Si tende a considerare la foggia e l’aspetto d’una città solo in senso bidimensionale, attraverso mappe e stradari, o tutt’al più ritrovando una ovvia terza dimensione nello skyline di essa, mentre la città possiede uno spessore primario e una tracciatura tridimensionale in ogni suo punto. Non solo il labirinto delle vie la disegna ma anche – io penso soprattutto – l’insieme delle linee tracciate da qualsiasi elemento architettonico, piccolo o grande, importante o insignificante contenuto in essa, tra i suoi palazzi, sulle strade, sui muri, fin sopra i tetti. Ed è un disegno che della città può ampliare a dismisura i suoi confini, oltre che il senso, la sostanza e il godimento della sua esplorazione e conoscenza.
Proprio così, anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:
Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.
Me ne sono reso conto subito stamattina, appena sono uscito dall’hotel e mi sono immerso nell’ormai riconosciuto, accogliente paesaggio urbano. O invero me lo sono confermato, dopo averlo intuito l’altra mattina, quando mi sentivo così stupidamente allegro.
È come quando un paesaggio sia illuminato dalla luce solare che ne delinei l’aspetto e la visione generali, vi conferisca particolari forme e colori, vi accenda molteplici fulgori e disegni determinate ombre le quali al paesaggio diano spessore, volume, sostanza dunque definizione, percettibilità… E poi, di colpo, basta che una piccola nube si frapponga davanti al sole smorzandone la luce e tutto si trasforma. Le forme sembrano modificate, i colori si spengono e se ne evidenziano altri, le ombre s’allungano, si torcono, si spandono inglobando e velando parte del paesaggio, variandone la definizione, la percezione allo sguardo, l’aspetto generale, sì che nei primi istanti un certo spaesamento pare cogliere l’osservatore privato dei riferimenti precedenti, resi così evidenti dalla luce.
Non è cambiato nulla, ma è come se fosse cambiato tutto. Al contrario del noto passo gattopardesco, certe volte non deve cambiare nulla affinché cambi ogni cosa, forse anche perché molte volte non c’è alcun cambiamento esteriore se parimenti non sia pure interiore.
Sì, esatto, anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:
Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Il video in testa al post è tratto dalla pagina YouTube Around The World 4K.
Mi stendo sul prato, è pomeriggio, il sole è caldo ma l’ombra delle piante garantisce una piacevole frescura. Prendo le cuffiette, le infilo nello smartphone, ascolto musica.
Cambiamento. Arvo Pärt.
Non sarei potuto venire in Estonia senza l’accompagnamento del più celebre figlio contemporaneo di questa terra, icona nazionale, simbolo identitario. Genio musicale planetario, forse il più grande compositore vivente. Anche la sua grandezza artistica fu il frutto di un cambiamento profondo, in primis interiore: otto anni di silenzio e di meditazione, dopo la “prima” carriera avanguardista e minimalista, dai quali scaturì il tintinnabuli, il suo stile unico, innovativo, intensamente affascinante. Musica per luoghi superdimensionali, senza tempo, senza limiti di spazio; musica per connettere vivamente la mente e l’animo, per smaterializzare la materialità del presente quotidiano, per sospendere le coordinate fisiche o per sospendersi sopra di esse. Una musica coltissima, come poche altre, eppure che ha saputo e sa ammaliare chiunque ovunque, facendo di Pärt il compositore più eseguito al mondo.
Musica perfetta per me, qui, ora, per il mio cambiamento.
Sì, esatto, anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:
Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Per saperne di più su Arvo Pärt e su ciò che rappresenta per l’Estonia, cliccate qui.
[Foto di Jonathan Reichel da Pixabay]La nostra società da tempo vede e considera la catena alpina come una barriera orografica e, per apparente conseguenza, una linea di confine geopolitica: come se fosse naturale che le Alpi, così morfologicamente simili a ciclopiche mura turrite, abbiano il compito di dividere i territori dei vari stati nazionali e le comunità sociali che vi fanno capo.
