Domani, dalle 16, con ArtIcon e Alpes a Book City Milano (anche) su Instagram

Domani, dalle 16.00 in poi, a tutti gli eventi per Book City Milano 2021 targati ArtIcon/Alpes si potrà assistere anche on line, con la diretta sulla pagina Instagram alpes_official. Così, chi gioco forza non potrà intervenire presso la sala sociale della Cooperativa Edificatrice Operaia Filippo Corridoni a Baggio potrà comunque essere con noi che lì saremo – e qual compagnia: Franco Michieli, Tino Mantarro, Francesco Garolfi… e lo scrivente, sì.

Insomma, non potete mancare. Perché avete a disposizione ogni possibilità, reale e virtuale, per non potere, ecco!

Per ogni dettaglio sugli incontri in programma, cliccate qui oppure qui.

“Baggio” non era un grande calciatore…

…Almeno se si intende il nome nella forma di toponimo – anzi, di poleonimo, “denominazione di centro abitato”, che in tale accezione identifica uno dei più affascinanti quartieri periferici di Milano nonché, con particolare riferimento alla giornata di sabato prossimo 20 novembre, la sede della Cooperativa Edificatrice Operaia Filippo Corridoni presso la cui sala sociale di via Scanini 58, nell’ambito di Book City Milano 2021, si terranno tre intriganti incontri intorno a tre libri con altrettanti sublimi personaggi: Franco Michieli, Tino Mantarro, Francesco Garolfi. Imperdibili l’uno per l’altro, anzi, l’uno dopo l’altro, per un pomeriggio di narrazioni, viaggi, musica e emozioni (coi sigilli di ArtIcon/Alpes, garanzia di qualità culturale assoluta) che, ve lo assicuro, non dimenticherete facilmente.
Ah, be’, ci sono anch’io, a Baggio, in tutti e tre gli appuntamenti e nell’ultimo in particolare, con il mirabile Garolfi e con il mio Tellin’ Tallinn.

Insomma, cliccate sull’immagine qui sopra oppure qui per avere ogni informazione utile al riguardo e… non mancate, ecco.

P.S.: prima di essere linciato da qualche tifoso del football, è ovvio che Baggio – cognome, nome Roberto – è stato un grande calciatore, come d’altro canto asseriscono ampiamente le cronache sportive al riguardo.

Perché un libro proprio su Tallinn?

[Lossi Plats, Toompea, Tallinn.]
«Perché un libro proprio su Tallinn?»
È una domanda che mi sento rivolgere di frequente, praticamente ogni volta che presento il libro in questione o ne disquisisco.
«Ma non è un libro su Tallinn!» è la prima risposta che fornisco, e che puntualmente lascia interdetti i miei interlocutori, al che preciso subito che, be’, sì, è un libro su Tallinn ma non solo su Tallinn, nel senso che nel libro racconto della mia esperienza a Tallinn ma non soltanto lì. Perché a Tallinn ci sono andato ma, se così posso dire, per andare ugualmente in molti altri luoghi; non solo e non meramente per visitare il luogo ma, soprattutto, per visitare me stesso nel luogo, in un modo per il quale soltanto andandoci ne avrei potuto scrivere. Come si può leggere nella presentazione del libro, il vero viaggio è quello che avviene innanzi tutto dentro il viaggiatore, e in tal senso Tallinn diventa un luogo-modello che vale come ogni altro luogo verso il quale, viaggiandoci, si possa intessere una relazione speciale – ecco perché il «colpo di fulmine» citato nel sottotitolo del libro può essere interpretato anche così, come relazione con il luogo – in questo caso «urbano», appunto.

Tellin’ Tallinn non è (solo) un libro sul luogo ma è in primis un libro sul viaggio, e appena dopo sul viaggiare verso “un luogo” che può essere qualsiasi luogo ma che senza dubbio diventa tale nel momento in cui ci si intesse una relazione, quella stessa che consente di dire al viaggiatore di essere veramente stato, in quel luogo. La fondamentale, doppia accezione del verbo “essere”, come io sono e io sto: quando entrambe hanno valore, cioè quando il luogo si “riflette” nel viaggiatore e il viaggiatore nel luogo («I viaggi sono i viaggiatori», diceva Pessoa; i viaggiatori sono il viaggio, dico io), ecco che la relazione è compiuta.

Dunque, se leggete Tellin’ Tallinn, leggete un libro su Tallinn e su tanti altri luoghi perché in fondo leggete un racconto su di voi che ci viaggiate ovvero su ogni viaggiatore che visita un luogo. Cioè su un’esperienza fondamentale per ogni essere umano e dal valore fondamentalmente infinito.

Anche se poi nel libro ci trovate tutto o quasi su Tallinn, eh!

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. E vi ricordo che, nell’ambito di BookCity Milano 2021, sabato 20 novembre alle ore 18.15 presso il salone della Cooperativa Corridoni del quartiere di Baggio presenterò Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano con il prezioso ed entusiasmante supporto del grande Francesco Garolfi, mirabile chitarrista che musicherà dal vivo il reading Tallinn Blues. Cliccate qui per saperne di più, al riguardo.

