Nel numero di oggi, 31 agosto 2022, il quotidiano “La Provincia di Lecco”, con un articolo firmato da Fabio Landrini (che ringrazio di cuore, insieme alla redazione del giornale), riprende e mette in evidenza alcune delle considerazioni e delle domande che ho voluto sottoporre all’attenzione dei lettori nonché, e soprattutto, ai sostenitori dei progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e Artavaggio (sui mondi della Valsassina, provincia di Lecco), sui quali avevo già scritto più volte.
Nei prossimi giorni qui sul blog pubblicherò il testo completo con le mie opinioni sulla questione, che peraltro potete trovare anche su altri organi di informazione lecchesi, come “ValsassinaNews” (clic) e “Leccoonline” (clic) – chiedo perdono se ne sto tralasciando altri.
A quelli col sopracciglio alzato e che pensano chissà ché, dico da subito: non sono un “ambientalista” (nel senso usuale e spesso “sviante” con il quale si intende il termine), semmai sono un razionalista; mi occupo di cultura alpina, studio la relazione tra uomini e montagne e dei territori in questione conosco ogni singolo sasso o quasi; non coltivo nessuna posizione ideologico-politica e nessuna acredine verso gli amministratori pubblici coinvolti nella questione e tanto meno verso lo sci su pista, visto che ho imparato quasi prima a sciare che a camminare, ma da comunissimo (e minimissimo) cittadino che prova a dotarsi di un buon senso civico sono, o meglio devo essere contro, alle cose prive di senso e campate per aria, soprattutto se comportano lo spendere ingenti somme di soldi pubblici. E sono profondamente convinto che le montagne sulle quali viviamo non sono “nostre”, come spesso si sostiene, ma siamo noi a essere di quelle montagne, e così dovremmo comportarci di conseguenza. Forse, in questo caso, molte di quelle cose senza senso che vengono realizzate sui monti non esisterebbero e nemmeno verrebbero pensate. Ecco.
Grazie di cuore a chiunque mi onorerà della lettura dell’articolo e vorrà trarne utili spunti di riflessione.
Da tutte le parti rocce brulle e grigie, le cui cime erano coperte di neve, una valle dove per la neve non si vedeva uno stelo, per non parlare di arbusti o di alberi: in breve, un deserto pauroso, desolato, al di sopra del quale folate di venti italiani e tedeschi si scontrano e accumulano di continuo nuvole grigie, un deserto più orribile del Sahara e più prosaico della brughiera di Lünenburg.
Proprio no. A Friedrich Engels, il celebre filosofo tedesco sodale di Karl Marx, non piacque affatto la conca ove è situato Montespluga, poco sotto il passo omonimo tra Lombardia e Grigioni sul versante italiano (in comune di Madesimo, per la precisione), e in quel modo lo descrisse nel suo racconto Escursioni in Lombardia, pubblicato nel 1841 con lo pseudonimo di “Friedrich Oswald”. Probabilmente per un giudizio così inquietante giocò il fatto che Engels transitò da quelle parti in primavera, che lassù significa ancora inverno pieno (anche oggi, nonostante il cambiamento climatico), e probabilmente in una giornata dalla meteo non tanto favorevole.
Di contro è vero che la piana di Montespluga, a quel tempo occupata per buona parte da magri pascoli e torbiere (come si può vedere nel dipinto del 1823 sopra pubblicato) e oggi dal bacino artificiale dell’omonimo lago, così circondata da monti non elevatissimi ma assai aspri, ricchi di gande, totalmente priva di alberi e costantemente spazzata dai venti che dalla valle elvetica del Reno si incanalano e penetrano – non di rado con veemenza – in quella che sul versante italiano scende verso la Valchiavenna e il Lago di Como, conserva un aspetto rude, ostico, quasi nordeuropeo, apparentemente poco ospitale.
Ma al di là delle arcigne condizioni ambientali che caratterizzano la zona, o forse anche in forza di quelle e dell’innegabile fascino che donano al luogo e allo spirito dei viaggiatori più sensibili (checché ne dicesse Engels), Montespluga rappresenta un piccolo ma sublime gioiello, tra i villaggi montani di questa porzione delle Alpi. Per il paesaggio potentemente alpestre, appunto, per il suo ambiente naturale “primordiale”, per le montagne d’intorno le quali, a fronte della non esagerata altezza, possiedono peculiarità interessanti – ad esempio alcuni ghiacciai sui versanti meridionali, quasi una rarità ormai – per la storia millenaria dei transiti lungo questo corridoio alpino (qui fin dal I secolo a.C. passava la romana Via Speluca, che univa Milano con Lindau) nonché per l’altrettanto notevole fascino della strada che valica lo Spluga, uno dei capolavori ingegneristici di Carlo Donegani (del quale vi ho già detto qui). Per tutto questo, senza dubbio, ma forse anche più perché il suo aspetto da autentico “villaggio di frontiera” – in senso geografico, ambientale, antropologico oltre che amministrativo, visto che sullo Spluga la frontiera in effetti c’è – è rimasto sostanzialmente immutato da più di un secolo a questa parte, come si può ben vedere dalle immagini “comparative” che vi propongo qui sotto.
