Friedrich Dürrenmatt, il caricaturista

[Friedrich Dürrenmatt, Battaglia di Sempach tra artisti e critici*, 1963, inchiostro su carta, 35,4 × 26,8 cm, Collezione Centro Dürrenmatt Neuchâtel.]
Friedrich Dürrenmatt è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo, e molti dei suoi libri sono considerati dei capolavori della letteratura europea contemporanea. Ma quello che in tal senso si coglie dalla loro lettura non è che la manifestazione del genio di un artista poliedrico, dotato di molti talenti espressivi e tutti originali. Affermo ciò ammettendo di essere parecchio di parte – Dürrenmatt è tra i miei autori preferiti in assoluto e di lui ho disquisito spesso qui sul blog – e a quelli che come me apprezzano il grande autore svizzero il Centro Dürrenmatt di Neuchâtel offre l’occasione per approfondire uno di quei suoi tanti talenti, quello di caricaturista.

Come si legge nella presentazione della mostra Caricature, in allestimento presso il Centro Dürrenmatt fino al 15 maggio prossimo, «Dürrenmatt aveva una predilezione particolare per la caricatura come forma d’arte. La considerava un’arma dell’animo umano e amava puntarla contro gli abusi e le aberrazioni della società e della politica. Una settimana prima di morire affermò che il divario tra il modo in cui vive la specie umana e il modo in cui potrebbe vivere è sempre più ridicolo, a tal punto che siamo ormai nell’era del grottesco e della caricatura.»

In questo articolo di “Swissinfo.ch” si parla della mostra e vi trovate una piccola ma significativa galleria di caricature di Dürrenmatt. Qui invece trovate la pagina dedicata alla mostra nel sito web del Centro Dürrenmatt e io spero di poterci andare a visitarla, anche perché è un luogo e un’istituzione che meritano una visita a prescindere.

*: La battaglia di Sempach, avvenuta nell’omonima località del Canton Lucerna nel 1386 è un episodio decisivo nella storia della Svizzera. Le truppe della Confederazione sconfissero quelle del Ducato d’Austria e ciò permise ai cantoni originari di espandersi sui territori prima governati dagli austriaci, dando forma a quella che è diventata poi la Svizzera odierna. Il disegno di Dürrenmatt che vede lì sopra è “caricatura” anche di un celebre affresco seicentesco presente proprio a Sempach, nella cappella che commemora la battaglia: questo.

I primi migranti invasori dell’Europa

La risposta alla domanda su chi fossero i primi uomini preistorici giunti in Europa va cercata ancora più indietro nel tempo e, soprattutto, altrove. Si tratta sempre di storie di viaggio. Tutti gli europei, se andiamo abbastanza a ritroso nel tempo, sono arrivati da altri luoghi. Non solo quelli che hanno lasciato le loro impronte sulla spiaggia di Happisburgh, ma anche gli heidelbergensis, i neandertaliani e gli uomini moderni. Sono approdati in Europa perché i loro predecessori si erano messi in viaggio. L’intera storia, in teoria, va ricondotta a due esodi dall’Africa. Quello più «recente» dell’uomo moderno risale a circa centocinquantamila anni fa. Ma il primo, cui hanno preso parte gli antenati degli uomini di Happisburgh, è avvenuto più di dieci volte prima, cioè quasi due milioni di anni fa.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.47. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

Insomma, quelli che ce l’hanno tanto coi migranti che giungono dall’Africa e invadono l’Europa, dovrebbero per coerenza prendersela innanzi tutto con loro stessi! D’altro canto, come ho osservato e ribadito in numerosi articoli qui sul blog e altrove, finché non si comprenderà la permanente matrice antropologica alla base dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa, che dipendono solo in parte da elementi economici o di sopravvivenza da situazioni geopolitiche critiche, la questione dell’immigrazione non verrà mai risolta ne tanto meno ben gestita, a beneficio dei migranti e a vantaggio nostro.