Tutto il bello di un posto “brutto”

Ero e sono attratto incondizionatamente da quella fetta di mondo che va pressappoco da Gorizia a Vladivostok. Nonostante questo ho decisamente aspettato a lungo prima di andarci, portandomi appresso un’attrazione mista a paura e quella curiosità: chissà cosa c’è lì, intorno a quel buco?
Ora ogni qual volta che capito nelle terre ex sovietiche, in tutte, non solo negli Stan dell’Asia centrale, c’è sempre un momento in cui vorrei essere altrove. Un attimo in cui mi chiedo chi me lo faccia fare a cacciarmi in certi postacci arrugginiti. Perché, piuttosto, non sia affascinato come tanti dalle mille stelle della cultura americana, dai misteri del mondo arabo, dai cieli viola africani o dai languori delle isole tropicali. E invece no, ancora mi attira quest’estetica di terre in rovina, questi luoghi dissonanti, mai lindi, mai ordinari, a volte oggettivamente brutti. Paesaggi immensi, spesso estremi, spazi aperti di sovrumana grandezza. Luoghi dove nulla è a posto, dove a ogni angolo c’è qualcosa di inaspettato, malmesso e improvvisato. Dove vivono persone incastrate dalle giravolte del potere, sconfitte dalle ideologie, travolte dalla fine dei sogni. Posti dove l’eccentricità non è una posa, ma la regola.

Sarà veramente un gran piacere (e mi approccio al momento con notevole curiosità) dialogare con Tino Mantarro intorno al suo libro Nostalgistan, sabato 20 novembre alle ore 17.15 nell’ambito di Book City Milano 2021– la citazione sopra riportata viene dalle pagine 10-11 del libro. Perché racconta della sua avventura in una parte di mondo della quale in concreto sappiamo poco o nulla anche se di frequente la sentiamo nominare, una regione i cui stati credo molti di noi farebbero fatica a identificare su una mappa ma che per tanti versi hanno influenzato anche la nostra storia, una zona dove apparentemente, e in fondo anche materialmente, non c’è quasi nulla, eppure, a visitarla con l’occhio attento, la mente sagace e l’animo sensibile del viaggiatore autentico, vi si scovano parecchie cose assai interessanti. Magari arrugginite, polverose, decadenti ma, anche per questo, inopinatamente fascinose.

Cliccate qui sotto per saperne di più sull’incontro di sabato 20 novembre con Tino Mantarro e, se potete, partecipate: ci si divertirà molto. Anzi, magari portatevi una mela – sì, una mela… il frutto, lei –  e sabato scoprirete una cosa sorprendente, al riguardo.

I Don Chisciotte del clima

Il vero problema, della razza umana rispetto ai cambiamenti climatici in corso o quanto meno di chi la rappresenta politicamente, non è che è il tempo per agire sta scadendo oppure che sia già scaduto o che altro. Queste sono osservazioni obiettive e evidenti, per molti aspetti, tuttavia io temo che per altri siano improprie, e ciò perché mi pare che vi sia un drammatico sfalsamento temporale alla base della questione.

Mi spiego: hanno ragione quelli che ritengono l’accordo raggiunto nella COP26 di Glasgow un “buon” o “accettabile” compromesso. Lo è – lo sarebbe, sì, se fossimo nel 1991. Di contro, stiamo disquisendo intorno a dati climatici molto probabilmente già superati, a partire dalla fatidica soglia dei 1.5° o 2° di aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale da non superare e che invece è stata superata da tempo, almeno per certe zone del pianeta (tra le quali l’Europa), come ho cercato di spiegare già qui. Non solo: come ritengono molti esperti, noi oggi subiamo l’effetto di cambiamenti climatici la cui causa è da ricercare decenni fa, e questo perché il clima, pur nell’anormale rapidità del cambiamento attuale, varia sensibilmente nell’arco di qualche decennio, non certo da un anno con l’altro – infatti un ciclo di 30 anni è il periodo classico per calcolare la media delle variazioni climatiche, secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Questo significa che se pure da subito riuscissimo a mettere in atto delle azioni effettivamente in grado di contenere l’aumento della temperatura negli obiettivi sanciti dalla COP21 di Parigi del 2015 in poi, per ancora molti anni subiremmo un peggioramento del riscaldamento del pianeta e delle conseguenti condizioni climatiche.

Insomma, come dicevo poc’anzi: sulla questione climatica, nel concreto, stiamo ragionando su piani temporali sfalsati e disequilibrati da tempo, che per come stanno le cose ben difficilmente si potranno riallineare per fare in modo che alle nostre azioni possano corrispondere reazioni rapidamente virtuose. Finché tale riallineamento non si verificherà, temo che nessun compromesso, accordo, intesa, strategia o quant’altro di (apparentemente) condiviso tra gli stati, anche il migliore possibile, genererà veramente buoni risultati.

Sia chiaro, non è una mera manifestazione di pessimismo, questa mia, ma l’invocazione di una visione rinnovata e più consapevole di una così fondamentale questione: bisogna probabilmente cambiare il paradigma di fondo delle “nostre” azioni politiche, riagganciandolo alla realtà scientifica di fatto e non a obiettivi che ormai appaiono solo funzionali a conseguire accordi di bella forma e scarsa o nulla sostanza. Ragionare sui 1.5° o 2° gradi, allo stato attuale delle cose e degli atti, è per molti versi pura retorica funzionale solo a poter dire ai media di aver conseguito qualche tipo di accordo in realtà privo di efficacia. Per agire sulla questione climatica dovremmo avere sulle nostre scrivanie il calendario del 2040 o 2050 e quello guardare. Invece abbiamo il calendario del 2021 ma lo interpretiamo come fossimo ancora nel 1991, appunto. Dovremmo avere la reale e concreta concezione del futuro, non una costante e anacronistica percezione del passato. Dovremmo avere qualcosa, insomma, che la politica contemporanea dimostra di non avere, ecco.

P.S.: nell’immagine in testa al post c’è la copertina del nuovo numero del “The New Yorker”, assolutamente sublime, come spesso accade, nel descrivere chiaramente e con artistica nonché immaginifica rapidità come stanno le cose.