Ma “l’invenzione” delle Alpi come mura di confine è in verità il frutto (non solo, ma per gran parte) della visione illuminista e razionalista di matrice cartesiana generatasi nel Settecento, consolidatasi poi coi vari conflitti Otto-Novecenteschi anche per mere ragioni di comoda riconoscibilità politica – ancor più che geopolitica – dei vari territori nazionali. Prima che tale visione di potere prendesse il sopravvento, invece, le Alpi hanno sempre rappresentato un motivo, anzi, uno stimolo possente per il contatto, il transito, la collaborazione, lo scambio e sovente l’unione sociale, culturale e politica, e ciò fin da quando i territori alpini hanno cominciato ad essere densamente popolati e vissuti – dunque dall’anno Mille, suppergiù. Per fare qualche esempio: il Tirolo si estendeva di qua e di là del passo del Brennero, la Savoia includeva l’intera catena dei 4000 intorno al Monte Bianco, la comunità Walser occupava con continuità vallate a cavallo dello spartiacque alpino, senza contare che la Svizzera tutt’ora ha numerosi territori (il Canton Ticino in primis) che si estendono a Sud delle Alpi. Un tempo veniva naturale alle genti di un versante alpino andare a vedere cosa e chi vi fosse dall’altra parte, e non per poi guerreggiarci contro ma principalmente per fare commercio e affari, coi quali poi giungevano pure interscambi sociali, culturali, religiosi, artistici e quant’altro.
Le Alpi insomma, come hanno ben denotato autorevoli studiosi di cultura alpina – penso ad esempio a Enrico Camanni e Annibale Salsa, tra quelli italiani – sono sempre state una cerniera tra i popoli, non una barriera come ha invece voluto il potere politico da tre secoli a questa parte: e forse l’aver considerato in tal modo divisivo la catena alpina ha contribuito a generare molti dei problemi sociali e antropologici (abbandono delle terre, spaesamento, spopolamento, cementificazione turistica selvaggia, danni ambientali…) subiti dalle genti alpine nell’era moderna e contemporanea.
Ma, a ben vedere, le Alpi una cerniera lo sono ancora e lo devono essere ovvero devono tornare ad esserlo, in modo se possibile ancor più proficuo e necessario che in passato. Ciò senza nemmeno contare l’evidenza storica (pur drammaticamente fondamentale) che l’aver obbligato la catena alpina a diventare un muro di confine ha contribuito a scatenare molte delle numerose guerre degli ultimi due secoli, e dunque che sarebbe comunque bene riconsiderare l’intera visione culturale, ancor prima che geopolitica, delle Alpi all’interno del continente europeo: le montagne hanno sempre unito le genti, renderle muro di separazione, dunque sovvertirne totalmente il paradigma geografico, sociale e antropologico, non poteva che generare inevitabilmente conflitti insensati tanto quanto sanguinosi! Anche al di là di questa fondamentale verità, ribadisco, le Alpi possono e devono essere una cerniera sotto innumerevoli punti di vista:
Una cerniera tra genti dotate di culture e visioni della vita e del mondo del tutto similari dacché generate dallo stesso ambiente socio-antropologico storico nonché da una altrettanto similare psicogeografia.
Una cerniera dunque tra culture (in senso proprio) dello stesso genere, assolutamente capaci di dialogare tra di loro dacché in fondo parlanti la stessa “lingua culturale” anche se non lo stesso idioma linguistico.
Una cerniera di insuperabile valore tra mondo antropizzato e mondo selvaggio, tra presenza umana e wilderness, tra la presenza di uomini, animali, piante, rocce, vento, neve, eccetera.
Una cerniera naturale e di profonda emblematicità tra i fondamentali concetti di “territorio”, “ambiente” e “paesaggio”, ove un territorio geomorfologicamente “forte”, nel bene (visione estetica) e nel male (sopravvivenza quotidiana) genera forti reti sociali ambientali tra i suoi abitanti e il territorio stesso, il che dunque genera una altrettanto forte percezione e considerazione del paesaggio (un tempo di matrice mitologica, oggi di senso ecologico).
Una cerniera tra espressioni artistiche differenti ma tutte quante aventi come soggetto/oggetto il paesaggio alpino, quale territorio capace di offrire possenti narrazioni e potenzialità comunicative.
Una cerniera tra diverse visioni del mondo contemporaneo, anche e soprattutto contro la dicotomia “montagna-città” che invece di mettere in relazione i due ambienti li ha resi antitetici e in guerra, con i danni culturali e ambientali relativi.
Una cerniera tra diverse filosofie contemporanee, che in montagna trovano un ambiente ideale alla riflessione su di esse e alla visione dei loro effetti nel futuro – analogamente a come una vetta alpina offra una visione del “mondo di sotto” ben più ampia di qualsiasi altro luogo.
Una cerniera spirituale (teologica tanto quanto panteista o pagana), tra la Terra e il Cielo.
Una cerniera simbolica grazie alla quale mettere in evidenza l’importanza per il mondo contemporaneo delle resti sociali, non in contrapposizione a quelle virtuali del web, semmai come fondamentale e naturale ambito civile e civico tra individui (in montagna non ci si può non parlare a vicenda, come a volte succede in città: lassù lo scambio di esperienze d’ogni genere risulta ancora oggi necessario e di reciproco vantaggio, in fondo come accadeva nel passato quando le Alpi facevano da stimolo al contatto tra versanti e vallate diverse, appunto).