Regressi viabilistici

Vista a posteriori, la gara Parigi-Vienna rappresentò il clou della breve tradizione delle corse su strade europee. Il percorso del 1902 coincideva quasi del tutto con l’attuale E54 da Parigi a Belfort ed E60 da Belfort a Vienna. Il vincitore, Marcel Renault (categoria auto leggere), concluse la corsa in poco più di 15 ore e 47 minuti. Il tracciato comprendeva un tratto svizzero dove non era permesso tenere velocità elevate. Secondo i moderni navigatori satellitari occorrono oggi 25 ore e 8 minuti per fare lo stesso tragitto su strade secondarie, considerando i limiti massimi di velocità. Se si sottraggono cinque ore per intoppi e fermate ai semafori, più di cent’anni fa Renault impiegò mezza giornata in meno di un qualsiasi automobilista che oggi eviti le autostrade.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.395-396. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

Mathijs Deen, “Per antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa”

Spesso vi sono cose che diamo per scontate quando invece, in origine, hanno rappresentato qualcosa di rivoluzionario. Capita di frequente con cose scientifiche e tecnologiche, ma può capitare anche con altri elementi del tutto quotidiani e pratici, apparentemente banali nella loro funzionalità elementare: le strade, ad esempio. Nel 1947, con un’Europa appena uscita dal più tremendo e disgregante conflitto della storia, alcuni lungimiranti funzionari di diverse nazionalità, anche ex nemiche, si sedettero intorno a un tavolo per tracciare una rete di nuove strade che collegassero diversi punti del continente europeo. Quei funzionari unirono brillantemente il teorico al pratico: capirono che l’Europa distrutta aveva bisogno di nuove e funzionali strade per attivare la più rapida ed efficace ricostruzione, e parimenti compresero che solo rimettendo in contatto, il più libero possibile, i popoli d’Europa, si sarebbe potuto ricostruire non solo il continente ma pure un senso di fratellanza e di identità comuni – una cosa, d’altro canto, che già i Romani avevano compreso per il governo del loro vasto impero, il che li rese degli abilissimi costruttori di strade. Il tutto, infine, venne ratificato nel 1950 con la Declaration on the costruction of Main International Traffic Arteries presso l’ONU di Ginevra: le autostrade siglate con la “E” iniziale sono proprio il frutto di quel lavoro ma, appunto, le moderne arterie stradali sovente non sono altro che il più recente tratto sulla mappa europea sovrascritto sopra altri e più antiche tratti, lungo i quali popoli di innumerevoli etnie si sono mossi e, in tal modo, hanno scritto – nello spazio, nel tempo e nella comune visione del mondo – la storia dell’Europa.

Lo scrittore e giornalista olandese Mathijs Deen si è messo in viaggio lungo alcune di queste vie transeuropee, per ciascuna seguendo il più antico viaggio di alcuni personaggi che le hanno percorse nel corso dei secoli, dalla preistoria fino ai giorni nostri. Ne è uscito Per antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa (Iperborea, 2020, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo; orig. Over oude wegen, 2018), sorta di reportage spazio-temporale al seguito dei primi uomini preistorici che si insediarono sulle terre europee giungendovi da chissà dove, di tribù celtiche dirette verso la penisola balcanica, di Robin Hood del tempo della Roma Imperiale, di pellegrini nordeuropei in viaggio verso Roma e di altri viandanti le cui vicende umane, nel loro accadimento qui e là per l’Europa, vengono presentate dall’Autore come emblematiche della storia continentale comune []

[Foto di Merlijn Doomernik, tratta da https://iperborea.com/autore/11053/.]
(Potete leggere la recensione completa di Per antiche strade cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

I mendicanti italiani sono i migliori del mondo

Davanti ad un caffè di via Veneto due fotografi americani prendono istantanee della gente troppo benvestita che si gode il sole. Passano poi a fotografare i mendicanti che stazionano sulla porta del caffè. Disapprovazione dei presenti. Escono tre giovani, pretendono che i fotografi si allontanino, non vogliono offese all’amor patrio. La gente applaude. Si dicono frasi sul «popolo italiano», i fotografi vengono invitati a tornare al loro paese, a lasciarci alla nostra «dignitosa miseria». I mendicanti approvano, non smettono tuttavia di chiedere l’elemosina, benché con aria più dignitosa di prima, anzi un po’ nazionalista. Dopotutto – sembra vogliano dire – i mendicanti italiani sono i migliori del mondo.


(Ennio Flaiano, Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956, pag.130. Fate clic sull’immagine, poi.)