Ultrasuoni #25: Prisencolinensinainciusol, ol rait!

Nel precedente “Ultrasuoni” vi ho raccontato di come una delle band più rappresentative di sempre della musica nera contemporanea per eccellenza, il rap – o hip hop – fosse bianca, ovvero i fenomenali Beastie Boys (riconosciuti con tale fama dalla stessa comunità afroamericana). Be’, posto ciò non posso dunque nemmeno non citare e omaggiare quello che a suo modo è stato, secondo molti, il primo rap della storia, anni prima che il genere venisse certificato, e il suo sorprendente autore italiano: Adriano Celentano e Prisencolinensinainciusol, già. Uno dei brani più geniali della musica italiana del dopoguerra non solo per il suo cantato, forma sperimentale di “parola-suono” a metà tra lo stile scat del vecchio jazz e la recitazione in grammelot teatrale, ma pure per la parte musicale, originalissimo mix tra pop, funk, soul e ritmica tribale come quella che, appunto, qualche anno dopo effettivamente diventerà la base per il primo rap – non a caso Prisencolinensinainciusol ha trovato un notevole successo negli USA e una fama che continua tutt’ora. È un brano così sfuggente a qualsiasi catalogazione che se ne sono tentate innumerevoli interpretazioni, tutte possibili e nessuna definitiva, il che in fondo ne certifica la qualità e l’attrattiva, ben maggiore di buona parte del “pop” italiano di classifica – di quello successivo e soprattutto dell’odierno – e sancisce l’indiscutibile genio artistico di Celentano. Di contro, secondo alcuni, per Prisencolinensinainciusol non si dovrebbe parlare di “rap ante-litteram” in quanto brano basato su fonemi privi di significato e ispirati alla musicalità di un inglese inventato, non sul parlato altamente espressivo che è elemento peculiare del rap. Ok, può ben essere così, tuttavia, al riguardo, mi viene da obiettare: ma perché, scusate, molte canzoni trap attuali un significato logico ce l’hanno?

Ecco. Dunque, non posso che affermare con convinzione Oh sandei | Ai ai smai sesler | Eni els so co uil piso ai | In de col men seivuan | Prisencolinensinainciusol, ol rait!

Il troppo stroppia sempre

[Foto di Peter Bond da Unsplash.]
Si sa che certe persone con l’avanzare dell’età diventano pedanti e si convincono che sia un’ammirevole saggezza conferita proprio dalla maturità anagrafica quella che invece ad altri parrà più mera e fastidiosa sofisticheria senile. Io non posso certo credere di non far parte di questa categoria di persone, in ogni caso questo popò di introduzione pseudo-sociologica mi serve per denotare una cosa molto più pragmatica (o banale, forse). Ovvero che col tempo, dilettandomi a volte nell’andare a fare la spesa nei supermarket vicino casa – e, sottolineo, “semplici” supermarket, dacché rifuggo come la peste i più mastodontici “ipermercati” e ogni altro esercizio commerciale troppo grande e altrettanto caotico – sempre più mi chiedo una cosa che già alcuni altri si sono chiesti e certamente si chiederanno, dunque a questi mi aggiungo: ma non c’è troppa roba in vendita in questi negozi? Non ci sono troppi articoli e troppo assortimento per lo stesso articolo, troppa scelta, troppa sovrabbondanza, troppe cose ridondanti ovvero sostanzialmente eccessive e inutili? Non è che se di tutta quella roba ce ne fosse anche solo una decima parte, in vendita, comunque avremmo a disposizione un notevole assortimento sia di qualità che di varietà e quantità?

Sia chiaro, non è un pensiero banalmente anticonsumistico, il mio, oppure legato a considerazioni pur obiettive del tipo «noi abbiamo troppo e in certe parti del mondo non hanno nulla», almeno non nel principio. Piuttosto, mi viene da riflettere su cosa ci sia dietro tutto questo surplus di merci in vendita e poi su cosa venga cagionato da esso dopo (incluse le incontrollabili pulsioni consumistiche indotte, certamente, ma non come unico effetto), e rifletto su tali questioni in senso sociologico ovvero socioeconomico considerando l’etimologia originaria del termine “economia” – dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos) “norma” o “legge” – ovvero «l’organizzazione dell’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) quando attuata al fine di soddisfare al meglio bisogni individuali o collettivi» (clic). Va bene, capisco che al giorno d’oggi la definizione «risorse scarse (limitate o finite)» risulti anacronistica e senza (più) senso (o no?), tuttavia, forse, dalle limitatezze di certi periodi del passato ci siamo fin troppo abituati ad una spropositata sovrabbondanza che, superato un limite economico fisiologico oltre il quale stiamo correndo verso un orizzonte ultraconsumistico senza limiti visibili, in fin dei conti ci ha arricchito materialmente ma impoverito e imbruttito culturalmente – un “effetto collaterale” solo all’apparenza, a ben vedere. Ripeto: se si eliminasse il 90% della merce che ingolfa gli scaffali dei supermercati contemporanei, comunque avremmo un sacco di cose da comprare e consumare e ci potremmo dire senza alcun dubbio dei “crapuloni”, con tutto quel popò di cose a disposizione. Anche per questo, quando ad esempio ho l’occasione di rifornirmi nei negozietti dei borghi di montagna dove in 20 metri quadri o meno c’è poco di tutto ma non manca nulla di indispensabile, provo una sensazione di salubre e piacevole morigeratezza. Non è un merito di questi piccoli negozi né un demerito di quelli più grandi, formalmente: è semmai una questione di misure e di congruità di esse con il modus vivendi che ci è stato imposto e con quello che, forse, dovremmo invece scegliere consapevolmente di praticare.

Oh, ma lo so, lo so: sono riflessione piuttosto ovvie, un po’ retoriche, probabilmente frutto della mia attempata pedanteria (vedi sopra) o di chissà quale nevrotica paturnia. Però so anche bene che, troppe volte, temo, ci siamo abituati a considerare normali, ordinarie, dovute, cose che in realtà non lo sono e anzi sono francamente inopportune e insensate. In fondo lo denotò già Esopo più di 2500 anni fa che «L’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose», già. E non c’erano né i supermercati e nemmeno gli iper-mega-centri commerciali odierni, a quell’epoca!

 

Mascherine e responsabilità

[Foto di danaos-de da Pixabay.]
Comunque, dire all’italiano medio che si può togliere la mascherina ma dimostrando senso di responsabilità è come dire a un orso che può avere accesso a un deposito di miele ma chiedendogli di mettersi a dieta. Ecco.

Lezione di vita n°121.389

Quando desideri ardentemente, entusiasticamente, irresistibilmente qualcosa, come se senza di essa non potessi più vivere e poi finalmente la ottieni, quella cosa facilmente finirà per generarti un sacco di problemi.

Se invece vuoi qualcosa ma senza troppa convinzione, qualcosa che sì, sarebbe interessante avere ma nemmeno più di tanto, alla fine quella cosa si rivelerà importante e bellissima fino al punto di cambiarti la vita.