Ines Millesimi, Mauro Varotto (a cura di), “Sacre vette. I simboli sulle cime”

Forse ricorderete la polemica scoppiata qualche mese fa intorno alla questione delle croci di vetta, cioè dei simboli religiosi posti sulle sommità delle montagne. Anzi, la non polemica, invero generata innanzi tutto dalle dichiarazioni di due personaggi politici di infima specie che hanno travisato e strumentalizzato il senso originario del dibattito scaturito dalle presentazioni del volume Croci di vetta in Appennino di Ines Millesimi.

Tuttavia, al netto delle recenti stupidaggini dei personaggi citati, il dibattito sul tema non è certamente nuovo: già da tempo se n’è discusso, elaborando dal confronto una posizione ampiamente condivisa per la quale si ritiene di preservare le croci esistenti, considerate testimonianze della cultura popolare, evitando nuovi manufatti soprattutto se imponenti, come certuni proposti di recente e obiettivamente inaccettabili sotto ogni punto di vista (al proposito mi viene in mente la croce di 18 metri che si voleva piazzare in vetta al Monte Baldo nelle Prealpi Gardesane, per citare un caso significativo).

È comunque un dibattito che periodicamente riemerge sulla superficie del pour parler mediatico e, come molte altre, spesso soffre di polarizzazioni tanto rigide quanto insulse: ma, a prescindere da queste, risulta comunque interessante e per molti versi emblematico riguardo la relazione culturale e antropologica della nostra società con la natura rispetto al momento storico nel quale il dibattito emerge. Che oggi si anima di una sensibilità, ampiamente diffusa, contraria al piazzamento di qualsiasi manufatto antropico negli ambienti naturali incontaminati (non solo croci, dunque), tanto più se in luoghi referenziali come le vette delle montagne.

Per tutto quanto fin qui rimarcato, c’era sicuramente il bisogno (e la convenienza, per molti versi) di mettere nero su bianco alcuni punti fermi intorno al tema, variegati e quanto più possibile autorevoli. Di questo compito si sono fatti carico la già citata Ines Millesimi – forte della sua esperienza al riguardo – e Mauro Varotto curando Sacre vette. I simboli sulle cime (Cierre Edizioni, 2024), volume che raccoglie numerose testimonianze sul tema, assolutamente prestigiose e qualificate, le quali nel complesso compongono del tema stesso il più articolato approfondimento disponibile. []

(Potete leggere la recensione completa di Sacre vette cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Notare molte cose del paesaggio ma vederne poche

Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.201; orig. Der Gotthard, 1897.)

Già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel “turista”, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale, senza che si crei un’autentica relazione (reciproca) con i luoghi visitati e i loro paesaggi. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludico-consumistica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile sia al visitatore e sia al luogo visitato (salvo qualche fugace e illusorio tornaconto per il commercio locale).

Di amministratori giostrai e di turisti arlecchini, in montagna

Agli occhi delle amministrazioni alpine, il turista è afflitto da una sostanziale cecità che gli impedisce di emozionarsi osservando, di sentirsi appagato grazie alla contemplazione. Il turista, animale da parco giochi, rifiuta qualsiasi iniziativa esterna alle traiettorie ludiche. Al turista non interessano le specificità culturali, se non quando le trova sul piatto, nelle tovaglie a quadretti biancorossi e nei rivestimenti degli edifici che devono essere rigorosamente in legno. Così gli si offre una cultura costruita a tavolino e mondata di tutte le impurità che potrebbero ferire la sua indole schizzinosa.
Il turista ha il portafogli gonfio, ma il cervello sottile. È un serbatoio di banconote da sfruttare fino all’ultima goccia; fino all’ultimo centesimo. Attorno a questa convinzione le aree di maggior richiamo si stanno rapidamente trasformando, spesso in modo irrimediabile.
Popolo dei turisti ribellati, strappati di dosso l’abito arlecchinesco di cui, per anni, hai fatto sfoggio. Non sono necessarie azioni eclatanti, non serve alzare la voce: è tuttavia importante ricalibrare i propri comportamenti, prendendo le distanze da quelle iniziative che sciupano l’ambiente e chi lo abita.
Popolo degli amministratori svegliati, perché l’insensibilità non è mai stata il denominatore comune dei turisti e se continui così i flussi migreranno in quelle valli che hanno saputo pianificare l’offerta senza prostituirsi.

