Gianni Rodari, 100 anni

Oggi sono cent’anni esatti dalla nascita di Gianni Rodari oltre che, rispetto all’anno in corso, quarant’anni dalla morte e cinquanta dall’attribuzione del Premio Andersen, il più importante al mondo nell’ambito della letteratura per l’infanzia, unico autore italiano ad averlo vinto: qui trovate il sito web espressamente dedicato al centenario rodariano con tutte le novità, gli eventi, le iniziative attivate durante quest’anno di celebrazione. Qualche anno fa, nel 2015, scrissi una riflessione intorno a una citazione di Rodari sul tema della creatività che, a rileggerla oggi, mi pare ancora più attuale e consona ai tempi che viviamo. Ve la ripropongo di seguito, piccolo omaggio ad un così grande autore “per l’infanzia” che soprattutto gli adulti dovrebbero leggere e rileggere, sempre e comunque.

[Immagine tratta da qui.]

Creatività è sinonimo di “Pensiero divergente”, cioè capacità di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È “creativa” una mente sempre al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti (anche dal padre, dal professore e dalla società), che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire dai conformismi. Tutte queste qualità si manifestano nel processo creativo. E questo processo – udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre.

(Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 1a ediz. 1973, pag.171.)

Gianni Rodari, grandissimo intellettuale, scrittore e autore celeberrimo di storie per bambini e ragazzi, lo sapeva bene e bene ce lo ha spiegato cosa significa essere creativi. Leggendo la sopra citata affermazione a pochi giorni dai tragici fatti alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, le sue parole mi sono sembrate ancora più importanti e illuminanti. Il “carattere giocoso”, la risata, l’ironia, la satira, sono grandi esempi di creatività, e lo è pure ogni arte espressiva, che sia visiva, letteraria, filmica, musicale o che altro; ma lo sono, tutte queste arti, soprattutto (o forse solo se) quando riescono a dare risposte e parimenti instillare dubbi, a generarci curiosità su ogni cosa, a insegnare a pensare con la propria testa ovvero a rieducare alla riflessione, lo sono quando sanno svincolarsi da qualsiasi tentativo di addomesticamento e sanno tenersi distanti da ogni imposizione conformistica e perbenista. Quando sono sinonimo di pensiero divergente, appunto, ovvero di pensiero libero.
Per questo i poteri dominanti cercano sempre di assoggettare il creativo ai propri fini, quando non riescono a zittirlo e/o a soffocarne la creatività. Per questo essa è considerata di frequente pericolosa e viene attaccata, in modo più o meno forte e violento, ed è per questo che la creatività è tra le poche cose che può salvare il nostro mondo e farlo progredire, eliminando da esso in modo peraltro giocoso – come giustamente afferma Rodari – qualsiasi bieca decadenza illiberale.
Siate creativi, sempre, come bambini eternamente curiosi e intellettualmente irrequieti. Siatelo, e sarete vivi come in poche altre situazioni.

 

Enrico Scaramellini, “Casa FD”

[Immagine tratta da Domusweb.it, da qui.]
(Ok, ammetto che per molti versi anche il presente post, come quest’altro, serve per vantarmi di conoscere persone assai valenti e importanti, ma fate finta di non aver letto nulla sicché possa realmente iniziare l’articolo affermando che) Enrico Scaramellini è a detta di molti uno dei migliori “architetti alpini” italiani, ovvero tra i più validi progettisti di edifici e opere architettoniche nei territori di montagna, considerando che tra quei molti che lo sostengono vi sono numerosi colleghi, ad attestare l’obiettività di tale considerazione. Ma è pure – e questo lo affermo io, che ho la gran fortuna di conoscerlo – una persona di raro valore umano, dunque sono veramente felice di sapere che Scaramellini è tra i vincitori del premio In/Architettura 2020 con il progetto FD House _ The story of an unfinished house / Storia di una casa non ancora finita, realizzato a Madesimo, molto bello anche per come sappia far riconoscere nelle sue fattezze la “firma” di Enrico, cioè non solo il suo tocco tecnico e grafico ma anche la filosofia estetica del suo stile architettonico e la visione concettuale, virtuosa come poche altre, dell’intervento umano in un ambiente tanto pregevole quanto delicato come quello montano.
Un tocco scaramelliniano che si ritrova, esplicato, anche nel concept del progetto di Casa FD:

