«Anziché temere l’alienazione» disse «la gente dovrebbe accettarla. Forse è la chiave per accedere a qualcosa di più interessante. Ecco il messaggio della mia narrativa. Dobbiamo esplorare l’alienazione totale e scoprire cosa nasconde. Il modulo segreto che puntella ciò che siamo e i rifacimenti fantasiosi di noi stessi che noi stessi accettiamo.»
Interessante. L’alienazione – così io intendo le parole di Ballard – come esercizio consapevole e intellettuale di autoemarginazione dalla società e dal mondo ordinari, così da poterne osservare la realtà concreta dal di fuori e smascherarne le artificiosità: quelle stesse che poi, da interni alla società, tendiamo quasi inevitabilmente ad assimilare omologandoci alle varie contraffazioni che generano. E pure, a ben vedere, l’alienazione consapevole come forma paradossale (ma non così tanto, a pensarci bene) di autodifesa rispetto a qualsiasi alienazione mentale che nei soggetti più sensibili le tante devianze del mondo contemporaneo potrebbero cagionare in base a un processo generalmente inconscio o incontrollabile. Essere alieni e non alienati, insomma, almeno per qualche momento rispetto a ciò che abbiamo intorno, sentirci “al di fuori” per comprendere meglio la sfera quotidiana nella quale esistiamo e così poi rientrarci, quando si riterrà il caso di farlo, con maggior consapevolezza sulla sua realtà e su come poterla vivere (al) meglio.
D’altro canto è un tema, quello della “solitudine” ovvero dell’alienazione temporanea consapevole, che ho trattato più volte (si veda qui un elenco vario di articoli al riguardo) e che ritengo molto importante nell’analisi del mondo contemporaneo, della vita quotidiana in esso e delle relazioni sociali – ovvero dell’aspetto di socialità – con i quali manifestiamo il nostro essere una “civiltà” – o con le quali dimostriamo inciviltà, certo. Ci tornerò di nuovo, più avanti.
Be’, stando alle prime immagini inviate sulla Terra, e nonostante il “nulla” che vi si scorge, mi sembra di poter dire che pure il luogo di Marte nel quale giovedì (mercoledì sera, da noi) è atterrato il rover Perseverance appare molto meno desolato – e desolante – di certi non luoghi del pianeta Terra.
In effetti ci sono posti dove sembra che non ci sia nulla e invece c’è moltissimo, e altri posti dove all’apparenza c’è tutto e invece non c’è nulla. Un po’ ovunque nello spazio e anche sulla Terra, già.
In Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Gilles Deleuze e Félix Guattari dedicano alcune intriganti pagine al concetto di viseità, al rapporto corpo-testa-viso e, in un passaggio illuminante, alla relazione tra viso e paesaggio: «Il viso ha un correlato di grande importanza, il paesaggio, che non è soltanto un ambiente, ma un mondo deterritorializzato», scrivono, e poco più avanti precisano:
L’architettura pone i suoi insiemi, case, villaggi o città, monumenti o fabbriche, che funzionano come visi in un paesaggio che essa trasforma. La pittura riprende lo stesso movimento, ma anche lo inverte, disponendo un paesaggio in funzione del viso, trattando l’uno come l’altro: «trattato del viso e del paesaggio». Il primo piano cinematografico tratta anzitutto il viso come un paesaggio, si definisce così, buco nero e muro bianco, schermo e cinepresa. Ma già le altre arti, l’architettura, la pittura, perfino il romanzo: primi piani che le animano inventando tutte le correlazioni.
Ora, al di là delle considerazioni che da par loro Deleuze e Guattari sviluppano intorno a tali assunti, trovo molto interessante anche dal mero punto di vista “geografico” la correlazione tra paesaggio e corpo umano con tutti i suoi elementi antropomorfici, e con il viso in particolare come elemento primario di identificazione, significazione, riconoscibilità ed espressività del corpo, ovvero di qualsiasi individuo. Se consideriamo l’architettura – disciplina umana, o arte, che come nessun’altra agisce sul paesaggio e ne modifica la realtà – come l’azione che “inizia” e assume un senso fin dalle minime modificazioni del paesaggio, ad esempio il sentiero formato dal passaggio e dal cammino che è una forma elementare ma evidente di antropizzazione o territorializzazione (oppure ancora umanizzazione, per usare un termine caro a Eugenio Turri) di esso, e dunque se possiamo dire che è architettura ogni piccola o grande azione umana che in qualche modo modifichi il territorio e di conseguenza il paesaggio in quanto percezione e concezione del territorio antropizzato, possiamo pure comprendere che se consideriamo il paesaggio come un corpo che noi umani andiamo a identificare e soggettivizzare con le nostre azioni su di esso (dandogli un “viso” che ce lo rende riconoscibile, per dirla con Deleuze e Guattari, il quale è a sua volta “paesaggio”), dobbiamo necessariamente prenderci cura nel modo più pieno e consapevole possibile di quel corpo perché in fondo è il nostro corpo, quello per il quale noi (con le nostre azioni) siamo viso, quello al quale diamo un senso e un valore funzionale al nostro starci dentro e viverlo.