Ovviamente molti degli edifici sono stati ristrutturati, alcuni nuovi se ne sono aggiunti ma pressoché nulla, miracolosamente (visti altri “casi” alpini sul tema), ha turbato l’armonia antica del luogo così come di conseguenza, la relazione con esso di chiunque lo viva, residente o viandante, preservandone il profondo ed emozionante fascino. Si può anche pensare di intravedere, in uno degli alberghi più antichi di Montespluga, le fattezze della Cà de la Montagna, edificio nel quale almeno dal Seicento, se non prima, trovavano riparo viandanti e animali da soma che affrontavano la traversata dello Spluga, e che ha fornito il toponimo locale del luogo dove è situato il villaggio, Pian della Casa.
Montespluga è bello da visitare in ogni momento dell’anno – salvo quando sia sepolto da metri di neve ma in tal caso il problema è semmai raggiungerlo, posta la chiusura della strada dello Spluga – tuttavia, tra l’avvolgente e silente quiete invernale e la vivacità a volte esagerata dell’estate, quando da e per lo Spluga transita un traffico turistico notevole, vi consiglio di visitarlo nelle “mezze stagioni” (contando che ci siano ancora!): magari a giugno, quando i prati della conca brillano già di un verde intenso che s’intona magnificamente al blu scintillante delle acque del lago mentre i monti sono ancora ammantati di neve, oppure a settembre, quando diventa visibilissima e sorprendente la trasformazione del paesaggio il quale dopo i fulgori estivi si prepara all’inverno prossimo mentre il traffico veicolare ormai diminuito di molto sulla strada del passo agevola la quiete e una condizione di piacevole e intensa meditazione spiritual-paesaggistica.
Insomma: proprio no, io con le impressioni di Friedrich Engels su Montespluga non mi trovo affatto d’accordo. Sarà che ho passato molte estati della mia infanzia e fanciullezza lì vicino, a Madesimo, e dunque la zona la conosco e l’apprezzo da sempre, relativamente alla mia esistenza, oppure sarà che effettivamente l’alta Valle Spluga possiede caratteristiche peculiari sotto molti punti di vista e un paesaggio che facilmente emoziona chiunque vi transiti. Tuttavia, sia quel che sia, Montespluga è veramente un piccolo gioiello antropico-alpino da godere, dal quale farsi affascinare e per il quale augurarsi che possa salvaguardarsi nella sua così particolare essenza ancora a lungo, sempre vivo, giammai museificato ma quale manifestazione assai virtuosa e potentemente emblematica della presenza umana nei più elevati e “difficili” territori delle Alpi.
Se state camminando lungo l’itinerario della DOL dei Tre Signori e ad un tratto qualcuno vi manda all’inferno, non dovete assolutamente prendervela, anzi, dovreste ringraziare di cuore chi si rivolga a voi in quel modo, perché probabilmente vi sta consigliando di visitare la magnifica conca racchiusa dalle moli del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Trona che ospita ilLago d’Inferno e, poco sopra, l’omonima bocchetta che mette in comunicazione la Val Gerola con la Val Brembana. Peraltro, come ben raccontiamo – io con Sara Invernizzi e Ruggero Meles – nella guida DOL dei Tre Signori, questi toponimi non sono legati a presenze demoniache ma al bagliore dei fuochi dei forni fusori nei quali per secoli si fondevano i minerali ferrosi estratti dalle numerose miniere situate sia sui versanti valsassinesi che su quelli bergamaschi di queste montagne. Le quali, evidentemente a causa di quelle fiamme, ricordavano a qualche osservatore particolarmente fantasioso o superstizioso uno scenario da girone infernale: una credenza rinforzata dal fatto che, fino a un paio di secoli fa, le brulle e pericolose sommità delle montagne venivano ritenute la dimora di draghi, demoni e creature sovrannaturali d’ogni sorta.