Questi sono alcuni brani di un ottimo (al solito) post di Pietro Lacasella pubblicato l’8 luglio scorso su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” e intitolato Popolo dei turisti: ribellati!, con i cui contenuti mi trovo assolutamente d’accordo: vi invito a leggerlo nella sua interezza (e meditarlo) cliccando qui.

Alle preziose considerazioni di Pietro vi affianco una mia riflessione, inevitabilmente amara. Anch’io propugno con forza la ribellione del popolo dei turisti dall’immagine macchiettistica e grottesca funzionale ai tornaconti di quegli amministratori che, per malizia o per incompetenza, perseguono “strategie” turistiche massificanti e degradanti: è una ribellione che peraltro vedo già in corso, perché sono sempre di più i frequentatori delle località turistiche, di montagna in primis, i quali si rendono conto che in quelle strategie turistiche e nelle Disneyland alpine a cui mirano, c’è qualcosa (o c’è tanto) che non quadra, che non va bene, quando già non scelgono consapevolmente di evitare certe località-luna park ove l’esperienza della frequentazione del paesaggio di montagna viene terribilmente svilita.

Molto meno credo nella possibile “sveglia” degli amministratori pubblici, invece: salvo pochi casi, mi sembra evidente che tanti di essi si ritrovano ad avere tra le mani le redini gestionali dei loro territori proprio in quanto essi stessi primi “orgogliosi” rappresentanti – mi verrebbe da dire primi “prodotti” – dell’incultura politica dalla quale scaturiscono le suddette strategie così degradanti e della miopia che non fa vedere loro come la realtà stia invece cambiando, per l’appunto, come le persone siano sempre meno interessate, meno attratte da certe fruizioni turistiche obiettivamente vacue, futili, stupide, alle quali invece gli amministratori in questione le vorrebbero costringere, cercando invece una relazione meno mediata e più autentica con la Natura e il paesaggio, anche in un contesto ricreativo e vacanziero.

Poi, certo, resta comunque una parte di massa turistica che invece l’abito arlecchinesco citato da Pietro Lacasella lo indossa orgogliosamente, purtroppo (anche se non sa nemmeno il perché):

Come notate qui sopra ne denuncia la sussistenza, di questi turisti mal-educati alla montagna (sarcasticamente definiti da qualcuno merenderos), la Valle Maira, territorio turistico ma non turistificato che dichiara apertamente, anche così, di puntare a una diversa frequentazione della valle, a un visitatore che sappia dove si trova, che conservi la curiosità di conoscere cosa ha intorno e capisca il valore autentico dei luoghi montani che sta visitando.

Nei confronti dei primi, invece, sinceramente non so nemmeno se convenga perdere troppo tempo e consumare altrettanto impegno per riabilitarli a una più consapevole frequentazione dei luoghi montani: ho seri dubbi che mai lo capiranno cosa sia veramente, la montagna. Coloro i quali non manifestino una determinata volontà di andare oltre la mera fruizione turistica arlecchinesca o disneylandesca, è bene che in un modo o nell’altro siano allontanati definitivamente, dai monti. Tanto troveranno di che ugualmente sollazzarsi in qualsiasi bel centro commerciale, outlet village o altro simile non luogo, ne sono certo.

