Gli idioti

Idiota (s.m.). Membro di una grande e potente tribù che nel corso dei secoli ha sempre esercitato un dominio assoluto sulle vicende umane.

[Frances Soulé Campbell, ritratto di Ambrose Bierce, 1909; fonte: qui.]
(Ambrose BierceDizionario del diavolo, scelta e introduzione di Guido Almansi, traduzione di Daniela Fink, TEA, 1988.)

Claudio Morandini, “Le Pietre”

Lo conoscete sicuramente, ne sono certo, quel celebre motteggio popolare che dice di come a Maometto tocchi andare alla montagna, se la montagna non va a lui. Ovvero, a volte non bisogna aspettare che le cose accadano ma bisogna fare in modo che possano accadere. E se invece ad accadere – anzi, la dico e la scrivo giusta, a cadere – è proprio la montagna? In altre parole: e se nonostante Maometto ci vada, alla montagna, la montagna decida di andare comunque da lui, quasi a voler ricambiare la “cortesia” seppur in modi piuttosto… inquietanti?

Sembra quasi scaturire da questo ragionamento – apparentemente un po’ bislacco, lo ammetto – la storia che Claudio Morandini narra in Le pietre (Exòrma Edizioni, 2017), romanzo il quale fa da seguito al pluricelebrato Neve cane piede che lo ha fatto conoscere a molti come uno dei più originali narratori italiani contemporanei, e a pochi – cioè, per così dire, a quelli che come me hanno un poco più di dimestichezza e conoscenza della letteratura ambientata in montagna e dunque vi ricercano cose più interessanti dell’ordinario, o meno solite  – come uno dei rarissimi scrittori di montagna nostrani nel senso più rilevante della definizione. Come già scrissi nella mia “recensione” al citato precedente romanzo, e come ho rimarcato altre volte in ulteriori testi e contesti, il panorama letterario italiano conosce una produzione notevole di libri ambientati in montagna, sovente di pregevole qualità, ma sostanzialmente non ha (mai, o non ancora) generato una vera e propria “letteratura di montagna”, cioè una produzione peculiare nella quale l’ambiente montano non sia soltanto una scenografia, pur fondamentale per le storie narrate, ma risulti un autentico personaggio di esse, vivo e interattivo, un’entità ben più che metaforica la quale conferisce tutta la propria materialità sovrumana a quelle storie diventandone, per così dire, Genius Loci geografico nonché parimenti espressivo e letterario. Il che deve contemplare che gli autori sappiano far parlare i monti dunque dialogare con essi, cioè ne conoscano la loro lingua che ha parole fatte di terra, legno, roccia, neve, ghiaccio e il cui lessico padroneggiano di sicuro gli animali ma tra gli uomini molti meno. Se la Svizzera – inevitabilmente, qualcuno potrebbe pensare ed è così, in effetti, ma non del tutto e non in automatico – ha saputo sviluppare una “letteratura di montagna” come forse in nessun altra parte del mondo letterario ed editoriale, con numerosi autori veramente interessanti e spesso emblematici (ne parlo nella recensione di Neve cane piede, ribadisco), da noi come altrove c’è più che altro una letteratura dalla montagna, che magari arriva da lassù ma senza portarsi dietro le parole montane suddette se non in minime parti, parlando invece un alfabeto sostanzialmente ordinario, espressivamente comune ad altri generi e non di rado fin troppo ricco di luoghi comuni e convenzionalismi vari. Ciò salvo rare eccezioni, e Claudio Morandini è una di esse […]

(Leggete la recensione completa di Le pietre cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi

[Immagine tratta da qui.]

Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una.

Questo è il fulminante incipit – uno dei più celebri in assoluto della narrativa giornalistica italiana – di Miracolo all’italiana di Giorgio Bocca. Era il 1962, il boom economico stava ormai esplodendo in tutto il suo fragore capitalistico, per la gioia di tutti.

Ecco: quando nei discorsi più o meno pubblici (ma regolarmente assenti sui media, sia chiaro) si dibatte sul perché l’Italia, culturalmente (e quindi anche socialmente, ché i due ambiti sono sempre strettamente legati), sia messa tanto male, spesso lo si fa considerando un arco temporale piuttosto limitato, come se tale decadenza socioculturale fosse cosa degli ultimi 20 o 25 anni, non di più.

Be’, se è vero che soprattutto negli ultimi tempi la rovina si è fatta del tutto palese in quasi ogni ambito del paese – a partire da quello politico, ça va sans dire –, è altrettanto vero che una tale rovina viene da più lontano, da un processo di degrado culturale di lunga data e ormai cronico che i poteri attuali hanno semmai non generato ma sostenuto e sfruttato scaltramente per imporsi, ben sapendo che, riguardo la società civile, meno cultura diffusa significa minor consapevolezza civica, maggiore dissonanza cognitiva e più facilità di controllo (politico ma non solo).

Bene, già quasi sessant’anni fa Giorgio Bocca – giornalista tra i più lucidi e sagaci, d’altro canto – aveva fissato in quel suo libro ciò che stava accadendo: da una parte il capitalismo di matrice americana rapidamente mutante verso il più sfrenato consumismo funzionale alle mire delle élite politiche, dall’altra la cultura messa da parte perché ritenuta antitetica a quella catena che sembrava produrre benessere per tutti ma in verità stava scavando via il terreno da sotto le fondamenta della società civile, minandone sempre più la stabilità.

Poi è venuto il Sessantotto, gli “anni di piombo” e quelli da bere (a Milano e non solo), la fine della “Prima Repubblica”, eccetera. Di librerie in Italia ce ne sono sempre troppo poche e, soprattutto, troppo poca e tutt’oggi assai disprezzata da chi comanda l’Italia è la cultura. In qualche modo è come se il paese fosse rimasto a quegli anni Sessanta, come se ancora si illudesse di essere in pieno “boom economico” – quando in realtà è fermo ad anni ancora precedenti, almeno preunitari a mio modo di vedere se non, per certi aspetti, medievali. Il “boom” ovvero l’esplosione c’è stata, sì, ma ha lasciato molte macerie e poche cose ancora in piedi.

Forse, ci fossero stati qualche milionario in meno e qualche libreria in più, le cose sarebbero potute andare meglio. Forse.

Ce ne sono troppe, di stagioni

Voialtri che state in città credete che basti dire che non ci sono più le stagioni, e vi pare di aver fatto lavorare il cervello. Vi basta lamentarvi del tempo che non è più lo stesso, della neve in piena estate, dei nubifragi che spazzano via interi parcheggi e riempiono di fango le cantine. Non ci sono più le stagioni, dite, o le mezze stagioni, se proprio volete sottilizzare. Però così è facile, troppo facile. In realtà noi, che sul ritmo delle stagioni ci abbiamo sempre campato, ci siamo accorti che non è che le stagioni non ci sono più: ce ne sono troppe, piuttosto, le une ammucchiate addosso alle altre, e si alternano come fossero mesi o settimane.

(Claudio Morandini, Le Pietre, Exorma Edizioni, 2017, pagg.7-8.)