D’altro canto tutto il territorio montano attraverso dall’itinerario della DOL dei Tre Signori è ricco di leggende, alcune relativamente recenti, altre la cui origine si perde nella notte dei tempi: la Valgerola non si esime certamente da questa “regola” e ce n’è una, di narrazione leggendaria, che spiega proprio l’origine del Pizzo di Trona e del Lago d’Inferno. Si racconta infatti che…
Molti secoli fa un vecchio saggio scelse di ritirarsi in preghiera in una delle grotte nei pressi del Pizzo dei Tre Signori. Trona era il nome dell’eremita, amato e conosciuto da tutti i valligiani. La sua fama era tale da infastidire il Diavolo in persona, che risalì in Val Gerola per arrecare ogni tipo di danno e afflizione alla gente del posto, infestando i raccolti, uccidendo il bestiame e scatenando violenti temporali. Terrorizzati, i valligiani si rivolsero al santone implorando il suo aiuto. Trona scese allora dalla montagna in direzione del Pizzo Varrone, luogo che il Diavolo aveva scelto come dimora. Il cielo si oscurò, si scatenò la più violenta tempesta che si ricordi ed ebbe inizio un duello memorabile. Il Diavolo iniziò a scagliare un grande quantità di enormi pietre contro il santone, ma con nessuna gli riuscì di colpirlo; di contro, il santone si fermò presso un grosso masso e vi tracciò solennemente una sorta di croce con la mano. Proprio in quel punto la roccia si divise in quattro parti e cominciò a scivolare con forza verso la grotta del Diavolo. Il demone rimase travolto dalla frana, che lo trascinò ai piedi del Pizzo dei Tre Signori, aprendo un enorme squarcio nel terreno. La voragine venne presto colmata dai torrenti formatisi dal diluvio, dando origine a un grande lago che risucchiò il demone e prese il nome, appunto, di Lago d’Inferno. Nello stesso momento la terra che si era ritratta per non essere toccata dal diavolo si sollevò in alto, formando una nuova cima, a forma di cono, che fu subito ribattezzata con il nome del vincitore, Pizzo di Trona.
P.S.: altre leggende della zona le potete leggere in “Paesi di Valtellina”, qui. La foto in testa al post è di Cristian Riva, mentre la leggenda è tratta da questo post sulla pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Per saperne di più sulla guida Dol dei Tre Signori, cliccate sull’immagine qui sotto: per ogni altra informazione al riguardo e per sapere come reperirla, potete consultare www.orobie.it/cammini/, scrivere un messaggio a redazione@orobie.it oppure telefonare al numero 035/240.666.
Di Colle di Sogno ho già scritto molto, qui sul blog e altrove, essendo uno dei più bei borghi della montagna lombarda e un luogo nel quale e per il quale lavoro, nella progettazione culturale, da molto tempo, per cui forse lo conoscete già nelle sue così suggestive peculiarità paesaggistiche e urbanistiche e nella bellezza del suo paesaggio.
Colle di Sogno è anche adiacente all’itinerario escursionistico che corre lungo la DOL – Dorsale Orobica Lecchese da Bergamo fino a Morbegno, e infatti del borgo abbiamo raccontato, io e gli altri due coautori, nella guida Dol dei Tre Signori – date un occhio qui, al riguardo. I camminatori che percorrono il trekking della DOL lo possono raggiungere e visitare con una deviazione che richiede meno di un’ora e offre in lauto cambio l’ottima cucina tradizionale della Locanda nel centro del borgo. Se invece volete già sapere qualcosa di più su Colle di Sogno, e sul progetto speciale di valorizzazione culturale del luogo curato da Alpes e significativamente intitolato Un luogo dove re-stare, potete cliccare qui.
Cliccate invece sull’immagine lì sopra per visitare la pagina facebook I cammini di Orobie, dalla quale è tratta.
(P.S. – Pre Scriptum: il seguente articolo è stato pubblicato su numerosi media d’informazione della provincia di Lecco il giorno 8 agosto scorso.)
Voglio sottoporvi alcune personali considerazioni circa il progetto presentato qualche giorno fa ad opera di Regione Lombardia che prevede «l’espansione» dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco), focalizzandomi in particolar modo su questa seconda località dacché sono fermamente convinto che costruire impianti di risalita e riportare lo sci su pista a Artavaggio rappresenta una follia assoluta e, per molti versi, una forma di violenza inaccettabile verso un luogo speciale che non se lo merita affatto. In tal senso, sono considerazioni che possono ben valere per altre località dell’arco alpino di storia e caratteristiche simili.
Spiego perché affermo quanto sopra.
