione dell’offerta turistica locale in chiave post-sciistica avviato lo scorso anno. Ne ho scritto qui.

La neve artificiale? La risposta troppo semplice (e semplicistica) a un problema ben più complesso

Il 90% delle piste da sci in Italia è innevamento artificialmente: è la percentuale più alta tra i paesi alpini. Cosa inevitabile, visto che nevica sempre meno e fa sempre più caldo affinché la neve naturale cada e resti al suolo, ma così i cannoni consentono alle stazioni sciistiche di continuare la loro attività nonostante la crisi climatica.

Bene: si direbbe che, posto il problema, trovata la “soluzione”. Tanti la pensano così, in effetti. Invece, la neve artificiale rappresenta un caso emblematico di soluzione solo presunta, rapida e semplice a un problema molto più complesso, che viene unicamente ridotto alla salvaguardia del business dell’industria dello sci e non viene compreso – cioè non si vuole comprendere – nella sua ben ampia e autentica complessità.

Perché se il turismo sciistico così pensa di salvarsi e perseverare – legittimamente, dal suo punto di vista, ma sovente sbagliando alla grande – nel contempo è la montagna a rischiare grosso. Come spiega bene la climatologa Elisa Palazzi (di recente lo ha fatto anche a “Geo”, come potete vedere qui sotto), la poca neve sui monti comporta numerose conseguenze: «l’alterazione nella disponibilità di risorsa idrica, una minor protezione dei suoli montani in inverno, una diminuzione dell’albedo e quindi la minor capacità della neve di rinfrescare il pianeta, l’aumento dei rischi come quelli legati all’occorrenza di valanghe costituite da neve più umida e densa, di difficile previsione.» In altre parole: si pensa di poter proteggere una valigia piena di soldi che rimane comunque a bordo di una nave sempre più a rischio di affondamento e per la cui salvezza si fa ben poco.

[Cliccate sull’immagine per vedere il video.]
Ma in molti casi questa cosa la si pensa erroneamente, ribadisco: Palazzi infatti rimarca pure che «la “linea della neve sicura”, l’altitudine alla quale spessore e durata della neve sono tali da garantire il proseguimento delle attività sciistiche, sta salendo verso l’alto e questo determina la possibilità per gli impianti di non riuscire a svolgere le loro attività», del tutto o in maniera parziale ma comunque insufficiente a sostenere le spese di gestione dei comprensori. A ciò vanno poi aggiunti i costi crescenti che le stazioni sciistiche devono affrontare in quanto obbligati a produrre neve artificiale sempre più spesso e in maggior quantità, vista l’assenza prolungata di quella naturale. Ovvero: se non sarà il clima a decretare la fine di molti comprensori che ancora spendono molti soldi per sostenere la propria attività, lo farà l’economia e i bilanci delle società che gestiscono quei comprensori.

Una soluzione troppo semplice a un problema assai complesso non risolve un bel niente, insomma. Anzi, rischia di peggiorarne ulteriormente le conseguenze.

[Foto di Heike Georg da Pixabay.]
Posso ben pensare che sia difficile cambiare rotta a un modello di business turistico che si è consolidato in decenni, ma è innegabile che quella solidità ora è sempre meno garantita e sta per svanire del tutto: dunque, se posso pensare quanto appena affermato, non posso più capirlo e ritenerlo sensato. Perché nel frattempo il problema della montagna, soprattutto quella turistificata ma non solo quella, diventa sempre più complesso: perseverare ostinatamente nella stessa presunta soluzione troppo semplice e semplicistica ovvero inefficace, diventa veramente non più umano ma diabolico. Nei confronti della montagna stessa, innanzi tutto.