“Destra” e “sinistra”, concretamente

Posti anche certi fatti recenti di cronaca-politica-costume-gossip – fatti ordinariamente italiani, insomma, dei quali l’opinione pubblica viene forzatamente nutrita fino a renderla dipendente – mi sembra evidente che la “destra” e la “sinistra” italiche, già politicamente svaporate da decenni (Gaber docet), siano diventate soprattutto la manifestazione di due “tipi umani”, cioè due modelli psicosociali tipici rappresentativi di quella categoria un tempo definita dell’italiano medio, le cui peculiarità descrivono bene, e solo per effetto collaterale siano l’espressione delle relative “ideologie” (se ancora si possano definire tali e il termina non appaia sovradimensionato). L’opposto della fenomenologia classica, in pratica, la quale semmai imporrebbe che siano le ideologie a determinare i comportamenti: ma essendo la società italiana scarsamente (eufemismo) propensa a elaborare ideologie – e men che meno idee -, si riferisce ad esse adattandole meramente ai propri tipi umani. Non che altrove vada tanto diversamente, sia chiaro, ma diciamo che in Italia questo fenomeno assume dimensioni tali da apparire ancora più evidente fino a diventare, per molti versi, grottesco, e rappresentare lo strumento di identificazione ovvero il marcatore referenziale principale anche per la classe politica, la quale appunto non asseconda più tanto le ideologie di riferimento quanto l’elettorato umano tipico relativo.

Dunque:

“Destra”: i maleducati, supponenti, prepotenti, menefreghisti, gradassi, ipocriti, ignoranti, bigotti, egoisti e egotisti, quelli che pensano di avere sempre ragione e gli altri sempre torto.

“Sinistra”: i sussiegosi, lamentosi, confusi, indecisi e irresoluti, ipocondriaci, indifferenti, melliflui, baciapile, ipocriti, quelli che pensano di avere sempre ragione ma si danno torto da soli.

E il “centro”, chiederà qualcuno? Be’, sempre che esista un “centro”, oggi, e che non sia semplicemente la “destra” o la “sinistra” dai caratteri meno accentuati, è diventato a sua volta la rappresentanza di un tipo umano italico ben diffuso: quello che vuole sempre mantenere il piede in due scarpe, restare nel mezzo non per mediare le posizioni ai lati ma per saltare di qua e di là in base alle proprie convenienze del momento.

Da questa bizzarria psicosociale – mi viene di definirla così, visto che di politico nel senso autentico del termine ha ben poco e men che meno di culturale – ne deriva un circolo vizioso autoalimentante, con il quale non più solo il popolo determina i governanti che merita ma pure questi secondi alimentano la fenomenologia umana dei primi facendosene manifestazione parossistica, in una corsa comune verso il degrado senza limiti apparenti. Le parti ideologiche dunque non guidano più l’evoluzione politica della società civile, anzi, non si pongono remore nel rappresentarne la parte peggiore. Che fortunatamente non è ormai più quella preponderante, visto che una fetta sempre più ampia di popolazione, ben oltre la metà, non si reca più a eleggere rappresentanti politici. Cosa negativa per certi aspetti ma per altri inevitabile e pure necessaria: forse l’unica forma di disobbedienza civile che si può ancora manifestare nel nostro mondo contemporaneo, con la speranza che vi sia correlata una altrettanto necessaria e proficua consapevolezza civica. Questa sì sarebbe la base del “tipo umano” più auspicabile da alimentare e sviluppare, nella società civile del paese.

La maggioranza

L’uomo scompone le cose semplici e le mescola per ricomporle in forme complicate a immagine e somiglianza della crescente complessità del proprio pensiero. Ma questa complessità è l’economia della vita o dell’organismo dominante singolo, il Potere?
L’umanità si è spinta verso sistemi sociali ed economici fagocitanti. Ha sviluppato economie e relazioni sociali intricate, affascinanti, disgiunte dal corpo e schiave delle architetture oppiacee del cervello per cullare e perfezionare l’esercizio del potere, il dominio sulla maggioranza degli altri uomini, delle altre società, delle altre economie. La maggioranza è la nuova tirannia, perché scudo del tallone di ferro che la manovra.

[Davide S. Sapienza, La Valle di Ognidove, Lubrina Bramani Editore, Bergamo, ed.2022, pag.75; 1° ed. CDA/Vivalda Editori, 2007.]


La maggioranza ha sempre ragione, anche quando ha torto. In pratica Vox populi, vox dei, come un tempo si diceva. Perché ciò? Proprio perché è la «voce di dio», e siccome dio tace gli si può far dire tutto ciò che si vuole – lo osservò Sartre – imponendolo come “verità divina”, dunque ragione assoluta. Che è poi il modo migliore per nascondere il torto, in pratica.