Di conseguenza, ogni danno che noi apportiamo al paesaggio, sia esso materiale (infrastrutture, inquinamento, dissesti, brutture, eccetera) e sia immateriale (visioni e progettualità degradanti, immaginari deviati, inconsapevolezza culturale, irresponsabilità politica, eccetera) diventa per quanto sopra affermato una ferita al nostro corpo-paesaggio, una lesione, un livido se non una frattura o magari peggio. In tal caso, nessun viso potrebbe mai non distorcersi in una smorfia di dolore e di patimento, anche quello apparentemente più bello. Un corpo, in quanto organismo (di nome e di fatto), sta bene quando nel suo insieme gode di buona salute: non è che se la pianta di un nostro piede presenta un doloroso taglio abbiamo il sorriso più beato stampato sul viso, al contrario assumeremo inevitabilmente un’espressione sofferente. Ecco, parimenti se nel paesaggio l’architettura, nell’accezione sopra esposta, inserisce un elemento disarmonico, forzato, irritante, contundente quale “viso” identificante e soggettivizzante ma – per dirla semplice – di brutto aspetto, l’intero corpo-paesaggio inesorabilmente subirà i danni materiali conseguenti e, anche immaterialmente tanto quanto concretamente, si troverà ad essere identificato nello stesso modo disarmonico, irritante, dunque degradante, acquisendo una pari valenza svilita. Oppure, in altro modo, si ritroverà de-identificato anche senza essere “deterritorializzato”, per come lo intendono Deleuze e Guattari: diventerà un non luogo, in buona sostanza – l’equivalente di un viso amorfo, piatto, spento, inespressivo: un non viso il cui corpo certamente faticherà molto a farsi riconoscere e a distinguersi dagli altri.
Sia chiaro: ho preso i concetti dei due studiosi francesi estrapolandoli forse con eccessiva forza dall’ambito speculativo di Mille piani per adattarli a una visione geografico-antropologica magari ancor più astratta, tuttavia, per (riba)dirlo molto più semplicemente e concretamente, il concetto di territorio come (nostro) corpo-viso e il paesaggio come risultato della relazione tra i due elementi trovo che sia assolutamente interessante e utile a responsabilizzarci in misura sempre maggiore alla cura e alla salvaguardia del paesaggio-mondo in cui viviamo. Nella visione umanistica di questa mia argomentazione, come sunto oggettivo di essa, se ne deriva l’individuo, l’uomo; da quella geografica, a ben vedere, scaturisce il concetto di “luogo”. E in fondo la relazione primaria e ancestrale sulla quale si fonda la nostra presenza attiva nel mondo è proprio quella tra uomo e luogo, in tutte le sue valenze e con la ineluttabile reciprocità: un bel viso (non solo in senso estetico, anzi) ha chi piace e infonde fiducia in chiunque vi abbia a che fare; un “bel viso” ha il paesaggio al quale si riconosce una naturale bellezza, ci si trova bene e si ci sente accolti, al punto da poterci vivere nella massima armonia e col più virtuoso equilibrio.
Sono giornate dalle condizioni meteorologiche variabili queste, qui dalle mie parti, e sovente i monti sui quali vivo sono avvolti dalla nebbia: a volte poco più che una foschia, altre volte tanto fitta da poterla quasi abbrancare – o, come si dice in tali casi, “da poter essere tagliata con un coltello”.
Fa paura a tanti, la nebbia, mette inquietudine, disorienta e confonde. È senza dubbio pericolosa in certi casi, inutile rimarcarlo; eppure, quando avvolge il paesaggio naturale e ne rende evanescenti i contorni, gli alberi, i profili delle case, le luci artificiali, ovattando pure (almeno così pare) suoni e rumori, a me dona una sensazione di cordiale intimità. Non mi ci sento disperso e privo di coordinate spaziali, oppure confuso dall’impossibilità di vedere cosa ho intorno, anzi, al contrario è come se la nebbia mi acuisse la sensibilità sensoriale, mi obbligasse a percepire ancora meglio la mia presenza e il moto nello spazio dando maggior importanza ai dettagli minimi, quelli che ogni tanti emergono più o meno indistinti dal velo brumoso e che da soli devono e possono disegnare nella mia mente il paesaggio nelle vicinanze. Un paesaggio totalmente avvolto in questa coperta nebbiosa, forse disorientato ma, in fondo, per certi versi anche protetto da essa.
Poi, certo, ammetto che forse tutto ciò deriva dalla mia personale, e probabilmente inopinata, passione per i climi “difficili” – pioggia, gelo, nebbia, eccetera – ma ciò non per un personale eventuale ombrosità d’animo, semmai perché grazie ad essi posso ancor meglio apprezzare e godere i climi più luminosi, confortevoli, accoglienti, sapendo che gli uni e gli altri sono comunque due aspetti dello stesso paesaggio che vivo e con il quale in ogni caso mi relaziono, ogni volta che lascio le mura domestiche. Indispensabilmente, che piova, nevichi, vi sia nebbia o che splenda il più abbacinante Sole.