Stipendi che calano, skipass che aumentano e lo sci in un cul-de-sac

[Foto di Helena Volpi da Pixabay.]
A chi si occupa come me di montagna, dunque anche della sua frequentazione turistica in questi tempi difficili, viene inevitabile mettere a confronto le notizie che raccontano di come i redditi medi italiani (con il relativo potere d’acquisto) siano gli unici in Europa, insieme a quelli della Grecia, a essere diminuiti negli ultimi vent’anni (del 3,9%), e quelle che rimarcano i continui aumenti dei prezzi delle vacanze in montagna: ad esempio – visto che è appena cominciata la nuova stagione sciistica – quelli degli skipass, che per l’inverno 2025/2026 rincarano in media del 4/6% e che in soli quattro anni sono aumentati mediamente del 38% (!).

In effetti, lo sci contemporaneo appare per molti versi paradossale dal punto di vista economico anche più che da quello climatico. Ad oggi l’industria sciistica resta gioco forza un’economia irrinunciabile per molti territori montani, la cui gestione sempre più onerosa (anche in forza degli effetti della crisi climatica, ma non solo per quelli) costringe i responsabili dei comprensori sciistici ad aumentare continuamente i prezzi, a prescindere dalle mire di certe località di diventare mete di lusso – anche se ciò diventa un impulso e una giustificazione ulteriori per quegli aumenti.

[Infografica tratta da “Il Post.]
Tuttavia, come palesato dalle notizie sopra citate, la platea ad oggi ancora fondamentale per le stazioni sciistiche italiane, cioè quella del turismo nazionale, si sta sempre più restringendo in quantità di utenti e qualità della vacanza, il che costringe le stazioni ad attirare il turismo estero, per certi versi più redditizio ma per altri meno fidelizzabile e garantito, essendo più legato all’andamento del mercato turistico e ai relativi trend stagionali.

[Qui “Il Sole-24Ore” riassume gli aumenti in alcune delle principali stazioni sciistiche italiane per la stagione 2025/2026.]
Per restare attrattive e fronteggiare la concorrenza del mercato le stazioni devono costantemente investire in nuovi impianti, infrastrutture e servizi, accollandosi ulteriori costi che inevitabilmente, pur con le frequenti e discutibili iniezioni di soldi pubblici che la politica italiana riserva all’industria dello sci, finiscono per alimentare ulteriori aumenti dei prezzi al pubblico, con il risultato che la forbice tra accessibilità economica dell’attività sciistica e più in generale della vacanza invernale in montagna e sostenibilità per un pubblico sempre più ampio si allarga continuamente, ben oltre i limiti che molti utenti possono ritenere accettabili per le proprie finanze ordinarie. Nel frattempo, come accennato, il pubblico straniero oggi c’è e domani non si sa, magari diretto verso altre mete che intanto hanno accresciuto la propria attrattività turistica, sicché i corposi e costosi investimenti compiuti dalle stazioni rischiano di non essere finanziariamente ammortizzati, con conseguenti dissesti nei bilanci e ulteriori debiti da coprire. Come? Con altri aumenti dei prezzi, inevitabilmente.

Un gran “bel” cul-de-sac, insomma, nel quale le stazioni sciistiche si stanno infilando sempre più a fondo, consapevoli dei rischi crescenti per la propria sopravvivenza già a breve termine ma d’altro canto non sapendo che fare di diverso – o, meglio, non avendo la volontà e la capacità di farlo.

[Prestigiosi hotel di lusso in certe località e brutti condomini di seconde case vuote in altre: le due facce della medaglia turistica alpina.]
Per questo sostengo che la fine dello sci, in molte stazioni che ancora oggi resistono con i propri comprensori, ancor più che dalla (ovvero in correlazione con la) crisi climatica potrebbe essere cagionata dalla sostanziale, inesorabile insostenibilità economica e dalla conseguente implosione del settore ormai divenuto una bolla, salvo pochi casi tra i comprensori più strutturati e meno soggetti tanto al degrado del clima quanto alle variabili del mercato.

Una cosa è comunque certa: sulle nostre montagne lo sci, in gran parte, ha ormai il destino segnato, e lo affermo senza alcun sarcasmo ma con molto dispiacere.

A che punto è l’emblematica questione del collegamento sciistico tra Colere e Lizzola?