Una altrettanto simbolica cerniera tra le diverse concezioni di “viaggio”: viaggio di scoperta, di esplorazione, d’avventura, viaggio sportivo (alpinistico), viaggio culturale, viaggio di meditazione…
…E così via, si potrebbe continuare ancora a lungo. Insomma: il concetto di “Alpi come cerniera”, credo risulti oggi di grande e profondo valore, da (ri)mettere in luce nel modo più “chiarificatore” possibile. È quanto mai necessario rendere nuovamente familiare agli uomini contemporanei una tale verità storica di così notevole importanza ed emblematicità: necessario per conoscere e riconoscere meglio le Alpi, spazio, territorio, luogo e paesaggio fondamentali per l’intero continente europeo e per le sue genti. Anche perché, in effetti, riconoscere le Alpi equivale a poter (ri)conoscere meglio noi stessi in relazione col mondo che ci ritroviamo attorno e che abitiamo, viviamo, attraversiamo. Per osservarlo e comprenderlo meglio: ecco, proprio come – ribadisco – si può fare in modo sublime osservando l’orizzonte del mondo da lassù, dalla vetta di una montagna alpina.
[…] Sbucando sulla affollatissima Falkenplatz, arrivo pure a pensare come potrebbe presentarsi Lucerna se, per assurdo ovvero per una tutta personale dissipatio humani generis, mi ritrovassi solo a vagare in una città senza più vita umana… Più nessun individuo in circolazione, nessun residente, nessun turista o viaggiatore, le strade senza auto, il lago senza battelli che ne solcano le acque, nessun rumore se non quelli della Natura – lo scrosciare impetuoso della Reuss, il vento fresco che cala dalle Alpi, il fruscio delle chiome arboree sul lungolago… tutto perfetto eppure tutto fermo, silente, immobile. Che impressione ne avrei? Di un luogo inopinatamente ma finalmente assiso ad una condizione ideale, ad una sorta di sospensione ultradimensionale estetica-estatica indisturbata e indisturbabile nella quale nulla più possa ostacolare in qualche modo la sua bellezza assoluta? O forse di una specie di meraviglioso giocattolo urbano abbandonato, lasciato a far bella e inutile mostra di sé in uno stato di desolata e inquietante magnificenza? Oppure ancora sentirei fin da subito la spaventosa mancanza della sua vitalità umana, rendendomi conto di quanto una città non possa non vivere, nel bene e nel male, della vita dei suoi abitanti e di coloro che decidono di visitarla – o forse, in forza di un’antropologica, urbana Sindrome di Stoccolma, come il rapito che non può più fare a meno del suo rapitore, quand’anche questo non si faccia scrupoli a maltrattarlo e disprezzarlo?
Fantasie, lo so. Non accadrà mai nulla del genere, certamente. Di donne e uomini che ovunque manifesteranno la voglia di visitarla, Lucerna, io credo che ve ne saranno sempre. Città come Lucerna, in fondo, sono “divinità” fatte a immagine e somiglianza degli uomini – che le abitano e non solo – emblema di un’antropoteologia pagana che si fonda su principi ancestrali propri dell’intera civiltà umana per tutto il pianeta, i quali richiamano direttamente istinti, percezioni e sentori altrettanto antichi, almeno quanto il nostro stesso patrimonio genetico – il codice umano di cui dice Davide Sapienza, prima citato. Città come Lucerna, una volta conosciutane l’esistenza, sollecitano quegli istinti e sentori, quelle percezioni ancestrali – le stesse, in fondo, grazie alle quali da sempre generiamo il concetto profondo e il più ampio senso del termine “bellezza”. In fondo è questa evidenza che mi ripone il cuore in pace, quando il sentire qualcuno che mi dice “mi hai proprio fatto venir voglia di visitarla, Lucerna!” mi istiga le riflessioni di cui vi ho detto. Vi saranno innumerevoli visioni, esperienze, impressioni, sensazioni, considerazioni, fantasie, farneticazioni – una per ciascun individuo che sarà in città – e innumerevoli lessici per altrettanti dialoghi e conversazioni… ma alla fine di tutto, credo che il messaggio che ne scaturirà sarà articolabile da una sola voce.
Sì, certo: di questi tempi il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, da poco pubblicato nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Invece il brano che – mi auguro – avete appena letto è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi che sono molto legato a questo libro, tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.
Luca Rota Lucerna, il cuore della Svizzera Historica Edizioni, 2016 Collana Cahier di Viaggio ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00