Molte volte, per vari motivi, la costruzione degli edifici diventa un’attività che si protrae nel tempo, oltre i limiti prefissati. In questo lasso di tempo, l’edificio si configura come oggetto in costruzione, senza abitanti, assume una configurazione volumetrica e compositiva parziale.
In alta quota, dove i tempi della costruzione si accorciano a causa delle stagioni, gli stessi inevitabilmente si allungano definendo ampie pause fra le varie fasi. Ed è proprio durante queste pause che l’edificio comincia a relazionarsi con il paesaggio, in uno stato di sospensione. Il paesaggio accoglie l’edificio come oggetto inanimato, quasi da contemplare. Vi è la necessità di instaurare con il luogo un rapporto proficuo, tale da rendere il nuovo elemento parte dello stesso.
Il progetto può lavorare sulle fasi e sulla sua attuazione fisica. La costruzione di Casa FD si protrarrà nel tempo, ma già in questa fase intermedia caratterizza il paesaggio e con esso si relaziona. L’edificio non ancora abitato è già elemento del paesaggio; esso costruisce un rapporto con esso e ne diviene elemento caratterizzante. L’edificio con la sua pianta poligonale, orientata verso riferimenti esterni, modifica la sua immagine a seconda del punto di vista. Casa FD cambia le sue dimensioni, si assottiglia, si allarga, si modifica nelle sue geometrie. L’insieme delle partiture intonacate si mostra e si nasconde. Le pagine bianche con la loro leggera inclinazione, alleggeriscono il paramento di pietra che si riconfigura in geometrie nuove.
Partendo da uno stato di “sospensione”, di non conclusione del manufatto architettonico, si è lavorato sulle fotografie completando i vuoti con immagini scure, in cui si intuiscono i paesaggi visibili dall’interno. Un gioco di sovrapposizioni che preannuncia il risultato finale. Un esercizio di “completamento” provvisorio che definisce la conclusione di una fase e l’inizio di un’attesa. Due sono i materiali che informano il progetto: da una parte, le bianche pietre di gesso che affiorano dalla terra dei pascoli degli Andossi [un vasto altipiano ondulato pressoché privo di vegetazione arborea che sovrasta il villaggio di Madesimo a quote tra i 1700 e i 2000 m – n.d.L.], hanno informato le partiture e le cornici bianche; dall’altra le pietre grigie accumulate del rudere originario, con le loro diverse tonalità e i loro licheni, sono tornate a essere paramento murario.

Insomma: «chapeau!» a Enrico Scaramellini e ai suoi collaboratori, per il riconoscimento e per la così progredita e virtuosa visione dell’arte architettonica applicata all’“arte paesaggistica” dei territori di montagna, elementi che giustificano e comprovano ancor più l’apprezzamento goduto presso chiunque si occupi di architettura, per lavoro o per passione.
Con la speranza che insieme – sì, io e Scaramellini – con alcuni altri amici si possa attuare presto l’idea che abbiamo formulato di un evento pubblico che unisca cultura architettonica e del paesaggio in un connubio tanto affascinante quanto emblematico che ci porrà in cammino alla scoperta del Genius Loci di un altrettanto emblematico territorio alpino. Ma, se le cose andranno come mi auguro, ve ne parlerò tra un po’, di questo.

N.B.: sul progetto della Casa FD potete saperne di più, e vedere molte più immagini, anche qui.

Un idillio alpino

[Ernest Hemingway sulle Alpi svizzere, 1927. Immagine tratta da qui.]