È ormai passato un anno da quando il “caso Colere-Lizzola” – cioè il progetto da oltre 70 milioni di Euro di collegamento tra i due comprensori sciistici sulle Prealpi bergamasche posti in gran parte sotto i 2000 metri di quota e in zone variamente sottoposte a tutela ambientale – è scoppiato in tutto il suo fragore, echeggiato sulla stampa locale e nazionale nonché nei vari incontri pubblici organizzati al riguardo dai soggetti che si sono mossi contro il progetto e a tutela dei territori montani coinvolti. Qui trovate i numerosi articoli che anch’io gli dedicato.

Un caso che è diventato rapidamente emblematico al pari di altri (Monte San Primo, Vallone delle Cime Bianche, Tangenzialina dell’Alute, le varie infrastrutture olimpiche, eccetera) circa la più opinabile turistificazione delle montagne, in forza dell’enorme investimento previsto – per la gran parte pubblico – a fronte della limitatezza e dell’attrattività del comprensorio sciistico rispetto ad altri ben più grandi e strutturati posta alla stessa distanza da Milano (ovvio bacino d’utenza primario della località), della sua vulnerabilità agli effetti della crisi climatica, del territorio coinvolto estremamente pregiato e delicato, dei bisogni ben diversi e insoddisfatti utili alla quotidianità delle comunità locali, e così via.

Dunque, dopo la pubblicazione del progetto di collegamento definitivo, lo scorso anno, e le varie iniziative di sensibilizzazione e di opposizione ad esso, qual è ad oggi il punto della situazione?

Lo delinea dettagliatamente il recente comunicato stampa delle associazioni che si stanno muovendo contro il progetto, cioè Orobievive, TerreAlt(r)e, Valle di Scalve bene comune, Lipu, APE, Legambiente Bergamo, FAB/Flora Alpina Bergamasca e Italia Nostra, che vi propongo di seguito, ringraziando di cuore Angelo Borroni che me l’ha inviato.

A che punto è il collegamento sciistico Colere-Lizzola?

A maggio 2024 RSI, la società che gestisce il comprensorio di Colere, presenta il progetto di collegamento sciistico delle stazioni di Colere e di Lizzola.

A luglio 2025 le relazioni economica-finanziaria e legale, redatte dai consulenti incaricati dagli stessi Comuni, evidenziano le carenze del progetto che pretende la quota prevalente di investimenti effettuata con denaro pubblico, riservandosi per 60 anni la eventuale redditività dell’impresa.

Questi pareri confermano tutte le obiezioni che in questi mesi sono state indicate dai cittadini di buon senso e dalle associazioni, senza dimenticare la devastazione ambientale che coinvolgerebbe anche la Val Conchetta e l’alta Val Sedornia, finora non antropizzate, compromettendone la bellezza e pure la fruibilità turistica estiva, che viene raccontata come “destagionalizzazione”.

Questo progetto acquisisce di fatto la certificazione di non poter stare in piedi.

Le Amministrazioni devono di fatto prendere atto che il collegamento sciistico non è economicamente e giuridicamente sostenibile: il Comune di Colere ha votato contro la richiesta di RSI di allargare alla Val Conchetta la convenzione già in essere; nel Comune di Valbondione l'inserimento del progetto di collegamento sciistico fra le Opere di Pubblica Utilità viene paradossalmente votato dalla minoranza con l’astensione della maggioranza.

Nel frattempo occorre sottolineare che viene negato l’accesso agli atti per conoscere l’evoluzione del progetto. Il Comune di Colere ha inserito nel suo sito una sezione che dovrebbe comprendere il materiale relativo ai rapporti Comune-RSI, ma in realtà molti documenti non sono pubblicati; invece il Comune di Valbondione nega semplicemente tutte le informazioni dopo ormai più di un anno dalla richiesta.

E la stazione di Colere, come sta?