Quando io e gli amici-colleghi di penna Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo scritto la guida della Dorsale Orobica Lecchese, la “Dol dei Tre Signori”, tra i punti fermi da non tralasciare ci siamo dati quello di scrivere della storia recente ovvero della sorprendente rinascita dei Piani di Artavaggio, fino ai primi anni Novanta rinomata stazione sciistica e poi – così abbiamo scritto e potete leggere nel volume,
«Complici annate sempre meno nevose, crisi finanziarie e la concorrenza di altre stazioni sciistiche ben più attrezzate e rinomate, con la neve sparirono gli impianti di risalita e addirittura si chiuse la funivia; nella conca tornarono per anni il silenzio invernale e lo scampanare delle mucche in estate. Nel 2006 la funivia è stata riaperta, gli skilifts smantellati e sono stati installati semplici tapis roulant per bambini e principianti; nondimeno Artavaggio ha goduto di una rinascita per certi aspetti sorprendente, rappresentando nel suo piccolo un caso emblematico di una fruizione post-sciistica e sostenibile della montagna che può fare da modello a numerose altre località, un tempo sedi di impianti e piste, che negli anni recenti hanno subìto una sorte simile e il conseguente oblio turistico. Oggi si è ormai consolidata come una meta molto frequentata da chi pratica lo sci alpinismo, le ciaspolate o da famiglie che con semplici passeggiate sulla neve possono raggiungere i numerosi rifugi ai piedi della suggestiva piramide del Monte Sodadura, autentico simbolo del territorio.»
[Immagine tratta da familyplanet.it.]Artavaggio è diventato un modello di rinascita post-sciistica così interessante da suscitare l’interesse di molti studiosi delle tematiche legate al turismo e allo sviluppo dei territori montani. Alcuni di essi mi hanno contattato per avere più informazioni al riguardo, sapendo che fossi della zona, e personalmente lo scorso anno ci ho accompagnato un amico ricercatore torinese che sta scrivendo un testo sulla fine dello sci su pista in molte località delle Alpi italiane, il quale mi ha chiesto espressamente di conoscere e vedere di persona il luogo: abbiamo raccolto ricordi, documentazioni e testimonianze, parlato con i rifugisti storici dei Piani, constatato quanto la località sia oggi amata proprio per la sua ritrovata genuinità montana – al netto di quei pochi tapis roulant presenti ad uso dei principianti, ben poco invasivi rispetto agli impianti di risalita veri e propri soprattutto per degli spazi così aperti, prativi e pressoché privi di vegetazione arborea come quelli di Artavaggio.
Provate a salire ai Piani di Artavaggio con la funivia che parte da Moggio in un weekend invernale di bel tempo o in una domenica estiva: vi dovrete sobbarcare una lunga coda e parecchia attesa. Chiedetevi perché tutte queste persone salgano ad Artavaggio e non ai vicini Piani di Bobbio, località totalmente dedicata allo sci su pista con tutti gli annessi e connessi. O, meglio ancora, chiedetelo direttamente a loro, ai gitanti, perché preferiscano Artavaggio. Poi saliteci pure voi e, superata la valletta nella quale sono piazzati i tapis roulant, esplorate gli ampi pendii prativi, innevati d’inverno, che salgono verso le balze dolomitiche dei Campelli e la piramide del Monte Sodadura, con alle vostre spalle il panorama eccezionale delle Grigne, del Resegone e laggiù la Pianura Padana fino alle dorsali appenniniche… Contemplate la “montagna” che vi ritroverete intorno nel suo senso più compiuto e priva degli elementi di disturbo (visivo e acustico) così presenti altrove, dove il turismo meccanizzato la fa da padrone,e capirete il successo dei Piani di Artavaggio, capirete perché sono rinati e perché siano così tanto apprezzati.
[Immagine tratta da www.montagnelagodicomo.it.]Ora, spero, capirete anche perché installare nuovamente impianti di risalita e pretendere di riportare lo sci su pista ai Piani di Artavaggio (a 1600 m di quota con un’esposizione sfavorevole dei pendii, peraltro, sui quali ben difficilmente nevicherà ancora come un tempo) rappresenta una dissennatezza assoluta, una totale mancanza di conoscenza della storia del luogo e delle sue peculiarità, una prepotenza inutile e dannosa messa in atto per interessi totalmente avulsi dal luogo nonché, come ho accennato all’inizio, una vera e propria violenza, materiale e immateriale, alla ritrovata vitalità di un luogo diventato un modello di autentica rinascita alpina. Significa “accoltellarne” alle spalle lo spirito e l’identità, significa soffocarne le potenzialità presenti e future, forse perché ritenuti elementi scomodi e fastidiosi rispetto alle scriteriate ossessioni impiantifere, un po’ olimpiche e un po’ elettorali, manifestate da certi amministratori pubblici. Tutto questo, per giunta, con la realtà climatica che stiamo affrontando e ci aspetta nei prossimi anni, che evidentemente lorsignori non vedono e non conoscono perché, forse, vivono su un’astronave in orbita attorno a un altro pianeta dalla quale la realtà dei fatti, quaggiù, appare così lontana da risultare invisibile e inconoscibile!
Adesso capite pure perché i promotori del progetto in questione non hanno capito nulla?
Quello imposto ai Piani di Artavaggio è un progetto che rappresenta una follia assoluta, non ci sono altre definizioni adeguate. Una follia da contrastare in ogni modo possibile.