«Avevamo sciato sul Silvretta per un mese, era bello essere giù in valle, ora. Sciare lassù era stato bellissimo, ma era sci primaverile, la neve era buona solo di mattina oppure di sera. Nel resto della giornata era rovinata dal sole. Eravamo stanchi entrambi del sole. Al sole, sul Silvretta, non si sfuggiva. Le sole ombre erano quelle delle rocce e del rifugio che era stato costruito sotto la protezione di un roccione accanto al ghiacciaio. All’ombra ti si ghiacciava il sudore addosso. Non potevi sederti fuori dal rifugio senza occhiali da sole. Era bello abbronzarsi, ma ora tutto quel sole aveva stufato.» […]

Doveva proprio essere stanco Ernest Hemingway dopo un mese intero di bel tempo in montagna: almeno così sembra da ciò che lui stesso scrisse in uno dei racconti di Men without women, del 1927, successivamente entrato a far parte della raccolta I 49 racconti. In quel breve e asciutto Un idillio alpino ci narra di loro che scendono stanchi e assetati e, passando davanti al cimitero di Galtür salutano il prete con un «Grüss Gott», ricevendo in risposta solo un muto accenno di inchino; poi vedono due uomini che seppelliscono una salma. Il resto si svolge all’osteria del paese, dove tra una birra e l’altra, lo scrittore viene a conoscere tutta la storia, di come una donna morta, appunto prima di essere seppellita, fosse stata dal marito appesa a un gancio fuori della casa per tutto l’inverno. «Immagina d’essere seppellito in un giorno come questo» «Non mi piacerebbe proprio» «Beh, comunque non è il nostro caso», è la conclusione di Hemingway.

(Alessandro Gogna, Un idillio alpino, bellissimo articolo pubblicato su “GognaBlog” l’8 ottobre scorso sulla storia sciistica delle montagne del Silvretta, in Austria, frequentate e poi narrate anche da Ernest Hemingway il quale, oltre a tutto il resto di noto, fu anche un appassionato sciatore. Potete leggere l’intero articolo di Gogna – e ve lo consiglio perché merita parecchio, come meritano sempre di essere seguite le sue varie pagine web e social – anche cliccando sull’immagine lì sopra.)

Quelli che “se la tirano” e Herbert Von Karajan

[Bernstein, Böhm e Karajan. Fonte: Wikimedia Commons.]
Stavo dissertando con un’amica di come, nella società di oggi, la mancanza di talenti, di doti e di capacità sia ormai stata elevata a (aberrante) “motivo” di importanza e prestigio, al punto che più uno “se la tira”, come si dice in tali casi, meno ha ragioni e giustificazioni per farlo. Eppure, viene di conseguenza osannato da tanti, nemmeno fosse un genio, un fuoriclasse, un fenomeno assoluto. La nullità inopinatamente spacciata per valore e imposta come tale, insomma.

A tal proposito, mi torna sempre in mente un classico e divertente aneddoto che sembra fare da necessaria eccezione a confermare la “regola” suddetta, una storiella che narra di come, un giorno, Leonard Bernstein, Karl Böhm e Herbert Von Karajan (tre giganti assoluti della musica classica nel Novecento, inutile dirlo) si ritrovano insieme e si mettono a discutere su chi sia il più grande tra i direttori d’orchestra. La discussione si anima e Bernstein ad un tratto sbotta: «Dio mi è apparso e ha detto che sono io!». Al che Böhm scuote la testa: «Impossibile, è apparso anche a me e ha detto che sono io!». A quel punto interviene Karajan: «Strano, non mi pare di aver mai detto niente del genere!»

Ecco. Mi diverte sempre ricordarla.
Per dire, poi, come cambiano i tempi e le cose del mondo, già.
In fondo l’Olocene, l’era nella quale viviamo definita in modo assai consono anche Antropocene, è pure e non poco il Tipotacene (da Τίποτα, “niente”).

Il buon gusto

Ahimè, devo gioco forza ammettere che, sempre più spesso, a stare in mezzo alle “persone normali” – nel senso più ampio della definizione – mi viene da parafrasare quel famoso passaggio del Manzoni ne I Promessi Sposi, «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune» con il buon gusto c’è ancora, forse, ma se ne sta nascosto per paura del gusto comune.

E intendo “buon gusto” tanto esteriore quanto interiore – mentre non lo intendo affatto nel senso gastronomico, col quale invece pare venir unicamente correlata l’espressione, oggi. Il che la dice molto lunga in merito a quanto la sua accezione primaria sia scaduta e dimenticata.
Ecco.