Il bilancio 2024/2025 di RSI srl, società di gestione della stazione di Colere, è ulteriormente peggiorato rispetto al 2023/2024, in quanto:

a) lo stato patrimoniale fotografa una situazione sicuramente non solida dell’impresa, dove i debiti pesano per oltre il 60% del valore delle strutture e dei beni;

b) il conto economico dice che i costi di gestione sono aumentati, mentre gli incassi sono diminuiti, in quanto gli accessi invernali hanno continuato a calare (da 76000 nel 2023/2024 ai 70000 nel 2024/2025);

c) le perdite di esercizio passano da 328.000 a 1.449.000 Euro, gravate dai costi di gestione, cioè consumi energia elettrica, gasolio e acqua, dai costi per il personale, dal peso degli ammortamenti e soprattutto dagli oneri finanziari, che ammontano a 1.143.000 Euro, dovuti all’indebitamento bancario che ha raggiunto i 18.526.000 Euro, la quota prevalente dei debiti pari a 22.737.000 Euro.

Nel frattempo RSI continua a spendere con la ristrutturazione dell’albergo Pian del Sole al Polzone (costo 8 milioni), con il completamento dell’impianto di innevamento artificiale delle piste e con ulteriori edifici.

Questi interventi si aggiungono ad aggravare la passività nel prossimo bilancio con l’espansione dei costi, con il peso degli ammortamenti e di eventuali ulteriori oneri finanziari.

Ma il progetto non va in soffitta, anzi!

RSI, che ha già in tasca l’opzione di rilevare la società che gestisce Lizzola, ha manifestato l’interesse per la stazione di Spiazzi di Gromo, rendendosi disponibile a integrare il finanziamento (6,6 milioni), già assegnato dal Ministero del Turismo alla locale società di gestione IRIS per la sostituzione della seggiovia Vodala, con la prospettiva di rilevare interamente la società.

Nonostante le evidenze che certificano un incerto futuro per lo sci da discesa, nonostante le incontestabili condizioni climatiche sfavorevoli, nonostante i pareri contrari di tutti i consulenti tecnici (incaricati dai Comuni, su indicazione di RSI) e di tutti i responsabili tecnico/finanziari dei Comuni, i rispettivi Sindaci persistono nel voler portare avanti l'assurdo progetto. Come se si trattasse solo di rimuovere o aggirare fastidiosi ostacoli messi in campo da chissà quali nemici del progresso e non da pareri competenti e responsabili. Ma la parte pubblica, quella che dovrebbe rappresentare l'interesse di tutti noi, davvero intende gettare decine di milioni in progetti elitari e senza prospettive, che sottraggono risorse alle necessità prioritarie delle aree montane?

Ecco, questo è ad oggi lo stato di fatto della vicenda.

In chiusura, il comunicato accenna alle domande presentate da entrambe le società di gestione degli impianti di Colere e di Lizzola al bando del Ministero del Turismo per i comprensori sciistici di recente assegnazione (ne ho scritto qui.): 10 milioni sono stati richiesti da parte di Lizzola per la sostituzione delle proprie tre seggiovie attuali con unica cabinovia, una soluzione pensata per il collegamento ma che penalizza le piste di Lizzola; altri 10 milioni sono invece stati richiesti da Colere per la sostituzione di una delle seggiovie (la “Ferrantino”) del proprio comprensorio. Bene, come si evince dalle graduatorie pubblicate, il bando ministeriale ha respinto la richiesta di RSI (Colere), non ammessa perché la società non rientra nei parametri finanziari, mentre quella di Lizzola è stata classificata 31°, formalmente esclusa dall’assegnazione dei fondi ma in posizione potenzialmente funzionale a un eventuale ripescaggio. In ogni caso l’apposito provvedimento della Direzione ministeriale competente che sancisce la graduatoria definitiva non è stato ancora pubblicato, dunque questo aspetto dovrà essere rivisto prossimamente.

Dunque «ai posteri l’ardua sentenza»? No, niente affatto: per tutte le circostanze in corso il caso di “Colere-Lizzola” credo si risolverà presto e mi auguro in modi assolutamente positivi per il territorio locale e la comunità che lo vive.